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Il crollo di ogni certezza? Una “tempesta” perfetta!


Clinica

Questo articolo è stato pubblicato, la prima volta, il 12 dicembre 2007. A distanza di oltre due anni, si è ritenuto di riproporlo con qualche aggiornamento e arricchimento. Vista la complessità dell’argomento in questione, si è inteso svolgerlo in maniera colloquiale, estrapolando le tante domande che vengono poste durante i colloqui d’analisi. Si ringraziano gli analizzati per le loro “stimolazioni” scientifiche.

Caro dottore, sono qui per capire in che modo dare una sterzata alla mia vita sul piano della qualità di base. Da tempo soffro di attacchi di panico e, nonostante abbia chiesto aiuto a professionisti del settore, mi ritrovo “rinchiusa”, sempre più, all’interno della mia problematica. Spero di riuscire nel mio intento e di non restare delusa nelle mie aspettative.

Qualunque problema si sviluppi a livello psicologico, sul piano teorico, basta trovare il bandolo della matassa per eliminare il quadro sintomatologico.

E a livello pratico?

Il discorso non è altrettanto automatico. A volte, infatti, esistono delle motivazioni “a monte” e “a valle del problema” che rendono il percorso terapeutico un po’ insidioso ma non per questo non affrontabile. Basta sapere dove mettere le mani e, soprattutto, poter contare sulla maggiore disponibilità possibile, da parte dell’analizzato.

Su questo, non c’è problema.

Cominciamo, allora. Per intanto, vorrei fornirle qualche chiarimento sul termine “panico” e “attacco di panico”. In questo modo, cominciamo a “prendere le misure” .

Ah! finalmente…


“Panico” ha relazione con Pan, figura mitologica greca che, avendo sembianze miste fra il caprone e l’essere umano (munito di corna e zampe caprine) era ritenuto patrono del riposo pomeridiano, durante il quale era capace di infondere timore, ansia e panico. Continuando con le definizioni, nel linguaggio della critica letteraria il termine panico si riconduce alla Natura concepita panteisticamente (cioè identificando la divinità con tutta la realtà e la natura del mondo), come forza vitale e creatrice. In pratica, ponendosi in condizione di attesa ansiosa di fronte agli eventi della vita, dal momento che ci si sente solo spettatori di una sceneggiatura scritta da altri (forze sovranaturali imponderabili), si otterrà, in risposta, una condizione di tensione latente che costituirà il substrato da cui si genererà quella saturazione che porterà un quadro di ansia generalizzata non più sostenibile. A quel punto, il passo fra la percezione di non riuscire a governare più nulla e la convinzione di “precipitare” in un baratro è breve: da qui il panico… e tutto quello che ne consegue.


Cioè ?

Il timore repentino di un pericolo che turba profondamente l’animo impedendo ogni reazione di difesa attiva e suscitando l’impulso incontenibile alla fuga (generalmente verso luoghi conosciuti e “rassicuranti”). Nell’accezione comune, infatti, ci si riferisce al “lasciarsi prendere dal panico” intendendo quella condizione collettiva di allarme, che determina comportamenti impulsivi e incontrollabili. Questo sul piano psicologico.


Perché, c’è differenza con quello biologico?






Sono l’uno la conseguenza dell’altro. Mi spiego meglio. La vita cellulare, intesa come “unità pensante” si determina negli atomi del suo DNA, lì dove esiste una struttura organizzata sul modello di piccoli sistemi solari con un nucleo centrale in cui si generano e si scambiano informazioni e degli elettroni che le trasmettono ad altri atomi vicini. In questo modo, i messaggi della “coscienza nucleare” viaggiano lungo la molecola del DNA per essere trasmessi nel citoplasma e raggiungere le pareti cellulari. A questo punto, viaggiano lungo il tessuto organico di pertinenza e consentono la modulazione funzionale di tutti gli apparati intersistemici (nervoso, endocrino e immunitario).


Tutto questo, con i miei attacchi di panico, cosa c’entra?


Quando, nel sistema nervoso (a livello di neuroni e nevroglia) si determinano messaggi ad elevata frequenza elettromagnetica, gli impulsi elettrici risultanti, determinano un duplice effetto:

    • a livello sinaptico attuano un meccanismo che “sfasa” il rilascio e il riassorbimento di neurotrasmettitori cruciali per la stabilità del tono dell’umore;

  • a livello sistemico neurovegetativo, attivano la componente ortosimpatica (che prepara l’organismo allo “configurazione stressogena”), inibendo il lavoro “rilassante” del parasimpatico.

