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“Una poesia o un verso: qui stava il dilemma…”


È il 14 febbraio e può capitare di dovere scrivere qualcosa per il proprio partner e non riuscire proprio a farlo, neanche se è qualcosa che lo si fa per mestiere: una storiella esile e quasi grottesca per ricordare San Valentino con ironia e tanto amore…

Una poesia o un verso: qui stava il dilemma. Nel primo caso avrebbe dovuto scrivere una cosa magnifica e quindi pensare sui termini da utilizzare. L’ispirazione del momento era una cosa, ma poi? Non si può affidare tutto all’istinto, il palazzo potrebbe crollare da un momento all’altro, senza una base solida. Il verso, unico, a mo’ d’aforisma, invece, richiedeva meno impegno, si poteva seguire l’onda dell’emozione o anche farsi solo travolgere. Occorreva profondità, sentimento, e, se possibile, anche un tocco d’originalità. In un caso o nell’altro comunque avrebbe dovuto indirizzarsi.

Lei gliel’aveva chiesto: “Tu che scrivi tante cose belle, non scrivi mai niente su di me?”

Stava per risponderle sciaguratamente, lei non gliel’avrebbe mai perdonato, che non lo faceva perché ella stessa era una poesia, ma riuscì a controllarsi in tempo.

A lei non piacevano le frasi fatte, le risposte scontate, era molto esigente in questo. Lei pretendeva sempre frasi di un certo livello, quasi dei giudizi salomonici. Se le parole adoperate non erano quanto meno brillanti, eccola lì che cominciava a tirare su per il naso, fare la faccia storta, aggrottare la fronte et similia. Era il suoi modo personalissimo di manifestare la propria delusione, il proprio disappunto. Se quella simpatica signorina iniziava una delle sue pose il passo successivo era il silenzio. Ad esso si potevano aggiungere il fare scontroso, lo sguardo assorto, e, talvolta, il rischio di un atteggiamento permaloso. Insomma, per farla breve, cominciava a fare la preziosa ed a rompere le.

Quindi non avendo una risposta sottomano che a lei potesse sembrare congeniale, aveva preferito fingere di non avere udito ed aveva continuato a guidare – perché nel traffico caotico metropolitano si trovavano quando quel sasso era stato inopinatamente scagliato – con aria più concentrata che mai.

Il suo silenzio, lei, l’aveva apprezzato. Il silenzio aveva sempre un certo fascino. Ora quel suo comportamento taciturno sembrava dirle che razza di domanda che mi fai, in questo momento, con questo casino e questo tram che non si vuole levare dai piedi, ma non si sentiva mortificata per questo, anzi. A lei gustava stuzzicarlo, punzecchiarlo, provocarlo, proprio nei momenti meno appropriati. Quell’aria da duro e tenebroso che gli proveniva dal suo aspetto, la barba lunga ispida e incolta, gli occhi scuri, neri come la pece, quel mento così pronunciato, autorevole, l’avevano sempre affascinata. Lui però sapeva che, presto o tardi, prima o poi, lei sarebbe tornata alla carica.

“Non scrivi mai niente per me?”

Doveva porvi rimedio qualora non volesse rischiare che una domanda potesse divenire un’ossessione.

“Ancora niente about me?”

Dio dei cieli! Doveva. Doveva proprio.

Ma dunque, si sarebbe accontentata di un verso, di un solo verso? Boh, se fosse stato unico, nel senso di verso di rara bellezza, si, ma era così pretenziosa!

Una poesia invece avrebbe potuto soddisfarla di più, magari una considerevole quantità di versi, anche qualcosa di non proprio divino sotto l’aspetto squisitamente letterario, avrebbe potuto esserle di gradimento. Ma poi, chissà, chi poteva dirlo?

Maledetto 14 febbraio! Non poteva accontentarsi di un presente come facevano tutte le altre, un magnifico gioiello, due fantastici orecchini, un topazio o roba del genere, con le solite frasi d’amore tipo pour toi, mon bijou? No! Sarebbe stato un atto sacrilego, come se qualcuno nel bel mezzo di una cerimonia nuziale si fosse messo a cantare un pezzo dei Black Sabbath. Era da scartare, dimenticarselo.

Bene, occorreva pensare a questa cosa. Era già il 13 di febbraio e niente di più probabile sarebbe stato aspettarsi da parte sua una domanda pericolosa il giorno dopo.

Era anche mezzanotte e la pioggia cadeva copiosa. Dall’appartamento del dirimpettaio arrivavano nitide le note di una canzone. La cosa lo disturbava rendendolo di pessimo umore. Il tempo trascorreva implacabile ed il suo foglio rimaneva vuoto.

