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In compagnia di epigenetica e cellule staminali.


 

News Neuroscienze P.N.E.I.

 

Resta controversa l’origine delle staminali tumorali. Una teoria segue un modello probabilistico di espansione, suggerendo che eventi genetici o epigenetici acquisiti da tutte le cellule del tumore possano conferire loro la staminalità, cioé la relaiva “immortalità”. La seconda teoria prevede, invece, che le mutazioni avvengano a carico delle staminali sane, già in grado di automantenersi e proliferare e che perdano la capacità di regolare queste funzioni. Le staminali sane, avendo una vita lunga e generando in caso di necessità una vasta progenie, sono un ottimo target per l’accumulo di mutazioni genetiche o epigenetiche necessarie per la trasformazione maligna. Ci sono evidenze che supportano entrambe le teorie, le quali possono verificarsi in contemporanea.

Le staminali sono più resistenti a chemioterapia e radioterapia rispetto alle cellule figlie e bisogna quindi trovare terapie specifiche.

A questo scopo – spiega Benedetta Bussolati, professore di nefrologia al centro di biotecnologia molecolare del dipartimento di medicina interna dell’università di Torino – il nostro gruppo studia il modo di indirizzare i farmaci alle cellule staminali inserendoli dentro i liposomi, vescicole che vengono mangiate dalle staminali tumorali. Ci concentiamo sul carcinoma renale, caratterizzato da un’elevata resistenza alla chemio e radioterapia, e siamo riusciti per primi a identificarne le staminali. Queste cellule hanno caratteristiche di potenzialità differenziativa impressionanti. Oltre a generare le cellule del tumore, formano, come quelle normali, le cellule dei vasi del tumore stesso. E’ la caratteristica che rende il carcinoma renale capace di generare da solo le strutture che gli portano nutrienti e ossigeno, con un meccanismo di vasculogenesi simile a quello dell’embrione. Il nostro sforzo, ora, è studiare, grazie a fondi della Regione Piemonte e del ministero dell’Istruzione, il differenziamento delle staminali nei vasi e nel tumore per identificare i farmaci che blocchino questa capacità”. 

Fonti

  • La Stampa, 21 luglio 2010 – pag. 24.
  • www.edott.it 21 luglio 2010

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