Questo, alla resa dei conti, partendo da motivazioni psicologiche, coinvolge neuromodulatori (che regolano il traffico degli impulsi complessi) e neurotrasmettitori (che veicolano impulsi elementari) con un meccanismo che, intossicando le cellule, peggiora il quadro sintomatologico.

Allora, volendo, ha senso pensare all’idea di sintomatici chimici (ad esempio, farmaci e similari) solo per attenuare i disturbi che derivano dai disequilibri organici. Indicati allo scopo, sono le benzodiazepine opportunamente modulate o succedanei (sostanze sostitutive con simili caratteristiche e proprietà) fitoterapici, cui aggiungere, in caso di necessità, stabilizzatori del tono dell’umore. Per il “primum movens” (la causa iniziale) psicologico, diventa necessario riuscire a riequilibrare l’andamento energetico delle microparticelle attraverso un training formativo (ad esempio, psicoterapia o counseling psicologico) adeguato a generare la capacità di elaborazione di strategie opportune di fronte ai vari eventi della vita. Tutto qui.

Esiste un’età in cui il panico si può manifestare?

Il Disturbo di Panico, cioè DP (una volta conosciuto come DAP, ovvero disturbo da attacchi di panico), riguarda sul piano statistico, una persona su 75 circa. Di solito appare durante l’adolescenza o la prima età adulta. Il nesso causale, clinicamente parlando, riguarda le più importanti fasi di transizione della vita che portano inevitabilmente una certa quantità di stress e ansia: gli esami scolastici e universitari, il matrimonio, il primo figlio, cambiare lavoro o posizione lavorativa, e così via. Il punto è, però, che non incidono tanto i fattori stressogeni in quanto tali, bensì il modo di rapportarsi ad essi.

Quindi, in funzione di una personalità flessibile, si allontana il rischio di un simile problema, anche se ci si trova ad affrontare l’inverosimile. Ci sono anche prove di una predisposizione in termini di familiarità. Questo è dovuto al fatto che, in un nucleo familiare si acquisiscono metodologie comportamentali simili… e, di conseguenza, si genera lo stesso tipo di difficoltà.


Per quanto mi riguarda, il primo attacco di panico è arrivato in un momento preciso della mia vita: l’approssimarsi della data delle mie nozze (poi rimandate). Con il tempo mi sono convinta che non era quello che volevo o, perlomeno, non ancora…

Però, quando mi soffermo ad osservare i modelli comportamentali altrui, se da una parte inorridisco all’idea di una vita piatta e priva di interessi particolari, dall’altra mi sento in difficoltà a desiderare qualcosa di tanto diverso. E se fossi io ad essere tutta sbagliata?

“Non c’è speranza senza paura, né paura senza speranza” (Benedetto Spinosa). Ogniqualvolta immaginiamo il nostro futuro, speriamo che ci riservi il meglio, in ogni senso. Poi, man mano che procediamo verso quell’angolo al di là del quale non riusciamo più a scorgere panorama, cominciamo a chiederci se, veramente, valesse la pena di aver fatto tanta strada per arrivare fino a quel punto…

il dubbio, cioè quell’atteggiamento metodologico che porta a sospendere ogni giudizio poiché nessuna conoscenza certa è possibile ha, in sé, il fascino della ricerca e, nel contempo, la tensione di non poter contare su parametri di riferimento collaudati a sufficienza. D’altronde, cos’è la paura se non quell’emozione di allarme che ci fa attivare al massimo l’attenzione su qualcosa che riteniamo essere un potenziale pericolo?

Ecco perché, fintanto che non riusciamo a conquistare una sufficiente maturità di valutazione, avvertiamo la necessità di non uscire da un “seminato” conosciuto… anche quando tutto questo ci sta piuttosto stretto. Si può arrivare ad avvertire il bisogno di emanciparsi da tutto e da tutti… mantenendo, però, la ricerca dell’approvazione altrui!

Vorrei sapere se questo momento della mia vita possa essere definito “fase transitoria”. In caso di risposta affermativa, mi chiedo come mai ancora non sia riuscita a raggiungere un livello di maturazione adatto per vivere in questo contesto sociale.

Non c’è da allarmarsi né, tantomeno, da rammaricarsi. Dipende dalle opportunità che, finora, ha potuto dedicare a se stessa. Probabilmente ha deciso di procedere con un passo al di sotto delle sue reali capacità. Magari in ciò avrà contribuito un percorso di studi non confacente alle sue aspirazioni, un ambiente che l’ha indotta a chiudersi in maniera introspettiva, la percezione di dover accorrere in soccorso dei suoi familiari posponendo le sue giuste aspettative. Se ci aggiungiamo, inoltre, che non è facile incontrare persone che ci indichino percorsi corretti di crescita, come vede, di motivi ce ne sono molti.

Il ruolo della genetica in tutto questo?


