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Sicuro di esserlo, veramente?


Vintage – Remix

Due termini apparentemente antitetici che stanno ad identificare, contestualmente, il recupero di quanto è stato già fatto (come patrimonio di valori) e l’adattamento, in funzione dell’evoluzione e dei cambiamenti personali, individuali e sociali. In questa nuova sezione, potrete, di tanto in tanto, riapprezzare alcuni “incontri” che, altrimenti, correrebbero il rischio di perdersi all’interno del ricchissimo archivio de “La Strad@”. Il lavoro originale (dal titolo: “Chiedimi se sono felice”) è stato pubblicato il 27 giugno 2002. Ora viene riproposto con alcuni “sostanziosi” arricchimenti.

Buona lettura


 

Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca. Sembra che gli occhi ti siano volati via e che un bacio ti abbia chiuso la bocca. Poiché tutte le cose sono piene della mia anima emergi dalle cose, piene dell’anima mia. Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima, e rassomigli alla parola malinconia. Mi piaci quando taci e sei come distante. E stai come lamentandoti, farfalla turbante. E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge: lascia che io taccia col tuo silenzio. Lascia che ti parli pure col tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e costellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice. Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Allora una parola, un sorriso bastano. E son felice, felice che non sia così (Pablo Neruda)

Cosa significa essere felici?

Felicità è un termine di derivazione latina (Felicitas), che si riporta al verbo greco Feo (PHYO) con il significato di produttore di Fecondità: in sostanza ricchezza interiore. Potremmo definire la felicità come quello stato d’animo di intensa emotività che consegue al raggiungimento di un obiettivo importante, per il quale ci si è impegnati a fondo; è tipico dell’essere umano realista (che sa valutare correttamente il positivo ed il negativo della vita sapendo apprezzare ciò che ha e quello che può ottenere) il quale ha acquisito, mediante l’esperienza, la capacità di produrre benessere, cioè quella condizione temporanea conseguente allo stato di equilibrio metabolico psicofisico (OMEOSTASI) che deriva dall’appagamento dei propri “bisogni”.


Possiamo aggiungere che la felicità risulta dal dialogo continuo e prevalentemente inconsapevole che ognuno ha con se stesso e che si chiama identità.

Ogni essere umano, perché sia felice e per non cadere nella noia, ha necessità di crearsi degli obiettivi di vita:

  • a “breve” temine;
  • a “medio” termine;
  • a “lungo” termine.


Obiettivi a “breve” termine


“Se stai bene di pancia, di polmoni e di piedi, tutte le ricchezze del mondo non potrebbero aggiungere nulla alla tua felicità” (Virgilio). Imparare ad utilizzare correttamente i 5 sensi che la Natura ci ha donato:

  • dando importanza a tutto quello che, nella propria vita, va bene (efficienza psicofisica – eventi positivi cui non si dà importanza);
  • consapevolizzando che la felicità è fatta di piccoli e grandi eventi da cui possiamo trarre spunti per sentirci gratificati: una buona tazza di caffè (magistrale è, a tal proposito, l’interpretazione di Eduardo de Filippo nella commedia Questi fantasmi) un semplice bicchiere d’acqua fresca quando si ha sete, la possibilità di scoprire le bellezze naturali che si celano dentro un panorama da “gustare” con gli occhi;
  • etc.

Obiettivi a “medio” termine

Proporsi dei progetti mediante i quali ottenere una propria realizzazione (relativa a quel progetto) e che riguardi uno dei seguenti capisaldi della propria esistenza:

  • Lavoro;
  • Affetti ;
  • Tempo libero;

Obiettivi a “lungo” termine

Imparando a vivere secondo una dimensione umana corretta, riuscendo ad appagare sempre meglio quei bisogni primari necessari per lo sviluppo di una identità corretta e matura


La ricerca della felicità è un film del 2006, diretto da Gabriele Muccino e descrive la vera storia di Chris Gardner, un brillante venditore senza fortuna nella San Francisco degli anni ’80. Padre affettuoso di Christopher, un vivace bambino di cinque anni. Abbandonato dalla moglie, decide di concorrere per uno stage non retribuito presso una società finanziaria. Senza stipendio, sfrattato dall’appartamento e poi dalla stanza di un infimo motel, Chris e il suo bambino cercheranno di sopravvivere dormendo nei ricoveri per i senza tetto o nei bagni pubblici della metropolitana. Indossando sempre il suo abito migliore e la fierezza di chi non vuole mollare, Chris troverà una porzione di felicità. Niente di travolgente. Piuttosto un padre che resta e decide di sognare per sé e suo figlio.

