Posted on

Formarsi attraverso la lacerazione.


Saggi Monografici di approfondimento

Proprio commentando le raffigurazioni che i primitivi hanno lasciato nelle grotte, e quel rapporto particolare tra uomo e animale che ne è il tema ricorrente, Bataille costruisce una teoria dell’uomo e della sua formazione. L’esigenza del filosofo è rintracciare il punto di congiunzione tra l’uomo razionale, così come disegnato dalla concezione cartesiana in poi, e l’uomo della vita, che viene alla luce in un modo antico, assai vicino a quello dell’animale. L’apparizione umana è un momento fondativo, un’origine che resiste a tutti i mascheramenti e si pone come opportunità di scompaginare le gerarchie cristallizzate della modernità. Infatti l’opposizione tra razionale e animale ha storicamente polarizzato e divaricato un corpo-macchina e una mente dotata di ragione: si tratta ora, per Bataille, di forzare i limiti di questa costruzione e spingere gli estremi fino a toccarsi. Nelle pitture rupestri si riscontra ancora una ambigua amicizia tra uomo e animale: manca un confine netto tra l’uno e l’altro, che si scambiano ruoli e sembianze così da garantire una comunanza, una partecipazione al mondo e alla vita. La nascita dell’arte sarebbe quindi dovuta alla memoria della progressiva diluizione di quest’alleanza. Avrebbe consentito alla rappresentazione di scene della vita quotidiana di farsi memoria e quindi modello di formazione per gli uomini a venire. Bataille rovescia l’impostazione platonica: anziché considerare l’orma riflessa, e quindi la rappresentazione artistica, una copia infedele della realtà, qui è proprio l’immagine che assume il ruolo di matrice culturale. La conoscenza diparte esattamente da quelle effigi, che sono il linguaggio con cui si tramanda un’esperienza e se ne fa un sapere. Come in Lacan, alla separazione originaria fa seguito l’irrompere del linguaggio, che media, sposta e trasforma in metafore e metonimie ciò che non può essere detto altrimenti. Riprodurre ancora l’immagine dell’animale è, per l’uomo ormai sulla via della coscienza di sé, un modo per rinnovare l’origine e farle omaggio, un riprendere il limite fondativo della specie trattenendolo ancora sotto forma di narrazione religiosa o mito della genesi. Bataille parla a proposito di un antropomorfismo lacerato, che sospende la figura umana, come un acrobata, tra i due limiti (natura e cultura), ottenendone un equilibrio precario e instabile.

Riportare l’attenzione a quel primo simbolo disegnato sulle rocce è un gesto che si rivolta contro i tempi, ossia contro i massacri e le schiavitù della storia; si tratta di guardare all’esordio come momento alto di una formazione tradita, consegnata dai rapporti di potere a un destino orribile, “sempre sull’orlo dell’illimitato incubo annunciato dai più moderni armamenti“.

L’idea di una abiura dei tempi attuali, che Bataille condivide con Nietzsche, affonda le radici in una progettualità dalla fortissima valenza pedagogica: parlare di nuovo all’uomo, riannodare una comunicazione tra umani che è soggiogata dal dominio dei tempi, riposizionare il discorso sulla conoscenza in modo da sottrarlo all’uso perverso e alle false certezze. La specie umana, scrive Bataille in una sorta di programma formativo, deve liberarsi “della stupidità, tutta umana, che ci impedisce di ritrovarci e di stabilire tra il più semplice e il più complesso, dall’uomo antico a quello più recente, il contagio più seducente. Basterebbe […], giacché una somiglianza profonda ci avvicina nonostante tutto ai nostri primi padri, staccarci, mediante la riflessione più esaustiva, dalla costruzione riflessa che ci allontana da quegli uomini cui gli animali sembravano fratelli“.

Questo programma presenta subito tre punti qualificanti:

  1. ritrovare il legame tra gli uomini attraverso la rottura dell’arroccamento di ciascuno e lo scioglimento di gerarchie sociali e identitarie;
  2. recuperare la somiglianza profonda, quella che in altra parte di questo lavoro chiamiamo pedagogia segreta, e indica che non tutto è andato perduto, ma resiste nel nucleo intimo della memoria umana una parentela capace di riattualizzare messaggi dimenticati, figure coperte dal dominio dei vincitori di oggi e da una coscienza addestrata a non ascoltare ciò che bolle al fondo stesso del soggetto;
  3. questo recupero va condotto attraverso una nuova riflessione: quindi non si tratta di immergersi in anacronistici panteismi dal sapore new age, ma di rinforzare la ragione, e la sua capacità di farsi discorso, attraverso una più ampia e profonda razionalità, capace di frugare nel legame tra l’arcaico e l’attuale e sbaragliare l’uniformità della logica strumentale.