Secondo il dizionario della lingua italiana del prof. De Mauro (ex ministro della Pubblica Istruzione) la genetica si identifica con quella parte della biologia che studia i meccanismi di trasmissione, la variabilità e l’evoluzione dei caratteri ereditari negli animali e nei vegetali. Inoltre, col termine “gene”, si intende quel segmento della struttura molecolare del DNA, che costituisce l’unità portatrice di un carattere ereditario ed è localizzato in una precisa posizione di un particolare cromosoma. Fermo restando l’indiscutibilità del valore della genetica e l’importanza che riveste la ricerca in questo settore, come le ho accennato prima è una questione relativa alla “scala” di osservazione. In pratica fino a grandezze che ci consentono di osservare parti di una cellula ci troviamo di fronte un contenitore di informazioni costituito da Nucleotidi, cioè sequenze di DNA composte da uno zucchero a cinque atomi di carbonio (pentoso: ribosio o desossiribosio) legato a una base azotata (una purina o una pirimidina) e ad una unità di fosfato. “Frantumando” questo insieme (di per sé già piccolissimo), arriviamo ai costituenti base della materia, cioè il più piccolo elemento organizzato esistente in natura: l’atomo. Al suo interno microparticelle definite “elementari” dai fisici, in base al loro movimento, genereranno le informazioni che daranno vita a tutto il resto.

E l’ambiente?


L’ambiente, in fondo, agisce a questi livelli, influenzando, di conseguenza, anche l’aspetto genetico. Infatti, gran parte delle informazioni che ci investono sotto forma delle più svariate stimolazioni, viaggia attraverso frequenze elettromagnetiche che, in qualche modo, condizionano il nostro organismo, agendo sul DNA in un modo articolato e mirabilmente complesso. In base a come (attraverso la percezione) ci adattiamo agli stimoli del mondo esterno, lasciamo che dei segnali (impulsi elettrici, etc.) particolari dialoghino con le membrane cellulari facendo si che, all’interno di cellule specificihe, si attivino meccanismi il cui risultato ultimo è quello di condizionare un enzima chiamato DNA Polimerasi il quale partecipa al processo di copiatura e duplicazione del DNA medesimo.

Giusto per far capire quanto il mondo esterno sia costituito, in fondo, da energia (sotto forma di spettri elettromagnetici, di seguito mostriamo un’immagine da cui risulta che tutto, in fondo, è presente grazie ad una variazione di frequenza delle onde elettromagnetiche.


Perché sono soprattutto le donne a soffrire di questi disturbi? Devo concludere che siamo veramente il “sesso debole”?

“Una domanda assennata rappresenta metà della saggezza” (Francis Bacon). Evidentemente lei è un’acuta osservatrice e ricercatrice, dal momento che si basa su dati divulgati con valenza statistica. Diciamo che esiste un duplice motivo:

    • il primo, relativo al fatto che molti uomini non dichiarano di avere questa difficoltà;

    • il secondo, basato su una realtà evidente, in base alla quale le donne ricoprono impegni multiruolo (mogli, madri, lavoratrici, etc.) nei confronti dei quali avvertono il fiato sul collo di chi sta lì per giudicare e condannare gli affanni di chi stenta a tenere il passo dovendo dire, ancora una volta, “un altro sì”…

Gli attacchi di panico possono avere una causa biologica?

Negli ultimi vent’anni le neuroscienze hanno compiuto grandi progressi nella comprensione delle strutture del cervello e delle sue funzioni psiconeurologiche. Gli studi dei meccanismi relativi alle emozioni, dalla paura alla rabbia, dalla gioia alla tristezza stanno tracciando un nuovo atlante neuroanatomico in cui ricondurre la loro genesi topografica. Tra i pionieri di questo settore c’è Joseph Le Doux, professore di neurobiologia della New York University, autore di numerose pubblicazioni sui meccanismi cerebrali della paura.

Costui ha individuato un circuito che collega l’orecchio direttamente al talamo (stazione di ricezione delle informazioni da smistare ai distretti specifici della corteccia cerebrale e, da lì al sistema limbico, in particolar modo all’amigdala (una “piccola mandorla” che si è rivelata l’organo principale per l’attivazione dei meccanismi della paura)

Sottolinea Le Doux: “L’amigdala è specializzata nel reagire a un particolare stimolo e nel provocare una risposta fisiologica, che rappresenta l’emozione della paura. Molto diverso invece è ciò che accade quando percepiamo coscientemente il sentimento della paura, attivato da un secondo, più lento percorso cerebrale che collega l’orecchio all’amigdala e quindi alla corteccia cerebrale. Qui il segnale minaccioso viene analizzato in dettaglio, usando informazioni provenienti anche da altre parti del cervello, e solo dopo il messaggio viene rimandato all’amigdala”. Se si tratta di un falso allarme, la corteccia cerca di arrestare la sensazione di paura. Ma il soggetto avrà pur sempre avvertito l’iniziale stato d’allerta indotto dall’amigdala. Così una persona sobbalza alla vista di un serpente sul sentiero. Ma se per caso quel serpente si rivela un semplice pezzo di legno, ecco che la paura subito svanisce. Lo stesso succede quando si sente il ruggito di un leone, ma non ci si impaurisce perché si sta visitando un zoo. In questo caso, gli input provenienti dalla corteccia cerebrale aiutano a vincere l’istintivo timore.