Il colloquio di lavoro…


” Chris Gardner, piacere. Sono rimasto più di mezzora, nell’attesa di essere ricevuto da voi cercando di trovare una storia che giustificasse il fatto che sono venuto qui… vestito in questo stato! E ho cercato di immaginare una storia che mi consentisse di mostrare delle qualità che, sono sicuro, qui voi apprezzate! Ad esempio, essere volenterosi, creare un obiettivo, fare gioco di squadra… ma non mi è venuto niente. La verità è che sono stato arrestato per non aver pagato una serie di multe e me la sono fatta di corsa, fin qui, dalla centrale di polizia”.

“Cosa stava facendo, prima che l’arrestassero?”

“Stavo imbiancando l’appartamento”.

“dicono di lei che è volenteroso e molto intelligente. Vuole imparare questo mestiere?”

“Si, certo che lo voglio! Io sono il tipo di persona che, se gli fate una domanda e non sa la risposta… vi dice chiaro e tondo che non lo sa… ma potete scommettere che sa come trovarla, quella risposta!”

“Cosa diresti se assumessi un uomo che si presenta ad un colloquio di lavoro senza neanche una camicia e io lo assumessi?”

” Che, forse, indossava un bel paio di pantaloni!”

Volendo cercare altro, cosa potremmo aggiungere alla domanda: “Come si fa ad essere felici?

Partiamo da un concetto base: ogni essere umano ha necessità di dare un senso al tempo che trascorre durante la propria esistenza. Come si fa a centrare questo obiettivo? Imparando ad aver chiaro quali sono le condizioni da realizzare per costruire un ambiente a misura corretta. Tali condizioni si raggiungono attraverso l’appagamento di bisogni primari, necessari allo sviluppo di una identità matura. Tali bisogni sono sotto gli occhi di tutti, ma poche persone riescono ad appagarli e goderne i vantaggi. Analizziamo, per esempio, il concetto di autoaffermazione, che consiste nel “realizzare” se stessi nella maniera corretta, nel rispetto della propria identità, integrandosi correttamente nel tessuto sociale, rispettando le leggi sociali non opprimenti e cercando di adeguarsi a quelle non propriamente logiche, ma sapendo anche quali sono le necessità riguardanti i dettami naturali del viver bene. Affermare se stessi significa porre l’attenzione sul fatto che esistiamo e che possiamo godere della nostra stessa esistenza. Se io sto seduto su una poltrona, quanto apprezzerò il vantaggio rispetto allo stare in piedi? Se sto seduto su una poltrona comoda, quanto apprezzerò, consapevolizzandolo, il vantaggio, rispetto allo star seduti su una poltrona scomoda, su un sedile di pietra? Non ci si fa attenzione perché gli esseri umani vivono rincorrendo degli obiettivi per imitazione, cioè osservano altri esseri umani che, molte volte, sbagliano impegnandosi nella realizzazione di progetti ritenuti corretti e che, spesso, saranno inutili e dispendiosi. Pensiamo a quanti “sperperano” il limitato tempo a propria disposizione, cercando a tutti i costi di realizzare dei risultati che poco hanno a che fare con ciò che veramente serve all’essere umano: una casa grande, un’automobile di lusso, un posto di lavoro carico di responsabilità, un capitale economico considerevole. Perché tutto questo è scorretto? Perché, pur partendo da elementi giustificabili (quali quelli di cercare di migliorare la qualità della propria vita, attraverso, appunto, una casa più comoda, la possibilità di spendere del capitale economico, il viaggiare su una vettura confortevole, il vestirsi con abbigliamento comodo) sconfinano in un’illogicità manifesta: cioè per raggiungere questi obiettivi che dovrebbero migliorare la qualità della loro vita, la peggiorano sensibilmente perché devono lavorare e guadagnare moltissimo (e, a volte, accettare compromessi e “svendere” la propria coscienza) arrivando a stressarsi al punto tale da non riuscire a godere affatto di ciò che si è prodotto.

Come ci si deve regolare, allora, giacché comunque la disponibilità economica serve per una vita più comoda, senza mirare ad accumulare grandi capitali? Entro che limiti ci si deve impegnare in questo senso?

I limiti li troviamo da soli, nel momento in cui alleniamo la nostra mente a pensare in maniera corretta, perché ognuno è in grado di costruirsi una strategia operativa per il breve, medio e lungo periodo, a condizione che usi al meglio le proprie capacità mentali. Capire e vivere “termini” come autoaffermazione e autostima, imparando ad amare se stessi ed apprezzandosi per quello che di buono si riesce a fare, nei confronti della Società in cui si vive, attraverso il miglioramento delle relazioni sociali, mediante la costruzione di rapporti umani improntati ad amore solidale…

Così facendo, daremo un senso a tutto quello che “siamo”.

