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…e di un paio di anabbaglianti rotti.


Racconti, riflessioni ed emozioni.

Epilogo:

I mostri esistono. Abbine paura.

I mostri camminano dietro di te.. talmente vicino alla tua ombra.. che le rubano spazio. Temere il loro sorriso è il primo passo per difendersi.

La bestia si è sfamata della mia debolezza, prosciugando anche l’ultima stilla di linfa vitale.. Ora.. a me.. rimane il vuoto di un’aspettativa tradita, di un cuore violato a cui dare spiegazioni, ma.. ancor di più.. resta l’amaro di un sentimento nato, donato, deriso, ucciso. Brutalmente.

Innanzi.. due cose soltanto.

La sagoma fumosa di una creatura piccola, misera, infinitamente povera e sola nei suoi innumerevoli beni corporei.. prigioniera di un velocismo futuristico e cavalcante che catalizza il tempo.. sottraendole vita, giovinezza, possibilità di dialogare con se stessa e, quindi, libertà..

La rabbia di un affetto appena nato, profondo.. ma cieco, senza radici, senza un ‘perché’.. deluso, schizzato di fango e avulso dai contorni di una realtà cattiva, dapprima invisibile a chi la vorrebbe diversa, a chi la vorrebbe.. semplicemente umana.

Però, anche stavolta, resto.

Dopo di te..

io.. resto.

L’inganno nei tuoi occhi.

Quando la cecità regnava sovrana..

Quando l’illusione abitava, incontrastata, l’anima.. E il dubbio.. la costringeva in bilico..

domenica, tre luglio duemilaundici – ventitre e cinquanta

Fa caldo. E ti penso.

Poiché non posso pensare i tuoi pensieri, ermeticamente celati, penso la tua pelle.

Il tuo ritratto.. brucia ancora nelle mie mani.. E fa male.

Il sonno non arriva.. questa sera. Il sonno..

.. non arriva da anni.

Non so nemmeno se riuscirò a consegnarti questo foglio dato che vederti (ed ora anche parlarti) è diventata un’impresa per niente poco ardua.

A meno che, s’intende, io non decida di rompermi, pazientemente, tutte le ossa.. una dopo l’altra.

Mi sento quasi ridicola ad inseguirti in questa maniera.. quando è oltremodo chiaro che tu non vuoi. Ed io, d’ora in poi, non potrò che rispettare questa tua tacita decisione.

Cercherò, questa volta, di scrivere meglio, usando correttamente la punteggiatura, evitando la solita falcidia di virgole, la smisurata quantità di puntini sospensivi, le martellanti ripetizioni dei pronomi dimostrativi nello spazio di una sola frase (va bene che “repetita iuvant“.. ma poi uno si scoccia).

Questo perché non rileggo mai ciò che scrivo.. visto che, finora, ho scritto solo a me stessa.

Avrei preferito usare la penna nera.. piuttosto che i monotoni cubetti di plastica di un’anonima tastiera.

Però, forse, la mia grafia non è così chiara.. (sebbene sia tu ad aver seri problemi a riguardo… per quanto convinta, in realtà, che la tua grafia sia fortemente condizionata dal fatto che scrivere.. ti secca).

Avrei preferito, ancor di più, sussurrarti queste parole, compitandole lentamente, in tono calmo.

Comunque..

..non ti tedierò più con queste “lagne”.

Fra le righe nasce la promessa che non t’importunerò più, sparirò.. se necessario, mi farò da parte perché lo sai.. odio disturbare.

Mi serve solo lo spazio di un ultimo istante obeso.

Lo sai..

Da piccola ero convinta che la violenza risiedesse solo nella guerra, nelle botte, nelle urla.. Poi, ho imparato, invece, che la forma più feroce di violenza vive nel silenzio,

nell’indifferenza,

nelle parole non dette,

nei gesti incompiuti,

nella spietata assenza,

nell’incomunicabilità.

Rabbia!!!

Credo di aver raggiunto, ieri, il culmine della rabbia nei tuoi confronti..

Ho pensato che.. non hai avuto nemmeno la decenza di avvertirmi del fatto che non ci saremmo visti (dato che me ne avevi prospettato la possibilità).. mostrando, in tal modo, una totale mancanza di rispetto per me e per il mio tempo.