Ma questo secondo circuito, più lento, non sempre funziona a dovere, avverte il neuroscienziato statunitense: “Le connessioni neurali di ritorno dalla corteccia all’amigdala sono molto meno sviluppate di quelle di andata, dall’amigdala alla corteccia. E’ dunque maggiore l’influenza dell’amigdala sulla corteccia, che non viceversa, e perciò spesso stentiamo a controllare razionalmente le nostre emozioni”. Tale situazione diventa patologica nei soggetti fobici, che possono rispondere con paura alla semplice immagine di un serpente.

Da qui, ricaviamo due ordini di conclusioni:

    • Esiste una quota di “spinta basale” di tipo inconsapevole che deriva dalla costante attivazione della vigilanza periferica, che varia in funzione dello stress cui si è sottoposti e che costituisce la componente “cuscinetto” che, potendo variare in funzione di come viene modulata la risposta stressogena, rappresenta una riserva di adattamento rispetto alle tensioni quotidiane che possono, in tal modo restare al di sotto di valori soglia o amplificarsi diventando ansia e, in alcuni casi disturbi di panico.

  • Siccome le vie di conduzione verso le zone cerebrali dove si generano le emozioni sono meno precise di quelle che, da queste ultime, si proiettano in direzione della corteccia, siamo in grado di gestire situazioni emotive in maniera direttamente proporzionale alla capacità razionale e neutrergica (in funzione della lucidità residua) e inversamente proporzionale alla stanchezza psicofisica.

Lei prima ha detto che la tensione può diventare ansia e, in alcuni casi si trasforma in disturbo di panico. In quali casi?

Partiamo dal principio. Secondo le teorie classiche, innanzitutto è in gioco l’attaccamento a modelli relazionali primari non vissuti adeguatamente. In pratica, questo vuol dire, ad esempio, che si potrebbe avere avuto un rapporto non propriamente corretto con persone di riferimento (genitori, etc.) e, di conseguenza, avere creato, dentro di sé, problematiche relative ad aspetti specifici. Quindi, se il problema ha investito l’aspetto affettivo, si generanno disturbi in caso di paure relative all’abbandono (trauma nella percezione di poter perdere un sostegno affettivo); se è in gioco l’aspetto aggressivo, si manifesterà la reazione di panico, di fronte all’ipotesi di subire una punizione; ove mai fosse in discussione la componente neutrergica, allora la difficoltà si appaleserà in caso, ad esempio, di mobbing lavorativo.

Ovviamente, a prescindere da come si voglia considerare quanto riportato finora, devono esistere delle condizioni riguardanti l’assetto portante della personalità. Ne elenco alcune:

    • Rigidità caratteriale;

    • Pretesa di tenere sotto controllo situazioni non riconducibili a possibile autonomia gestionale (quando, insomma, le decisioni non dipendono da noi, o “solo” da noi);

    • Eccessive aspettative nei propri confronti;

    • Attitudine a produrre tensione nervosa in grado di generare quadri di “sovrasaturazione” difficilmente dissipabile;

    • Difficoltà a valutare gli eventi in maniera lucida e razionale (neutrergica);

  • Ridotta capacità di smaltimento dello stress accumulato.

Perché lo stress può attivare uno stato di malessere in grado di sfasare il sistema neurovegetativo e, di conseguenza, come mi ha spiegato, produrre i disturbi da attacco di panico?

Il motivo è legato alla complessa dinamica di funzionamento del nostro organismo, che sfasa il dialogo fra i sistemi che governano gli equilibri. Posso provare a descrivergliene uno, considerando che, comunque, senza le condizioni descritte precedentemente, difficilmente si attuerà una virata sensibilmente negativa. in pratica, il tutto accade in maniera inversamente proporzionale alla flessibilità personale e alla capacità di adattamento nei confronti delle possibili variazioni ambientali.