Di conseguenza, saremo disponibili a lavorare per avere un tornaconto di tipo economico o, soprattutto, di tipo motivazionale, acquisendo il senso della misura. In questo modo, stabiliremo di lavorare in maniera equilibrata, per poi godere di ciò che ci circonda e di quello che “abbiamo anche dentro”: quanti di noi, infatti, sanno dare il giusto valore al corretto funzionamento del proprio organismo ed all’assenza di conflitti sofferenti?

È molto diffuso nelle persone della vecchia generazione, l’atteggiamento del “sacrificio da formica” rispetto allo “scialo da cicala” che, invece, appartiene di più alle giovani rappresentanze. Chi ha ragione?

Il primo, è un atteggiamento legato a stili di vita antichi che risentono, in gran parte, dalla morale della favola “la cicala e la formica”, in cui si evidenziava l’avvedutezza di quest’ultima nel prepararsi adeguatamente alla stagione invernale. C’è un però! Se la laboriosa formica, durante l’incessante “raccolta” estiva, fosse rimasta vittima di un incidente qualsiasi (ad esempio, rimanere schiacciata sotto la scarpa di qualche distratta persona), non avrebbe utilizzato il frutto di quelle attività che le avevano sottratto la possibilità del vivere “qui ed ora”. In pratica, un estate rovinata ed un inverno non vissuto: che strategia fallimentare! Quando ci insegnano che viene prima il dovere e poi il piacere, ci prendono in giro rubandoci una cosa importante: il nostro tempo! Molti esseri umani lavorano come se avessero due vite: la prima per accumulare e la seconda per usufruire dei crediti acquisiti. Di conseguenza, si conduce una vita piena di rinunce per realizzare una sorta di paracadute da utilizzare nei momenti di declino della propria esistenza. Non sarebbe meglio utilizzare il tempo, da giovani, in maniera matura ed equilibrata (non rinunciando ad esperienze piacevoli) per prepararsi ad una terza età da percorrere passeggiando, senza precipitare negli strapiombi che sono il risultato di depauperamenti organici conseguenti a troppe rinunce giovanili? A queste condizioni non si avrebbe bisogno, nei momenti “critici”, di alcun paracadute!

È altrettanto evidente, però, che è necessario dare importanza al tempo che si impiega per ottenere ciò che serve da barattare, cioè il denaro.

Quindi, in conclusione, è necessario costruire una scala di valori in cui “spendersi” per ottenere, in cambio, qualcosa di più e di meglio di quanto è costato.

Perché molti hanno paura di mostrare la propria gioia?

Questo è un problema che affonda le radici nell’antichità, all’epoca degli antichi greci, i quali avevano paura di mostrarsi felici, contenti, perchè temevano l’invidia degli Dei. In effetti, a quei tempi, si temeva che gli dei punissero gli esseri umani per la loro felicità, e quindi si mostravano sempre tristi, insomma cercavano di non far vedere i loro stati d’animo al positivo. Questa sciagurata tradizione si tramanda ancora oggi! Molte persone dichiarano di aver paura dei propri momenti felici per timore di doverla scontare attraverso molta sofferenza. Questo tipo di convinzione “ellenistica” risente della cultura del tempo: infatti gli Dei venivano umanizzati e “nevrotizzati”, schiavi di complessi di inferiorità, permalosi e suscettibili.


RIFLETTIAMO:

Se tu non sei felice per paura che poi soffrirai… nel frattempo soffri comunque! Soffri perché hai paura di essere felice… altrimenti soffrirai. Allora, tanto vale godere tutte le volte che si può, altrimenti si soffre e basta!

Perché la felicità dura poco?

La felicità va rincorsa…


Fu in quel momento che cominciai a pensare a Thomas Jefferson, e alla dichiarazione d’indipendenza, quando parla del diritto che abbiamo alla vita, libertà e ricerca della felicità… e ricordo di aver pensato: “come sapeva di dover usare la parola ricerca?” Perché la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire, e che forse non riusciremo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo.


Come la si mantiene, dentro di noi, il più a lungo possibile?


  • ponendosi domande “intelligenti”;
  • cercando risposte adeguate;
  • applicando, nella vita quotidiana, i risultati delle proprie riflessioni;
  • facendo tesoro delle esperienze conseguenti;
  • mantenendo il gusto verso il nuovo… così come fanno i bambini!



Come dire: la felicità sta nel gusto che proviamo nei confronti delle cose della vita (con curiosità e accettazione), piuttosto che nelle cose che la vita ci mette di fronte!

Se vuoi qualcosa, va’ e inseguila. Punto!