Il mattino lo sorprese addormentato sulla pagina intonsa di un quaderno, con in mano ancora la stilografica. Il mattino l’apostrofò con aria canzonatoria fannullone, la notte è fatta per comporre arie per la tua sposa e tu sonnecchi?


Si stiracchiò, lui, non il mattino, e disse al diavolo! Non mi viene niente, non posso forzare la mia natura.


Quindi incominciò la giornata con gli usuali propositi di buon svolgimento, con le solite incazzature sul lavoro, con le immancabili complicazioni, soluzioni, problemi – rimedi che creano altre rogne e così via. Giornata come le altre con l’aggiunta che era il 14 febbraio.

Il regalo l’aveva già comprato il giorno prima, ma il dono, ne era sicuro, non sarebbe bastato.

Grazia col suo solito sorriso disarmante e vagamente ironico l’avrebbe interpellato dall’altra parte del tavolino adornato di rose rosse ed illuminato da candele.

Niente su di me, tesoro?

E stavolta non ci sarebbero stati ingorghi provvidenziali, vigili imbranati ed incomprensibili e tram fuori dalle rotaie. Stavolta la richiesta sarebbe stata più che legittima, non originale d’accordo, ma quello dell’originalità doveva essere un suo punto di forza, non di lei.

Su cosa, Andrea, avrebbe dovuto concentrarsi? Sugli occhi di Grazia color smeraldo, sul suo probabile, appetibile, décolleté, sulle sue mani affusolate, o sull’incontestabilmente dispendioso menu?

Niente era consono e né la barba lunga, né gli occhi picei, né il mento gli avrebbero dato una mano.

Mi do per malato? – pensò per un breve istante di viltà, Andrea.

Ma poi scacciò quell’idea pusillanime.

Trovane un’altra – consigliò a se stesso.

Ed alle sette e trenta di sera, a circa un’ora e mezzo dal rendez-vous fu colto da un fulmine di genio. E se copiassi? Prendo una poesia di Prevert, di Rilke, di Baudelaire e gliela cito pari pari. Me ne attribuisco il merito e la paternità. Lei è soddisfatta. Io me la sono cavata. E stasera si conclude meglio che mai. Cominciò a sfogliare vecchi tomi di poesie. Scomodò gli autori citati più Neruda, Pessoa e Lorca e ne trovò di splendide. Ma c’era il rischio, sebbene remoto, che lei le conoscesse, e poi no, gli pareva di rubare. L’indomani immaginava le prime pagine dei quotidiani:

Illustre scrittore arrestato per plagio. Non è stato capace di scrivere un’ode alla sua donna.

Sentiva già le risate chiassose dei suoi colleghi. D’accordo era una situazione grottesca, ma non è forse vero che ogni giorno ce ne capita almeno una?

Le nove arrivarono.

Andrea si trovava di fronte a Grazia nella scena che aveva con tanta chiarezza qualche ora prima immaginato.

Lei lo osservava e forse gli leggeva negli occhi una certa ansia sottile nonostante lui tentasse di mascherarla. Quella serata Andrea era stato gradevolmente brillante, moderatamente – quanto basta – romantico, estremamente galante, simpaticamente provocante. Era stato quasi perfetto. L’unica pecca, l’unico neo, l’unico difetto, quell’ombra velata sul viso. Per lei era tangibile, palpabile, a portata di mano.

Terminati i riti dei regali, lei gli prese una mano e dolcemente gliela sfiorò con le labbra.

Lui esplose non potendone più.

Non ho scritto niente per te. Ero bloccato. Non sono stato capace.

Grazia restò basita. Sulle prime non comprese. Poi, quando riuscì a mettere a fuoco il significato delle di lui affermazioni, scoppiò in una risata piena, vera, solare.

Questa poi, ma come ti viene in mente? Non ci pensavo proprio!

Andrea arrossì e si dette del cretino per i suoi sensi di colpa, ma poi contagiato dall’ilarità della sua compagna si unì alla di lei allegria.

Andarono avanti per diversi minuti, poi Grazia smise e fece una faccia seria.

Possibile che non t’ispiro proprio niente?

E questa volta Andrea fottendosene completamente dell’originalità rispose:

Il fatto è che le cose che provo per te sono troppo grandi per potersi esprimere a parole.

Grazia lo fissò, e lentamente, ma inesorabilmente, sciolse la sua mano da quella di lui. Non si capiva bene cosa stesse meditando, ma Andrea credette non si trattasse niente di buono.

Di lì a poco, infatti, iniziò a tirare su per il naso, fare la faccia storta ed aggrottare la fronte. Non passò neanche un minuto che si alzò, prese la borsetta, lo scialle e lo lasciò seduto dall’altra parte del tavolino. Andrea dopo qualche istante si riebbe dallo choc e le corse dietro.

Il cameriere fece altrettanto per ricordargli che c’era un conto da pagare.


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