Il principale meccanismo adattativo che l’organismo pone in atto nella prima fase di reazione allo stress, è rappresentato dall‘attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con produzione di un ormone chiamato ACTH e conseguente stimolazione della corteccia surrenale con produzione di cortisone endogeno (che comporta una risposta di abbattimento immunitario). Una teoria recente sostiene che una sostanza, denominata Corticotropin Releasing Factor (CRF), coordina e modula, direttamente o indirettamente tutta la risposta adattativa agli stimoli. Si tratta di un neuropeptide formato da 41 aminoacidi, che determina sull’ipofisi un incremento della produzione di ormone ACTH, di Beta-endorfina, di ormone melanocortinico e MSH (ormone peptidico in grado di agire su zone cerebrali responsabili della motivazione e della capacità di apprendere, dello stato di veglia, dell’eccitamento sessuale, etc.).

L’esito finale è la produzione di ormoni glicocorticoidi, con effetti perciò sul metabolismo, sulla capacità riproduttiva, sui meccanismi che attivano l’infiammazione e sulla risposta immunitaria. Interessante è sottolineare come il progesterone e il desossicorticosterone (ormone corticosteroide ad azione mineraloattiva) hanno una funzione inibitrice sul sistema GABAergico (la cui attivazione determina sedazione), tramite i recettori GABA A, con azione simile alle benzodiazepine; altri ormoni come il deidroepiandrosterone (DHEA) hanno azione GABA-antagonista con effetto di tipo ansiogeno.

La risposta adattativa allo stress modulata dal CRF non riguarda solo la secrezione di ormoni dell’ipofisi ma coinvolge, attraverso connessione nervose dirette, la maggior parte dei neutrasmettitori. La secrezione di CRF nel cervello comporta una increzione di catecolamine e, in particolare, della noradrenalina (ormone da stress che coinvolge parti del cervello umano dove risiedono i controlli dell’attenzione e delle reazioni. Insieme all’epinefrina, provoca la risposta del tipo “combatti o scappa”, attivando il sistema nervoso ortosimpatico per aumentare il battito cardiaco, rilasciare energia sotto forma di glucosio da “bruciare” nelle caldaie mitocondriali e aumentare il tono muscolare)

Si è pure accennato al ruolo di CRF e oppiodi endogeni (dinorfina, prodinorfina e di metenkefalina) che sono peptidi (cioè molecole di peso molecolare inferiore ai 5000 dalton, costituiti da una catena di pochi amminoacidi, meno di 100) connessi con la riduzione della percezione del dolore, della fatica, della sensazione di benessere e di energia, etc. Nell’animale da esperimento il CRF causa una risposta motoria, con aumento della locomozione, mentre si riduce l’interattività sociale ed aumenta l’aggressività nel maschio e nella femmina la recettività sessuale si riduce. Nelle scimmie (il cui SNC è più vicino all’essere umano), si avranno, dopo somministrazione di CRF, un aumento della pressione arteriosa, dell’irrorazione muscolare, tachicardia, aumento della vocalizzazione. Procedendo con la somministrazione, avviene uno “sfiancamento” del sistema, con abbattimento e prostrazione, nonché senso di angoscia e di morte imminente.

Allora è per questo che quando manifesto questo sintomo non riesco a rendermi conto che, in effetti, si tratta di qualcosa di “virtuale”! In pratica, mi paralizzo “sentendo” solo la mia paura e cercando solo di chiedere aiuto!

Esatto. Complimenti per la deduzione logica. In pratica deriva tutto da uno stato di tensione che la fa vivere sotto stress costante che, di fronte ad ulteriori sollecitazioni (tutte le volte che entra in crisi per i motivi di cui le ho già parlato), provoca il “crash” del sistema.

L’ansia e l’attacco di panico, viaggiano sempre sullo stesso binario?

L’ansia può essere prodromica nei confronti del disturbo di panico ma, chiaramente, non è che tutte le volte che si genera l’ansia, si finisce col produrre tutto il resto!

In che modo si può contrastare l’attacco d’ansia, senza farla trasparire all’esterno?

L’attacco d’ansia non può essere contrastato, può essere scaricato, perché l’ansia è, dal punto di vista psicologico, uno scarico d’energia in confusione che produce una sensazione d’agitazione diffusa. Di conseguenza non può essere racchiusa all’interno di un ambito perché è dispersa. Quindi, così come una mandria di cavalli dispersa in un’ampia radura non può essere recuperata, l’ansia la puoi soltanto scaricare, consentendo che esca fuori da te. Ma non dobbiamo preoccuparcene più di tanto. È più importante, infatti, concentrarci su come imparare ad affrontare, con competenza e flessibilità, le circostanze che ci allarmano.

Ci sono modi diversi per allontanare l’ansia da sé?