Perché sai.. ho aspettato tutto il giorno un tuo cenno.

Che, puntualmente, non è arrivato.

Ho pensato che sei un ossimoro con le gambe, impeccabilmente coerente nella tua incoerenza.. Laddove i gesti e le parole non trovano riscontro nel reale, ma rimangono circoscritti e intrappolati in attimi e in centimetri che appartengono, forse, a chissà quale arcana dimensione metafisica, ci sei tu.

Mi sono chiesta se credi di esser l’unico ad avere problemi, se credi che gli altri ne siano, miracolosamente, immuni e, perciò, se ti senti autorizzato a fare ciò che vuoi.. solo perché hai “delle situazioni particolari”.

Asserisci, spesso, che “non posso capire”.

Niente di più vero.. dal momento che mi tieni, accuratamente, fuori dai tuoi margini.

Niente di più vero.. visto che taci,

visto che non so leggere nel pensiero,

visto che, nonostante “l’ascolto sia il mio senso sociale, probabilmente sono ricca nel posto sbagliato.


Ho cercato di dare un senso a tutto questo, ma la logica non mi ha soccorso.

Ho pensato di avere a che fare con un pazzo o, peggio, con un insano egoista, uno stronzo per farla breve.. e scusa tanto se non uso eufemismi.

Prima entri, non senza una certa resistenza iniziale da parte mia, poi fai quello che ti pare. Prima mi cerchi, poi sparisci senza curarti di nulla..

..senza curarti di fornirmi, quantomeno, una scusa.. alla quale, col tempo, avrei imparato a credere.

Ho cercato di giustificare, inventando il tuo passato, la tirannia nel tuo sguardo, l’assolutismo nelle tue parole, i dialoghi spezzati.. o mai iniziati, l’imperativo categorico che sei.. e che non ammette possibilità di replica, libertà di espressione, invito al confronto. Pena, la tua fuga.. o lo sconcerto dei secondi che seguono a un telefono sbattuto in faccia.

Mi sono chiesta cosa io sia, o sia stata per te (accettando ogni tipo di risposta, anche la più dolorosa, purchè chiara): una parentesi (tonda)? Un momentaneo, quanto vano, esaltatore di sapidità? Uno sbaglio? La svista di un attimo? Un accessorio in una vita, la tua, già super arredata? Perché, se devo essere un accessorio, non sarò certo una comoda poltrona, ma uno sgabello sbilenco e pieno di chiodi.

Avrei incassato ogni tipo di risposta (pur di dare un perno fisso ai miei pensieri, potendo così sparire in santa pace) senza volertene.

Ho pensato, in seguito, di essere io.. la pazza.

Perché è nata, dentro di me, la fredda consapevolezza che nel posto in cui mi trovo.. non arriverà mai nessuno.

Che tu.. sei e sarai una porta chiusa. Che io.. mi consumo nel niente di un’attesa.

Sai..

“Se fossimo soli, nelle nostre attese, potremmo aspettare una vita. Potremmo aspettare che qualcuno arrivi.. e ci porti via”. Ma ciò che abbiamo innanzi è la realtà, l’unica cosa che ci toglie.. e ci dà.. senza alcun riguardo per i nostri desideri.

Ho capito.. tra lacrime ustionanti.. che non faremo mai a gara per vedere chi sputa più lontano i noccioli delle ciliegie mangiate, insieme, sotto un albero di ulivo.

Né, probabilmente, giocheremo mai più a braccio di ferro.

Ho creduto di averti spaventato a morte, di aver detto o fatto, inconsapevolmente, cose terribili.

Oppure.. di non aver detto o fatto cose necessarie.

Ma farsi domande che non riceveranno mai risposta, altalenando la mente fra estremi antitetici, è inutile, energeticamente dispendioso e profondamente destabilizzante.

Sono andata indietro nel tempo, percorrendo a ritroso le tappe di una memoria non troppo lontana.. e ho pensato che era meglio quando avevo a che fare con i bulli nei lunghissimi, interminabili anni della mia adolescenza.

Era meglio.. perché almeno riconoscevo il cattivo nel suo ruolo.

