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Perché non sia un compito “ingrato”.


 

S. Freud, 70 anni fa, faceva notare che “il capo di Stato”, lo “psicoanalista” e il “genitore” devono adempiere un compito ingrato: “sono esposti a critiche continue e difficilmente raggiungono gli obiettivi prefissati”. Con questo articolo cercheremo di esplorare il difficile mondo del genitore, per provare a ridurre lo smarrimento che si prova di fronte alle problematiche esistenziali dei propri figli.

Il ruolo genitoriale viene affrontato, nella maggior parte dei casi, cercando di applicare il buon senso, i consigli dei parenti e degli amici e ciò che si è appreso nel rapporto con i propri genitori.

Questa situazione di “improvvisazione” ha creato quadri sbilanciati come, ad esempio, quelli di genitori:

  • troppo emotivi e/o toppo protettivi: che vivono nella continua paura che possa succedere qualcosa di negativo al figlio e gli impediscono, il più delle volte, la possibilità di fare nuove esperienze;
  • troppo narcisisti: che rimangono, sostanzialmente, infantili. La proiezione del narcisismo li spinge ad attribuire ai figli qualità che, in realtà, non hanno;
  • morbosamente attaccati ai figli: che vogliono vivere assieme a loro ogni emozione;
  • troppo distaccati, o poco inclini alla comunicazione: in questo caso, i figli sentono profondamente l’abbandono fisico e psichico da parte dei genitori;
  • perfezionisti: hanno sempre da ridire;
  • dediti al consumo di alcool, droghe, al gioco d’azzardo, etc. : sopraffatti da problemi personali cercano conforto nei “vizi” ed ignorano la presenza dei figli;
  • troppo occupati nel lavoro;
  • separati o divorziati: dopo aver “nutrito” i figli con tanti litigi, si servono di loro come “armi” per colpirsi a vicenda.

Queste ed altre situazioni di difficoltà generano nei figli, blocchi in diversi settori della personalità. In tali circostanze, i figli crescono fisicamente ma non emotivamente e, ovviamente, non maturano psicologicamente.

Il figlio, quasi sempre:


a) introietta i comportamenti dei genitori;


b) acquisisce un insieme di messaggi corretti, scorretti, confusi e disturbanti;


c) inconsapevolmente li fa propri;


d) li esprime imitandoli.

Molte volte, in queste condizioni, il figlio si accorge dei vantaggi della produzione (consapevole o inconsapevole) di sintomi come, per esempio: paure, ansie, rifiuto del cibo (o, al contrario, eccessivo attaccamento ad esso), pianto immotivato, crampi addominali, cefalea, malori di varia natura.

Quali caratteristiche dovrebbe acquisire un genitore “maturo”?


  • Fornire stimolazioni costruttive all’insegna dell’accettazione.
  • Cercare di migliorarsi costantemente, riconoscendo la necessità di mettersi in discussione.
  • Mostrare duttilità e conciliazione.
  • Riflettere sul proprio operato, prima di credere (ed affermare) di avere sempre ragione.
  • Cercare di fornire esempi corretti di vita.
  • Mostrare coerenza.
  • Prendere decisione in accordo con il partner.
  • Discutere dimostrando comprensione, affettività e disponibilità.
  • Evitare decisioni “irrevocabili”, in quanto segno tangibile di rigidità infantile.

In fin dei conti, non è poi così difficile aiutare i propri figli a costruire autostima, autoaffermazione, autorealizzazione.

 

Sara Rosaria Russo – Psicologa Psicoterapeuta (Direttore Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico)


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