Due, sostanzialmente:

    • Attività fisica;

  • Dialogo verbale;

Sia parlando che muovendosi si scarica l’ansia, a condizione che chi sta vicino non interferisca. Se non s’impressiona ed è disponibile ad ascoltarti, in pochi minuti si scarica l’ansia. Non ci vuole molto, basta muoversi, camminare, non stando fermi. L’ansia è di natura aggressiva, ecco perché porta agitazione; allora si può scaricare mediante attività di movimento, che può essere verbale o fisica. Lo stare fermo non consente lo scarico perché non c’è movimento, purtroppo non possiamo preoccuparci in quel momento di ciò che pensano gli altri di noi, perché dobbiamo avvantaggiare la nostra identità.

Dall’ansia si può guarire?

L’ansia non è una malattia, ma è un’attività, anzi le dirò di più, di fronte a delle attività fuori delle nostre abitudini è normale produrre l’ansia perché ci si trova di fronte a delle novità: quante volte abbiamo prodotto ansia prima di un particolare evento, ad esempio un esame? Era ansia “anticipatoria” cioè in previsione di un avvenimento, ansia “attivatoria”, che ti caricava come una molla per poi scattare e risolvere una problematica, fino alla domanda da parte del professore: quando cominciavi a parlare l’ansia finiva, perché scaricavi attraverso le parole. Attraverso le parole si attivava la neutrergia che catalizzava l’aggressività: catalizzare significa accelerare delle reazioni, in questo caso, di tipo biochimico – energetico, per trasformare da aggressività a neutrergia. Questo è possibile, in quanto che, io ho parlato di tre qualità di Energia Vitale Umana (Neutrergia, Affettività, Aggressività). L’energia è sempre la stessa, si manifesta in tre modi diversi a seconda, principalmente, delle caratteristiche di frequenza e lunghezza d’onda. Ma noi possiamo a livello inconsapevole agire su questi parametri per trasformare l’aggressività in neutrergia e viceversa. Ecco, quindi, perché possiamo trasformare l’ansia in neutrergia, ecco perché si può imparare a gestire se stessi in maniera ottimale.

Nel tempo ci possono essere ricadute?

Dipende da come si porta avanti la propria esistenza! Se si conduce un’esistenza equilibrata, non si produce ansia “fastidiosa”. Non dobbiamo vivere il rapporto con l’ansia come qualcosa di fatalistico: a certe condizioni si produce, a certe altre, no… e comunque, si può sempre scaricarla. Ognuno di noi può imparare a prevenire il malessere e determinare il benessere: non dobbiamo “viverci” come canne al vento!

Come si fa?

Esiste una serie di standard da ottemperare per star bene: tecnicamente, vengono chiamati bisogni primari, necessari, ma non indispensabili, utili alla costruzione di una identità equilibrata.

Quali sono?

Riuscire ad autoaffermarsi con se stessi, cioè imparare a vivere rispettando dei criteri che determinano equilibrio interiore, “realizzandosi” con se stessi e all’interno della Società. Imparare ad aumentare l’autostima, apprezzando maggiormente se stessi, ma realizzandosi, avendo come parametri di riferimento, non tanto i valori sociali che cambiano nel tempo, ma i valori oggettivi legati alle grandi Leggi della Natura, che non generano confusione. Riuscire a creare un buon rapporto con il mondo esterno. Determinare delle motivazioni interiori che diano ogni giorno la voglia di vivere bene. Essere in grado di avvertire il bisogno di momenti in cui cercare tranquillità e pace, lontano dai frastuoni del mondo sociale. Rispettare se stessi secondo un sano concetto di riservatezza, senza dire troppo di sé agli altri, riuscendo ad imparare a riflettere correttamente: ecco, in sintesi i punti per riuscire a star bene.

Gli stati dolorosi che avvertiamo durante i momenti di ansia acuta o, peggio, quando sono in preda ad un attacco di panico, sono psicosomatici o reali?

Vediamo di fare un po’ d’ordine sui significati dei termini.

Psicosomatico è tutto ciò che da conflitti psicologici, si traduce in malessere organico, sia come cattivo funzionamento di un organo, sia come (nel tempo) danneggiamento dell’organo stesso. Di conseguenza, tutti i problemi psicologici sono reali, non tutti i dolori psicosomatici hanno un’origine organica, possono avere un’origine psicorganica o solamente psichica. Facciamo un esempio d’origine psicorganica: una dolenzia da calcolo renale, che si traduce in una colica violenta per paura, perché determiniamo una contrazione spastica acuita da tensione, dei muscoli pelvici, addominali, lombari e altri vicini. Poi ci sono delle motivazioni solo psicologiche, legate a conflitti che si scagliano su organi bersaglio, provocando un cattivo funzionamento, legato a contrazioni della muscolatura liscia che producono dolore anche intenso, pur essendo gli organi interessati, in un ottimo stato.