Almeno.. avevo qualcosa da odiare.

Poi, all’improvviso, la rabbia è passata. E ho smesso di pensare tutto questo.

Il veleno nel sangue è diventato volatile, ha attraversato i tessuti, è traspirato dai pori cutanei e si è dileguato in un tempo infinitamente piccolo, lasciandomi addosso la stanchezza di un ricordo che, in realtà, non può chiamarsi tale perché ancora attuale: quando divento scontrosa, apparentemente distaccata e anaffettiva..

..quando evito accuratamente gli altri, scivolando in atteggiamenti che basterebbero ad etichettarmi, nel migliore dei casi, come persona poco comprensibile e, nel peggiore, come maleducata e incivile..

..l’ultima cosa che voglio è che mi si facciano domande, che mi si chiedano spiegazioni.

Perché l’evolversi degli eventi… ha generato, o forse solo destato, in me un animale selvatico, un cane randagio, diffidente e mordace, pronto ad aggredire.. (principalmente la sua immagine allo specchio).. con ruggiti gutturali e spaventosi.

Certo, il prezzo che si paga è che gli altri, poi, scappano..

..infatti non giustifico comportamenti come questi.

Non giustifico il tuo.. di comportamento..

Ma lo comprendo. O, almeno, mi sforzo di farlo.

E’ per questo che non ti chiederò più alcuna spiegazione..

Se tu non mi parlerai.. sarò la prima a non voler ascoltare..

..perchè..

..toglierti serenità, crearti problemi, provocare ciò che, banalmente, percepisci come pressione.. non sono neanche l’ultima delle cose che vorrei..

Oggi ho fatto il primo bagno dell’anno. A Cirella, dove c’è la mia isola.

Non so quanti secondi sia stata in apnea ad osservare il fondale marino. Forse il tempo di morire e rinascere una.. o diecimila volte.

Sott’acqua ho urlato come una dannata, in un posto dove solo le sirene avrebbero avvertito il suono della mia voce strozzata.

Il mare si è fatto custode delle mie lacrime.. e del mio dolore.. che, per quanto ti riguarda, è unicamente quello di non poterti dare ciò che vorrei..

..di non poter stringere la tua testa al mio petto come, in realtà, faccio ogni sera (salvo, poi, essermi resa conto che.. quello abbracciato con foga.. è solo uno stupido cuscino.. adesso, per giunta, deformato).

Ma continuerò a camminare, spero non solo metaforicamente, nell’incertezza di un futuro imminente, tutto da ridisegnare..

..nella certezza, invece, di un presente lontano e sfuggente.. che non possiedo. D’altronde… il presente.. è, forse, l’unico tempo reale ed esistente.

Il passato è memoria. Il futuro, speranza per molti.. Per altri, illusione.

Quando ti ho chiesto di “ufficializzare” il tuo ultimo modo di fare (..o meglio.. il tuo ultimo modo ‘di non fare’) con un’espressione.. tu hai risposto domandandomi se basti una parola per mettere fine a qualcosa.

Ma l’errore nella tua domanda è a monte.. Non si tratta di “finire”.. bensì.. di “iniziare” una fase diversa che permetta l’instaurarsi di un equilibrio nuovo.

Un equilibrio che, prima confonde gli elementi preesistenti, poi li relega in posizioni ad essi più consoni, secondo gli schemi di una plasticità emotiva fluida, giusta.. e indispensabile alla sopravvivenza.

Perché io.. proprio non posso permettermi altra devastazione. Questa volta andrei, addirittura, contro il principio di autoconservazione psicofisica propria, persino, di un’ameba. Sebbene, in realtà, lo stia già facendo.

Raccolgo i cocci di una vita sbagliata, di un’esistenza tradita, per appurare cosa sia rimasto integro, cosa si sia salvato.. ma mi è impossibile continuare a fare questo se una nebbia, che non vuole dileguarsi, mi rende cieca.

Scrive Ovidio.. :

Optimus ille animi vindex laedentia pectus, Vincula qui rupit dedoluitque semel” – ‘Il miglior liberatore dell’animo è chi ruppe i legami che opprimevano il cuore e cessò di dolersene una volta per tutte‘ – (Remedia amoris, vv. 293-94).