La configurazione dell’animale richiama quella dell’infanzia, un aldiquà del soggetto, dove l’incompiutezza si apre ad interrogare gli enigmi del mondo. Il bambino è, per Bataille come per Benjamin, un essere mimetico, capace di praticare rapporti con le cose non ancora sotto il marchio della strumentalità, e per questo in grado di elaborare rappresentazioni del mondo e del suo apparire cariche di meraviglia e partecipazione. La capacità visiva infantile, proprio in quella sua insufficienza sul versante di ciò che chiamiamo realismo, consente di cogliere ciò che sfugge all’occhio adulto. Nel piccolo e nel minuscolo, inteso sia come sguardo non ancora formato che come frammento dell’esperienza, si rivela una totalità non ancora marchiata dall’addestramento pedagogico: questo spiega la capacità infantile di intrattenere rapporti onirici col mondo, di coltivare slanci e passioni che andranno perdute nel corso dello sviluppo, di sentire l’enigma delle cose partecipandovi con un sentimento di fratellanza, quello che avvicina il piccolo umano al mondo animale, ai fili d’erba e al movimento scomposto delle nuvole. Lo slancio verso l’infinito, cioè la propensione ancora non addomesticata a varcare i limiti, è tratto infantile e arcaico, che spesso soggiace silente sotto i trattamenti prolungati e intensivi dell’educazione, resiste ai suoi ferri e al disegno di un mondo chiuso nella categoria dell’utile. È proprio la rinuncia a questa catena dell’utile, alla delimitazioni dell’umano dentro il giogo di una logica strumentale, che permette a bambini e artisti di accedere a forme diverse di sapere: forme fluttuanti, aperte, spalancate al mondo e alla creazione, affezionate alla meraviglia, desiderose di andare oltre i limiti del possibile.

Si tratta di fermare il tempo, ossia i dominatori del tempo, perché sotto questo dominio prevale una cecità, non avvertita dai più, che impone di prostrarsi e infiacchire l’umano negli angusti spazi di un presente piatto e bugiardo. L’emozione, che tanto è al centro dei discorsi dell’uomo contemporaneo, tutto preso a coltivare narcisismi prodotti in serie e freddi palpiti da scambiare nei rituali del divertimentificio con colleghi ugualmente algidi, deve sfidare i limiti della ragione, forzare la mano alla plausibilità, perché solo la via del paradosso consente di viverla davvero e sognarla, “come la sogna il bambino misurando la finestra della sua camera alla profondità della notte“.

La via indicata da Bataille per riprendere questo intimo sentire è un vero discrimine pedagogico, un argine che separa la formazione tesa a piegare da quella volta a liberare: come già per Lacan, è una via che deve necessariamente attraversare il linguaggio, e quindi confrontarsi anche con l’apparato normativo che vi è inscritto, ma privilegia un dire non-funzionale, aldilà dell’utile, fuori dalla logica contabile dei mercanti di realtà, ribelle a qualsiasi chiusura. Questo linguaggio amico del paradosso e slanciato verso l’improbabile fa di chi lo coltiva un hauter, un autore. Non un clone o un servo sazio, ma un vagabondo alla ricerca della sua ombra, capace quindi di ascese e cadute impensabili per coloro che hanno rinunciato al folle cammino della conoscenza. Obiettivo da perseguire anche con un pizzico di ostinata incoscienza: “non mi importa se i piedi-torti del pensiero non mi seguono e se a volte le facilitazioni della poesia danno l’illusione di ruzzoloni impeccabili, tanto peggio. L’ultima parola della filosofia spetta a quelli che, saggiamente, perdono la testa. Questa caduta rovinosa non è la morte ma la soddisfazione“.