Se siamo impegnati in qualcosa che ci “prende” positivamente, come mai ci sentiamo bene? E perché, invece, in altri momenti avvertiamo i “malesseri”?

Semplice. Quando concentriamo l’attenzione su qualcosa che ci interessa, delle tre qualità di Energia Vitale Umana in prevalenza usiamo quella mentale, cioè, neutrergica: in questo modo, si consuma anche quella aggressiva.

Come mai?

Se lei ha un serbatoio da cui attinge per le sue attività e, dentro, c’è affettività, aggressività, e neutrergia, se necessita di neutrergia dove la prende?

Dal serbatoio!

Bravo. Quando ha finito la quota neutrergica comincia a prendere quell’aggressiva.

Quando si usa la neutrergia non si produce ansia. Non si produce nemmeno la depressione, perché per manifestare questi stati d’animo, c’è bisogno di sbalzi d’umore che, in presenza di neutrergia, non si realizzano perché, quest’ultima, è uno stabilizzatore d’umore.

Infatti, la terapia psicologica consiste nell’indurre l’analizzato ad utilizzare sempre meglio la neutrergia, quindi l’analizzato si cura e si guarisce da solo.

Mi sembra un discorso chiaro e comprensibile. Complimenti!

“Pensate da uomini saggi, ma parlate come la gente comune” (Aristotele).

La nostra volontà e la nostra mente, possono aiutarci ad eliminare la tensione?

La nostra mente, nel complesso, si. La volontà, da sola, no. È necessario capire i motivi che l’hanno generata, per agire su di essi: quindi, la tensione si dissolve. Ricordo che la tensione, spinta all’eccesso, produce ansia.

Se una persona non riesce a capirlo?

Attraverso un percorso di analisi personale si arriva ad avere chiarezza, perché si sviluppa una parte del carattere che si chiama consapevolezza; cioè, praticamente, impari a dialogare con la parte più profonda di te, e ti domandi (come se ti rivolgessi ad un’altra persona): “ma che vuoi?”. L’inconsapevole risponderà: “tu stai facendo una vita che non va bene, per queste motivazioni (che potrai consapevolizzare)”.

E’ utile imporsi di eliminare la tensione?

Al massimo, si può provare a reprimerla! In questo modo, però, si creerebbe una situazione pericolosa simile a quella di una bomba ad orologeria.

Molte volte mi chiedo se e quando finirà. Succede, infatti, che, proprio quando inizio a sentirmi meglio, ricompare il disturbo e il mondo mi crolla addosso. Ho bisogno di sapere come affrontarla e affrontarmi! Insomma, l’approccio migliore alla terapia, quale dovrebbe essere?

Mi sembra motivata a giungere a conclusioni positive. L’importante è non farsi travolgere da due nemici che agiscono nell’ombra:

    • Il velleitarismo;

  • Le abitudini.

Per il resto, con l’aiuto di un buon professionista, questo problema si risolve, perché le fasi di un percorso analitico, prevedono quattro momenti differenti:

1. Scoperta, in cui l’analista si rende conto che esiste una problematica che sfugge all’analizzato.

2. Consapevolizzazione,in cui l’analista rende chiara la dinamica della problematica e ne fa prendere coscienza.

3. Accettazione, in cui l’analizzato non si protegge più da quel problema, accettando l’idea di avere delle limitazioni .

4. Cambiamento, in cui si lavora per eliminare quelle limitazioni che sono state accettate, e incamminarsi verso la liberazione di “catene”, “lacci” e “laccetti”.

In che modo?

Imparando a:

    • riconoscere gli obiettivi veramente importanti, verso cui tendere: è necessario che rispettino il più possibile i dettami delle Leggi di Natura cui, l’essere umano, volente o nolente deve sottostare;

  • risolvere i problemi relativi alle paure “inibenti” ;

  • assorbire e metabolizzare le frustrazioni.

Spesso propongo una “ricettina” per raggiungere quello che, comunemente, si chiama “felicità”. Provi a verificare se è di suo gradimento.

Ingredienti base

  • Accettazione di sé, per riuscire a dare e a ricevere amore.
  • Adattamento ai cambiamenti della vita per metabolizzare le tossine del vivere quotidiano ed integrarsi nella Società.
  • Realizzazione personale attraverso un’attività lavorativa gratificante.
  • Ridimensionamento dell’attaccamento ai beni materiali.
  • Valorizzazione dell’esperienza di vita vissuta.

Preparazione

  • Miscelare bene gli ingredienti, a temperatura meditativa (non troppo calda).
  • Cuocere lentamente per lasciare che i nuovi apprendimenti si stratifichino ben bene.
  • Lasciare raffreddare (per favorire l’uso di logica).