Sembrerebbe una cosa saggia.. anche se non sono, poi, tanto d’accordo.. perché..

..per quanto la gente scappi, a volte inspiegabilmente, o.. per quanto siamo noi a chiudere prima gli occhi, poi le porte.. oppure si cerchi di “rompere i legami che opprimono il cuore“..

..la verità è che le persone non passano. Le persone restano. “Chissà se è questo.. il segreto della memoria“..

Quando tieni tutto sotto controllo.. a volte basta una piccola distrazione, una crepa nel muro d’acciaio.. e il cuore assume piena autonomia, si svincola dalle redini che lo tengono prigioniero, che gli impongono un passo che non è il suo e, finalmente libero e alienato dal resto, fa ciò che vuole.

Però.. perché questo accade?… Mi chiedo..

Forse perché, col tempo, la mente diventa meccanicamente coerente nel modo di “percepire”… Siamo noi che la manipoliamo, plasmandola all’idea “della sorpresa”. Senza di noi.. anche il pensiero sarebbe, in un certo senso, prevedibile nel suo incedere… E il divenire diverrebbe, quasi del tutto, programmabile. Ecco, forse, perché.

Almeno così è per me.

Lo sai.. Farò ritorno a casa. E indosserò, di nuovo, il mio cappotto nero.

L’altra notte, attraverso i vetri ho osservato, per un bel pezzo, un lampione appena fuori dal cortile. Era difettoso. Sembrava fosse anche “lui” stanco, desideroso di dormire.. come l’emissione discontinua della luce mi ha indotto a pensare. Sembrava facesse un’immensa fatica a svolgere il suo lavoro. Quando poi si è fatto definitivamente giorno, finalmente, ha potuto darsi al riposo.

E a quel punto.. anch’io ho avvertito un po’ di sollievo..

Così..

Tornerò alle mie notti senza sonno, ai miei giorni senza sogni, al mio, tanto familiare, immobilismo esistenziale, ma.. con una consapevolezza nuova:

vado avanti. Riaffacciandomi, però, nei luoghi che conosco. Meglio un inferno chiaro.. che un paradiso ignoto o improbabile. In fondo.. per me.. la libertà ha l’immagine stroboscopica di un treno che torna..

Essere liberi, forse, consiste proprio nell’avere un luogo in cui tornare“..

Il significato di libertà, dunque, non risiede affatto nel verbo ‘andare’..

Dove vai.. se poi non puoi tornare? Sarebbe solo un lento e logorante vagare per strade che non conosci, che non sono le tue.

Che il luogo del ritorno sia fisico o un ‘locus amoenus’ dell’anima, che sia un profumo.. una canzone.. un ricordo.. un sapore.. o un colore.. un libro.. oppure una persona. Non ha alcuna importanza.

E il ricordo dei tuoi “occhi di brace” ..sarà sempre un luogo in cui far ritorno ogni volta che la solitudine diventerà troppo soffocante.. Anche se, con ogni probabilità, rimarrai un dolce, aspro, incomprensibile, bellissimo, enigmatico, spinoso punto interrogativo..

La solitudine.. quella che, coraggiosamente, si definisce catarsi.. è, in realtà, il prezzo che si paga per l’indipendenza emotiva..

Ma sarà poi vero?

No. Non lo è. La solitudine.. oltre un certo limite.. è solo vigliaccheria.

Voglio che tu esaudisca alcuni miei desideri (perché puoi farlo),

cose.. che avrei voluto chiederti versando i miei occhi nei tuoi, fondendo la mia fronte alla tua, stringendoti in un abbraccio, baciando il tuo viso.. quasi con disperata violenza.

Io ti chiedo.. di stare tranquillo.. e di avere pazienza.. perché tanto chi stai aspettando, ritorna!

Ti chiedo.. di non essere arrabbiato con sua madre, né con nessun altro perché, tu non te ne accorgi, ma.. il tuo cuore non è fatto per serbare rancore ..esso esiste per dispensare tutt’altro. Ti chiedo, poi.. di “dare la caccia alla felicità” (come scrive la nostra amica Oriana).. così, forse, anch’io starò un po’ meglio..