Parlare, nell’epoca della tecnica soverchiante e degli automatismi che invadono l’umano fin nei recessi più intimi, di piedi-torti della ragione è puntare l’indice accusatorio verso un modello di sviluppo che ha rotto l’antica amicizia tra uomo e animale, e considera la bestia solo per il suo valore strumentale, come cosa. Un uomo che ha dimenticato il rimorso e la commozione del primitivo, che uccideva la bestia per nutrirsene, provando assieme a lei il brivido della comune appartenenza al mondo: il contemporaneo è chiuso in una ragione zoppa, che limitando il campo del sentire a impulso nervoso ha di fatto impedito alla conoscenza di accedere alla sua dimensione tempestosa, quella fatta di crepacci e vette. Sembra una descrizione di certe atmosfere scolastiche, dove la ragione prevalente è quella strumentale legata all’acquisizione di voti, posizioni, salvacondotti: scienza monoculare che produce mancanze, formazioni monche. Tenere aperta la tensione tra intimità e realtà significa allora ipotizzare una gradazione della coscienza, una via di continuità in luogo della netta separazione. Un tempo e un linguaggio capaci di mettere in rapporto la dimensione intima e oscura con quella chiara e diurna: a questo obiettivo tende la riflessione intorno al salto tra animale e umano, quel fondamentale atto di formazione che occorre recuperare per riuscire a vedere ciò che ci è occulto ma che pure preme, spesso in modo a noi incomprensibile, alla nostra percezione e alla coscienza. Si tratta di tradurre quello spazio mediano tra la cosa e la rappresentazione, ossia tra l’apparizione del mondo e la sua vocalizzazione. Un attimo prima del linguaggio, come succede durante l’analisi, in quello spazio plastico in cui avviene il travaso delle esperienze in sapere; sulla soglia tra dentro e fuori, al limite sottilissimo in cui si formano le prime costellazioni di senso che poi si organizzano in cultura.

È importante sottolineare le corrispondenze tra il modello elaborato da Bataille e l’analisi nella versione freudiana (e lacaniana): in entrambi i casi il sospetto verso la ragione diurna non si risolve in fuga verso l’esoterico ma in un supplemento di indagine attorno ai limiti dell’esprimibile: ne scaturisce un sapere tremulo, privo del balsamo rassicurante delle false certezze, un sapere al tempo della crisi, che meglio può dare forma al ribollire dell’uomo. Campo specifico dell’analisi è il linguaggio, cioè quella regione travagliata e incerta in cui la dimensione intima incontra quella sociale, il sentire si coniuga con la norma, l’immagine percepita diventa rappresentazione. È un campo mimetico, in cui i significati si danno solo come concatenazioni di senso, citazioni del già citato, rimandando ciascuno ai giochi formativi e deformativi che passano sopra e sotto il soggetto, nelle pieghe riposte come in quelle presenti alla coscienza.

Il passo compiuto nelle caverne preistoriche, cioè la nascita del linguaggio artistico, è fondamentale anche per il moderno: “per noi il mondo animale è opaco, in una certa misura inesistente, ma per l’uomo della preistoria, come per il moderno Siberiano, questo mondo per noi chiuso era aperto e trasparente: sembrava penetrato di pensiero umano. L’uomo sapeva ciò che l’animale pensava e l’animale sapeva ciò che l’uomo pensava“. Siamo davanti a un sapere più ampio rispetto a quello racchiuso dalla logica scientifica: l’atto di raffigurazione costituisce non solo un sapere, quello che è dipinto e che rimane visibile, ma un legame. La parentela tra lo sguardo del presente e quello del passato, mediata attraverso la capacità evocativa dell’immagine, è il segreto della buona pedagogia, che solo così riesce a far risuonare ciò che altrimenti si darebbe come morto possesso. Motore di questa consegna da sguardo a sguardo è il desiderio, che funge da selettore dei fenomeni: declina in modo particolare le rappresentazioni, colorandole di nuances che non restituiscono il mondo così com’era ma una rappresentazione di senso capace di parlare ancora, di rivelare il segreto racchiuso nelle cose e farne di nuovo un messaggio. Il modo per accedere a questa parola raffigurata è in un pensiero che “pur muovendosi nel cerchio di significati comunemente praticati, intende contestarli, oltrepassare il mondo della vita nel suo essere ridotto ad abitualità di oggetti costituiti“: pensiero indomito, non pago delle rendite di posizione e delle convenienze, non abbarbicato al predominio dei vincitori né alla facile rinuncia al tarlo. Bataille esprime questa scelta dichiarando l’intenzione di andare a scuotere il pensiero al suo interno, scrutarne la macchia, affacciarsi sugli abissi e le lacerazioni: “Gli uomini hanno l’abitudine di esprimere il pensiero dal di fuori. Decisamente, io non posso. La mia vita ha reso il mio pensiero un pozzo. Potrei dire: al fondo del pozzo… Ma non voglio, sarebbe una favola. Al centro dell’agitazione, il pensiero è il pozzo senza fondo“.