Utilizzando con equilibrio il prodotto finito, si riuscirà a realizzare quella condizione conseguente allo stato di equilibrio psicofisico derivante dall’appagamento dei propri “bisogni”, che ci fa vivere senza disturbi persistenti e si chiama BENESSERE.

Mi sembra un percorso con qualche difficoltà di troppo!

“E’ proprio la possibilità di realizzare un sogno che rende la vita interessante” (Paulo Coelho).

Per concludere questa approfondita disamina, vorremmo spingervi a riflettere sul fatto che, comunque, le manifestazioni di panico, non sono da considerare, sempre e comunque, una condizione di debolezza e/o di stress non più gestibile. Al contrario, molto spesso, costituiscono momenti “veri” di consapevolizzazione del nostro essere “limitatamente umani”, e non affetti da delirio di onnipotenza.

Nel 2002,esce Equilibrium, scritto e diretto da Kurt Winner. Questo film, in risposta al celebre Matrix del 1999, prende spunto, in realtà da 1984, Fahrenheit 451 e il mondo nuovo. Le vicende sono ambientate in una immaginaria Società distopica del futuro. Con tale termine, si intende una Società indesiderabile sotto tutti i punti di vista; la definizione è stata coniata come opposto di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una ambientazione sociale surreale, spesso ambientata in un futuro prossimo, nella quale le tendenze sono portate ad estremi apocalittici. Le scene sono state girate quasi interamente nello Olympiastadion di Berlino, inaugurato nel 1936 da Adolf Hitler per la XI Olimpiade dell’era moderna. La trama è ambientata a Libria, una sorta di città Stato (alla stregua di Sparta o Atene) di un futuro post atomico, successivo alla terza guerra mondiale, posta sotto il controllo totale di un dittatore soprannominato “il Padre” in grado di esercitare un controllo degno dei migliori regimi nazi – comunisti dei “tempi” migliori, con tanto di indottrinamento carismatico. In pratica, dopo uno spaventoso conflitto nucleare che ha quasi spazzato via la razza umana dal pianeta, i pochi superstiti hanno deciso di creare un nuovo ordine e sradicare la guerra partendo dalle sue basi, cancellando dall’essere umano l’aggressività e l’indotto ad essa collegato. Sostanzialmente, si tenta di modulare il funzionamento del lobo limbico cerebrale, inibendo la produzione di emozioni. Ogni cittadino, infatti, è costretto, per legge, ad assumere quotidianamente una sostanza (simile ad un neurolettico modificato), il Prozium che dovrebbe inibire, appunto, la genesi emotiva. I ricordi della civiltà del passato sono ugualmente vietati: libri, vecchi dischi o semplici giocattoli, se scoperti, devono essere immediatamente bruciati e, il loro semplice possesso, porta alla condanna di reato di emozioni. Al fine di sorvegliare, mantenere e tutelare l’ordine costituito è stato creato il Tetragrammaton, a metà tra polizia segreta e ordine monastico, con i suoi efficientissimi e micidiali Cleric addestrati alle discipline di combattimento più raffinate, come il letale kata della pistola (Gun Kata). John Preston (interpretato da un affascinante Christian Bale) è il migliore tra i Cleric, ma anch’egli non può fare a meno di mettersi in discussione, emotivamente parlando, allorché si trova a dover giustiziare il suo migliore amico e collega, cooptato dalla tentazione di sospendere la somministrazione di Prozium, il ché firma l’impietosa sentenza di morte. Una volta deciso di cominciare a sentire le proprie emozioni, John Preston, avverte “tumultuosamente” il crollo interiore dei valori in cui aveva sempre creduto. Nella scena proposta, del film in questione, si può osservare come, il nostro personaggio ( a differenza dei soggetti che ancora subiscono gli effetti del Prozium), entri in uno stato di profonda crisi legato alla consapevolizzazione di aver sbagliato tutto. In conseguenza di ciò, perde il controllo della situazione, travolto dalle proprie emozioni profondamente umane, finalmente. Anche se tumultuosamente violente.


Dott. Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta – docente di Psicologia fisiologica c/o la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico (SFPID)- ROMA

Grazie per la pazienza che avete avuto nella lettura dell’articolo. Tutto quello che avete potuto apprezzare, difficilmente si sarebbe potuto ottenere senza gli studi e gli avanzamenti del dott. Giovanni Russo (medico psicoterapeuta e ricercatore scientifico “free lance”) del cui modello psicologico si è “preso” a piene mani, in questo lavoro. Onore al merito, dunque. E arrivederci, sempre su La Strad@.

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