Una volta ti dissi, infatti, che la tristezza di alcune persone.. (persone che non conosci e che, probabilmente, hai incrociato una sola volta per strada.. forse)..è insopportabile. Fa vomitare. Ti sorprendi a pensare che, se quelle persone fossero felici, la cosa ti conforterebbe.

Tu.. sei una di quelle. Dio se sei una di quelle! Ti ho mai detto che a mia figlia (sebbene il pensiero della maternità, non sapendo badare neanche a me stessa, non mi sfiori minimamente) darò il nome ‘Nina’?

Senza che sia il diminuitivo di altro. Nina.. e basta. E’ un nome che adoro da sempre, da prima che nascessi.. perché è semplice come le margherite.

Credo che guardare una margherita.. (il cui significato ricalca, secondo me, perfettamente la rappresentazione grafica di una funzione logaritmica) ..sia rassicurante..

Tu ne osservi un petalo.. e sai che ciò che viene dopo è un altro petalo, simile al precedente.. in un fluire continuo e circolare. E.. laddove il cerchio si chiude.. in realtà ricomincia, in un incedere ininterrotto e sempre uguale..

La potenza dell’infinito.. fra i petali di un fiore.. E tu.. perché non puoi essere una margherita?!!..

Semplicemente.

Sai..

Erri De Luca scrive che “due non è il doppio, ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, è filo doppio che non è spezzato“..

Ed io che, scioccamente, pensavo al due solo come a un brutto voto.. Tu hai fatto “vibrare il mio diapason interno” probabilmente da sempre sopito.. (espressione rubata ad un simpatico ex pugile che.. di ‘gong’.. se ne intende).. Sei stato.. una goccia di acqua gelida lungo la schiena, aria troppo satura di ossigeno per i miei polmoni, abituati ad una condizione di perenne semisoffocamento..

Con te.. la potenza del ‘due’ mi è esplosa dentro, ne ho assaporato (forse per la prima volta, forse per istanti troppo brevi).. tutto il significato.

Semplicemente perché noi.. “nasciamo soli, moriamo soli“.. e, in quel piccolo tutto tra niente e niente che è la vita, “è naturale che si cerchi un po’ di compagnia“. Credo.

E mentre questa carne.. così debole, vulnerabile, meschina e corruttibile si deteriora..le parole, i pensieri, i gesti non lo fanno.. ..non invecchiano..

..rimangono scolpiti nel tempo e nella memoria, ovunque.. e altrove.

Vuoi sapere il colore che emani?

..quello della terra. La terra è consistente, ha un valore eterno, è lì da sempre.. ed è l’emblema del sacrificio e del sudore dell’uomo.. Infatti.. il significato del tuo nome non mente. In molte zone, però, tu sei terra bruciata..

Ma, sai.. lì dove riposano le ceneri di tempi perduti.. ..proprio lì..

..il terreno riprende vita.. in preda a una fertilità febbrile e incalzante che darà spazio a una nuova, rigogliosa vegetazione.. La vita si rinnova.. (me l’ha svelato il giardiniere dell’anima)..

Quando andrò in Africa, dove il colore della terra domina sugli altri, io pianterò la mia acacia.. e, in quel gesto, librerà anche il tuo profumo.. Il mio nome, ‘goccia di mare’, si oppone, invece, nella sua evanescenza semantica, a questo splendido colore.. così concreto, così tangibile … il colore della terra, appunto. Dunque siamo terra e mare.. tu ed io?..

Se così è.. guarda, ti faccio vedere una cosa.. Dammi la mano.. La tua mano destra, parzialmente insensibile, accidentata e segnata da bellissime cicatrici.. La mia mano sinistra, che porta una piccola cicatrice all’altezza della tabacchiera anatomica e un distacco osseo parcellare alla base della prima falange del pollice..

Ecco.

Queste due mani, che s’incrociano e si stringono, danno vita a un posto unico.. un posto che “non è più terra, non è ancora mare” (direbbe Baricco).

Un posto.. che può nascere e dissolversi continuamente.. in un gesto lieve. Le nostre mani.. compongono, così, la congiunzione “e”.