È bene soffermarsi con attenzione su passaggi importanti per la teoria pedagogica, espressi qui in poche efficacissime parole:

  1. la denuncia di un pensiero accettato dai più, per abitudine, calcolo, paura dei conflitti. Assunto come sarcofago, copertura esterna di un processo che non si vuole scrutare nel suo farsi. Siamo di nuovo dalle parti di Kant e della sua contestazione della minorità come rinuncia a “valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro, [mentre] la pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea rimangono ciò nondimeno volentieri per l’intera vita minorenni“;
  2. il pozzo senza fondo, che per Bataille si traduce nell’ostinato disegno di perseguire l’impossibile, dissolvendo il reale in continue sfide ai limiti costitutivi, percorrendo sia le vie ascensionali che quelle contrarie, secondo un modello ermeneutico che è espresso al massimo grado nella Recherche di Proust;
  3. l’angoscia (agitazione) che deriva da questo gioco con i limiti del pensiero innesta un modello di formazione non adagiato sull’economia ristretta del convenzionale. È un invito a vivere il bruciore della ricerca, a fare del sapere un’avventura in cui è in palio la vita stessa e non il suo accomodamento in termini di potere, collocazione sul mercato, acquiescenza o scalata sociale.

 

Si è visto che l’informe serve a Bataille per dissolvere il reale discorsivo, rivelarne la fodera che solitamente sfugge. È un modello di pensiero ritmato dalla disfatta, audacemente proteso verso il proprio punto di crisi, disposto a pagare in termini di angoscia la sfida elevata alle rappresentazioni chiuse. Appunto, un equilibrio funambolico, sospeso sul vuoto, pericolosamente inclinato verso i propri limiti, disposto a urtarci: uno sforzo dettato da una domanda bruciante, il riconoscimento, ossia quel desiderio di sentirsi parte di un mondo che ora appare ostile, riluttante ad accogliere se non come stolida pedina di un gioco già scritto. Il movimento di Bataille è una chiara manovra di sabotaggio: “incastra nel cuore del pensiero una rappresentazione vuota che, lavorando silenziosamente, produce punti di cedimento nella barriera“. Siamo di fronte a una teoria della resistenza che già anticipa quella di Foucault. Se il potere è oggi disseminato in una miriade di pratiche e discorsi, in una coltre acefala che invade nei recessi più minuti i rapporti tra le persone, le menti e i corpi, l’unica maniera per ricavare spazi liberi consiste nel fare pressione sulle giunture, insinuarsi negli interstizi, sobillare le crepe affinché aprano voragini. Giocare a dissolvere fino a toccare pericolosamente i cedimenti della struttura. In campo pedagogico ciò significa riprendere il discorso delle origini, andare a vedere le rappresentazioni disegnate nella caverna dell’educazione e risvegliarne il sogno, così da mostrare la parzialità dell’oggi e scrostare l’indistinzione che la annega in una pratica neutra, asettica, senza alternative. “Se ciò di cui un idolo non può parlare è la sua storia (e dunque la sua contingenza e la sua non-necessità), oggi l’educazione è il vero idolo del presente, è l’oggetto del quale nulla si può dire dell’origine che si perde negli spazi sacri della vocazione o che semplicemente si dà senza ulteriore spiegazione“.

Riaprire le ferite, cioè rifiutare l’adesione al presente, comporta la denuncia e l’abiura del sapere monumentale, del sapere fattosi feticcio, corpo antiquario, morto possesso, e liberare le forze che vi sono imprigionate. Non si tratta di predicare un ritorno al passato, ma proprio di liberarsene, allo stesso modo con cui Nietzsche ha inteso dare un calcio a tutta una tradizione divenuta reliquiario: Bataille parla a proposito di darsi una chance, perché liberare il tempo presente dalle mummie che ci consegnano un falso passato vuol dire accedere a una formazione diversa, non più soggiogata dal peso di una coscienza irrigidita. Come nell’analisi freudiana, si punta ad ampliare la coscienza muovendole contro, andando a scoprire il punto di rottura e quanto in essa vi è di posticcio, cioè quella incrostazione che fa della coscienza una servitù e del sapere uno schermo distorcente.

