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Il solito stucchevole dualismo fra mente e corpo. Proviamo ad andare “oltre”, una buona volta!


News Neuroscienze – P.N.E.I.


“Ogni processo mentale si correla con un processo neurale”. Lo ribadiscono Filippo Bogetto e Maurilio Orbecchi dell’Università di Torino. Un messaggio rivolto in particolare a chi non sostiene la correlazione tra mente e cervello, soprattutto nelle malattie degenerative del sistema nervoso o nei disturbi, come, ad esempio, la depressione.


Il cervello, sottolineano i due studiosi, è in continua trasformazione in relazione a ciò che riceve e a ciò che produce.

D’altronde il prof. Erik Kandel neurologo, psichiatra, neuroscienziato austriaco) ha vinto il Premio Nobel per la Medicina, nel 2000, per le sue ricerche sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni, spiegando, anche, la nascita di nuovi circuiti nervosi attraverso la psicoterapia. I quattro punti fondamentali, enunciati dall’illustre ricercatore, sono i seguenti:

  1. Tutti i processi mentali, anche quelli psicologici più complessi, derivano da operazioni del cervello
  2. I geni e i loro prodotti proteici sono determinanti importanti per le funzioni cerebrali
  3. L’apprendimento produce alterazioni nell’espressione genica à
    alterazioni biologiche e comportamentali
  4. La psicoterapia, mediante il meccanismo dell’apprendimento, produce modifiche a lungo termine nel comportamento, provocando cambiamenti nell’espressione genica (attraverso il meccanismo epigenetico n.d.r.) che alterano la forza delle connessioni sinaptiche e causando modifiche strutturali


Con gli strumenti di imaging (come, ad esempio la RMN o la PET) poi, si possono osservare i luoghi attivi del cervello nelle funzioni sane o nei casi di disturbi, associando gli aspetti mentali e cerebrali.

Nonostante questi studi siano patrimonio dei ricercatori, c’è chi si mostra contrario ai risultati. È il caso di Gary Greenberg, psicoterapeuta e autore di un libro sulla depressione. Intervistato da Tuttoscienze, Greenberg ha sostenuto la scissione tra mente e cervello, senza presentare prove per avvalorarla. Da lui anche una critica all’uso degli antidepressivi. “I risultati non possono essere sempre buoni”, ammettono Bogetto e Orbecchi. “In ogni caso, il trattamento antidepressivo, nei quadri clinici che lo richiedono, va instaurato per evitare gravi rischi al paziente. Non farlo è indice di ignoranza professionale e di comportamento non etico”.

Conclusioni e riflessioni

È strano come, su un discorso pragmaticamente verificabile quale il rapporto fra mente e corpo, si debba assistere, ancora oggi, a dissertazioni tecniche dai risultati contrastanti. Basterebbe riflettere, al netto della presunzione negativa, sul rapporto che c’è fra le informazioni generate (elettromagneticamente) dalle cellule atrocitarie (che controllano la depolarizzazione neuronale e l’efficienza neurotrasmettitoriale) e quelle neuronali, per concludere, molto semplicemente, che la vita nasce grazie all’energia, la quale si manifesta sotto forma aggregata (corpo) e addensata (attività mentale). Su argomenti simili, molto tempo fa, Albert Einstein, ha vinto il Premio Nobel. Possibile che la formula fisica studiata al liceo (elaborata da Einstein) in base alla quale, l’energia di una massa è uguale al peso della stessa moltiplicato per il quadrato della velocità della luce, non attivi alcuna intuizione in ricercatori (medici o psicoterapeuti che siano) per capire che la mente è il sotware e il corpo l’hardware? Questo discorso lineare… è proprio così difficile da comprendere?

Fonti

  • www.edott.it

Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta – docente di Psicologia fisiologica c/o la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico (SFPID) – ROMA

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