Canta Liga: “Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è; certe notti, se sei fortunato, bussi alla porta di chi è come te..“.. Ma questa notte è buia..

Ed io.. ho freddo.

Però..

se potessi custodire le tue lacrime, alleggerendole, e i tuoi sorrisi, espandendoli oltre misura..

..forse.. riuscirei a trovare una coperta con cui scaldarmi.. forse qualcuno me la porgerebbe.

Ho pensato.. per un’ora soltanto, che mi sarebbe piaciuto diventare piccola.. tanto da trovar posto nel taschino della tua camicia.. e decifrare il ritmo poco chiaro dei tuoi battiti.. Chiedendomi, in seguito, se fossi mai stata pronta, però, a leggervi quel male che genera il dubbio.. nel quale ti piace tenermi.. E dal quale, invece, io.. andrò via.

Sappi che.. nel posto in cui ti trovi.. sarai, comunque, protetto.

Nel posto in cui sei entrato.. e dal quale, nonostante i miei sforzi, difficilmente uscirai.. potrai chiudere gli occhi, potrai riposarti quando sarai travolto dalla stanchezza, sicuro che dietro di te.. ci sarà, ogni volta, qualcosa che ti sorreggerà la schiena..

Ma..

Perchè questi pensieri imperversano, così vivi e violenti, dentro di me? Non voglio!

In fondo.. non so niente di te.. Potresti essere chiunque.. Potresti farmi del male.. come, in realtà, stai già facendo..

I tuoi occhi, però..

Dannazione..

..quelli.. io li riconosco, mi sono familiari..

Nei tuoi occhi.. non ho paura, vi è qualcosa di ancestrale che mi appartiene..

Nei tuoi occhi.. posso smettere di trattenere il respiro..

In nessun altro luogo.. mi è capitato di pensarlo.

In ogni altro luogo.. mi sono sempre chiesta cosa vi facessi. Nei tuoi occhi.. no.

I tuoi occhi.. sono certezza..

C’è l’odore della terra.. nei tuoi occhi.. E la terra sotto i piedi.. è l’unica certezza in questo lungo istante..

Qui,

adesso.

Tutto questo è follia?

Probabilmente si..

O forse è quanto di più vero possa esistere.

Il limite tra le due cose non mi è chiaro. E forse sta a te deciderlo..

Una cosa, però, la so:

..ogni volta che il vento, “per il quale non esiste alcuna regola“, deciderà di soffiare sulla mia pelle.. io sorriderò con te.. e per te.. e..

sapendo che esisti, sapendo che quell’aria che mi fa vivere è la stessa che respiri tu, io.. mi sentirò meno sola.

Però sai.. la dea Babele si diverte a giocare coi miei pensieri.. perché..

mentre scrivo.. mi pento di tanta ingiustificata, gratuita affezione nei tuoi confronti. Specchio, probabilmente, di un vuoto ingombrante che riguarda solo me. Il tempo sanerà questa profonda e radicata dicotomia interiore.. Il tempo dovrà farlo..

Non conosco i motivi di queste parole svenevoli, melense, probabilmente del tutto infondate.. a volte stucchevoli.. proprie, appunto, di un’adolescente persa nelle stanze dei suoi castelli di cristallo.. Parole.. che non credevo di ‘possedere’..

Parole.. che non voglio possedere.

Non emerge alcuna spiegazione ‘logica’ a riguardo.. visto che mi hai regalato solo tormento, condito di niente e di piccole, false parole.. alle quali, forse, ho voluto credere ad ogni costo.. Il raziocinio ti condanna impietosamente.. a giusta ragione.. confinandoti nelle vesti di colui che ha solo un ignobile scopo da portare avanti, senza scrupoli, in preda all’egoismo più sfrenato.. Il cuore, invece, vorrebbe ascoltarti, capirti.. e prenderti per mano.. rifiutandosi di credere che in te non alberghi nemmeno un barlume di coscienza..

Abbi, comunque, cura di te..

Allora..

ad maiora semper“.. (come ripeteva, spesso, il mio prof. di filosofia)..

E suggerendolo, stavolta, prima a me stessa.. ti dico:

amati. Ne hai un disperato bisogno.

 

m f

 

 

 

 

 

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