La proposta batailliana non è, come parte della critica ha frettolosamente inteso, un ritorno alla dimensione leggiadra dell’inconsapevolezza o un’apologia dell’irrazionalismo. È al contrario un tentativo di rinforzare le pareti scricchiolanti della ragione, sfidandola sul suo terreno fino all’audacia. “Non soltanto propongo di andare più lontano, ma vorrei mostrare che la sola cosa possibile ora è andare fino in fondo, precisamente in direzione opposta all’inconsapevolezza“: si tratta di uscire dal razionalismo usando la razionalità più lucida e temeraria, forzare l’oscurità dell’umano fino a scorgere il punto di impasse, cioè quel luogo che trasforma la ragione in acquiescenza al dominio e lo sguardo lucido in sudditanza. Lo sguardo si volge, come succederà per Adorno e Horkheimer, verso i coni d’ombra dei lumi, verso quel processo che ha operato una torsione tale da restituire, in luogo del sapere critico, un sapere che soggiace come monumento, ai cui piedi si svolgono ancora rituali e sacrifici che trasudano superstizione. La sfida all’idolo, al Moloch, va condotta rovesciando il procedimento kantiano: laddove questo separa con nettezza la razionalità dalla sensibilità, con un’operazione intenta a evitare commistioni tra essere senziente ed essere pensante, Bataille propone l’apertura di canali comunicativi tra vita e ragione. Non più, quindi, la scissione tra mente e corpo, ma un rimando reciproco capace di recuperare il palpito desiderante e inscriverlo dentro i processi di conoscenza. Si tratta di “riaprire il passaggio, bloccato dalla ragione solo calcolante, tra i due versanti costitutivi dell’umano“: dismisura e utile, violenza del desiderio e cautela della ragione, oscuro anelare e visione distinta, Dioniso e Apollo. Fare del sapere un sapere sentito in grado di rifondare la conoscenza attraverso un nuovo processo critico che renda conto in modo più puntuale di ciò che forma l’umano.

Un processo da condursi innanzitutto verso quel sapere mummificato che si fregia dei titoli di compiutezza e obiettività; a scrutarci dentro si vede che al fondo di ciò che si spaccia per razionale vi è un coacervo di irrazionalità che farebbe impallidire lo sciamano e il cartomante di provincia. Lo spiega efficacemente, sulla scia di Bataille, Papparo:


Chiudendosi nel rigore del proprio campo limitato, ridendo dei profani ai quali il codice del sapere scientifico è in qualche misura precluso, ironizzando sulle ragioni comuni che innervano le condotte quotidiane dei non addetti ai lavori, e non riuscendo mai peraltro a rivolgere il riso e l’ironia che indirizza ai profani verso se stesso – giacché il rischio sarebbe un indebolimento o la caduta della volontà di rigore che lo anima – lo scienziato finisce col travolgere, nella furia anatomico-parcellizzante del suo discorso, quell‘inquietudine o angoscia del conoscere che, sola, secondo Bataille, rende umano il sapere“.


Il modello elaborato da Bataille cerca di recuperare ciò che la conoscenza strumentale lascia allo stato di latenza. L’inquietudine e l’angoscia del conoscere indicano un vibrare del corpo desiderante nel mezzo della battaglia per il sapere: nulla di amorfo, di quieto, nessuna rassicurante patina di oggettività può sorreggere una domanda di conoscenza che somiglia a quella del “neonato che si getta nella vita prima di saperne nulla“. Siamo nei luoghi già percorsi, secoli prima, da Giordano Bruno: “L’uomo vive nell’ombra, in una condizione che può essere stazionaria e quieta o di beatitudine asinina ma, se raggiunto dallo sguardo divino, si avverte campo di battaglia in cui un dissidio interiore, il disquarto di sé, che sospinge freneticamente alla ricerca di un’esperienza anch’essa ombrosa, ma questa volta comunicante con la dimensione del vero soprasostanziale. Un’esperienza condotta a partire dalla scissione e dal desiderio, che porta con veemenza e instabilità, attraverso sentieri che prevedono anche le vie del peccato e della caduta, alla contemplazione di un riflesso divino“.

La tensione verso la conoscenza non deve farsi troppo accomodante verso il reale, cioè non deve inseguire l’adesione ma l’impossibile, che qui non significa irrazionale ma obiettivo alto, scalata che travalica i limiti stessi della plausibilità. Un romanziere contemporaneo, Philippe Forest, spiega, sulla scia di Lacan e Bataille, come intendere il rapporto tra reale e impossibile: dividiamo 10 per 3, oltre la virgola resterà sempre qualcosa che lascerà il calcolo incompiuto. Il reale è il resto di cui il sapere non sa venire a capo. Il resto che la realtà non vuole, lo scarto, il debordante, la ferita, l’anomalia, il punto maledetto dove si guasta il pensiero o dove il senso si disfa sono il dominio del romanzo, ossia l’impossibile. Tutto quello per cui mancano le parole, l’osceno, l’eccedente, il rifiuto, il cadavere, quello da cui si è soliti distogliere lo sguardo, il rimosso. Ogni apertura, perturbazione o discontinuità dell’esperienza allarga il varco che conduce dalla realtà al reale. Il reale come alternativa al realismo, soglia delle possibilità e quindi di un sapere vivo, non acquietato dal banchetto dell’esistente.

 

 

 

Prof. Giorgio Amato -BARI-


Prof.giorgioamato@alice.it


Print Friendly, PDF & Email