“Ehi, pa’, gioco a basket proprio come un professionista!”

“Beh, forse giocherai più o meno come giocavo io. È così che funziona. Io ero abbastanza negato, quindi arriverai ad un certo livello, forse.. sarai bravissimo in un sacco di cose ma, in questo, no di certo. Quindi non voglio che stai qui a tirare la palla per tutto il giorno. Ok?”

“Ok…”

“Ehi!”

“Si?”

“Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, neanche a me! Ok?”

“Ok!”

“Se hai un sogno tu, lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa, cercano di demotivarti per convincerti di esser un incapace. Se hai un sogno inseguilo. Punto!”


Come si costruisce la felicità?


Le lunghe attese… dove stiamo andando? Il lavoro, rende felici? Solo due domande: dimmi cosa fai e come lo fai! La felicità non è altro che il profumo del nostro animo. La nostra felicità non dipende soltanto dalle gioie attuali ma, anche, dalle nostre speranze e dai nostri ricordi!

Avere il tempo impegnato, molte volte equivale a non pensare in modo negativo. Come possiamo, allo stesso tempo, creare un giusto equilibrio psichico?

Ognuno di noi per avere una vita equilibrata, ha bisogno di “insemenzare” il proprio esistere fra un’attività lavorativa che gli impedisca di annoiarsi, degli affetti per irrigare i sentimenti positivi e del tempo libero da gestire per pensare meglio a se stesso. All’interno di questi tre aspetti importanti, bisogna creare degli equilibri, che sono personali, non possono essere indicati in maniera rigida e variano nel tempo

E una “ricettina” per vivere bene?

Ingredienti base


  • Accettazione di sé, per riuscire a dare ed a ricevere amore.
  • Adattamento ai cambiamenti della vita per metabolizzare le tossine del vivere quotidiano ed integrarsi nella Società.
  • Realizzazione personale attraverso un’attività lavorativa gratificante.
  • Ridimensionamento dell’attaccamento ai beni materiali.
  • Valorizzazione dell’esperienza di vita vissuta.

Preparazione


  • Miscelare bene gli ingredienti, a temperatura meditativa (non troppo calda).
  • Cuocere lentamente per lasciare che i nuovi apprendimenti si stratifichino ben bene.
  • Lasciare raffreddare (per favorire l’uso di logica).

Utilizzando con equilibrio il prodotto finito, si riuscirà a realizzare quella condizione conseguente allo stato di equilibrio psicofisico derivante dall’appagamento dei propri “bisogni”, che ci fa vivere senza disturbi persistenti e si chiama BENESSERE.



Un uomo sta affogando nell’oceano. Arriva una barca e cerca di aiutarlo, ma l’uomo risponde: “Non abbiate paura, andate, Dio mi salverà”. Arriva una seconda barca, sempre con l’intenzione di salvare l’uomo che stava affogando. Ma l’uomo risponde ancora: “Non abbiate paura, Dio mi salverà”. L’uomo muore affogato e va in Paradiso. La prima cosa che fa è andare da Dio chiedendo perché non lo avesse salvato! Ma Dio gli risponde stupito: “Ti ho mandato due barche, stupido!” Morale: Dio ci aiuta sempre, solo che, a volte, non capiamo come! (Chris Gardner)


Il momento della verità…



Il giorno dopo, dopo il lavoro, andammo sulla spiaggia, lontano da tutto e da tutti: solo mio figlio e io. Lontano dagli autobus, dai rumori e dalla costante delusione avuta da me stesso. Ripensavo a quando, da ragazzo, presi ottimo all’esame di storia ed abbi la sensazione che sari riuscito a fare qualunque cosa nella vita. E invece, non ero riuscito a combinare niente!

“Manca un giorno all’esame, stai bene? Comunque vada, voglio che tu sappia che hai fatto un lavoro fantastico!”

“Grazie”

“Come va, Chris?”

“Lieto di vederla, signore!”

“Bella camicia!”

“Ho pensato di mettere la migliore che avevo, per l’ultimo giorno, qui”.

“Lo apprezziamo molto… ma… io ne metterei una anche domani! D’accordo? Perché domani sarà il tuo primo giorno di lavoro!, sempre che la cosa ti interessi! Ti piace l’idea, Chris?”

“Si, signore!”

“Bene, siamo molto felici. Allora, benvenuto a bordo! È stato facile come pensavi?”

“No, signore, non lo è stato affatto, signore!”

“Beh, buona fortuna, Chris!”

Questa parte della mia vita, questa, piccola, parte si può chiamare “felicità”!


G. M. – Medico Psicoterapeuta

 

Grazie alla collaborazione di Erminia Acri, Giuseppe Dattis, Maria Rita Piro.