Posted on

Per non dover reprimere la propria giusta collera… senza danneggiare nessuno!


 

Riflessioni – 12


31 dicembre 2005. Sabato. Vorrei riuscire a portare a termine il mio programma di lavoro: l’aggiornamento de “La Strad@” con l’inserimento degli ultimi articoli pervenutimi dalla redazione e la stesura del mio nuovo articolo, uno studio approfondito sull’apparato endocrino osservato in relazione al rapporto che esiste col sistema immunitario e quello neurologico. Particolare illuminante: vengo da una settimana “tirata” fino a circa 10 ore di colloqui al giorno, allo studio e infarcita di impegni tesi all’acquisizione di quei dati che mi consentono di tenermi aggiornato su tutto quello che fa scienza… più o meno.

Se poi ci sommiamo la legittima ricerca di tempo ed energia da trascorrere in compagnia dei miei affetti più cari, in maniera oltremodo adeguata, il risultato “fa” all’incirca 5 ore di sonno per notte. Neanche più il riposino pomeridiano, da quando vado in palestra nell’intervallo per il pranzo: solo qualche fugace seduta di rilassamento con la “mia” bella Rosa Maria che mi massaggia la nuca. Non ci rinuncerei per nulla al mondo.


Però, stamattina, non mi va di incrociare lo sguardo col 17 pollici LCD accomodato sulla scrivania dello studio (dependance che condivido con la mia primogenita) e iniziare le ricerche bibliografiche nel mondo ADSL 4 MEGA messomi a disposizione da Alice.it, anche se a caro prezzo (in molti sensi!). Preferisco dedicarmi ai rapporti interpersonali, quelli veri, fatti di sottobraccio e bisbigli, magari sotto un unico ombrello quando piove. E per questo me ne esco con Mariarita, mentre Valentina segue su SKY le sue Superchicche e mia moglie, almeno oggi, preferisce prendersela comoda.

Un salto dall’elettrauto, l’acquisto di un nuovo DVD, un po’ di carrello pieno di quelle cose inutili che ti fanno capire che c’è aria di festa, una busta di fuochi d’artificio e, quindi, di ritorno verso casa per riprendere le motivazioni a concludere un argomento interessante, cominciato ad organizzare da un po’ di tempo. D’altronde, il network psiconeuroendocrinoimmunologico, sta diventando una mia specialità.


Pacco, doppio pacco e contropaccotto. Vecchio film di genere grottesco, diretto nel 1993 da Nanni Loy, con, tra gli altri, Leo Gullotta, Enzo Cannavale, Alessandro Haber, Giobbe Covatta, etc. Una serie di episodi in cui si snocciolano vari aspetti della “napoletanità” più colorita: ottenere un appartamento ad equo canone con l’aiuto della “buonanima”; estorcere dei soldi ad un estorsore; vincere alla roulette senza rischiare nulla; ottenere ottimi risultati in matematica e fisica senza studiare mai; pagare il doppio del prezzo ed essere sicuri di aver concluso un affarone; truffare per tre volte le stesse persone con lo stesso espediente; non pagare le tasse senza lasciare traccia; vendere un viaggio su una nave in disarmo; etc.

Negli ultimi venti giorni, su quello schermo cinematografico rappresentato dal crogiuolo psicobioelettromagnetico dei miei elaborati (situato fra neocorteccia e lobo limbico, con un piede nei centri emozionali e l’altro nel sistema neurovegetativo) riaffiora spesso la tematica di un particolare spaccato di vita, alla ricerca di fronteggiare le varie frustrazioni del quotidiano… e dintorni. In pratica, l’arte di adottare contromisure adeguate (contropaccotto) a contrattempi, imprevisti, arrabbiature e via discorrendo (pacco), reiterati all’ennesima potenza (doppio pacco).




31 dicembre ore 14:00. si comincia. Pacco. Come il proiettile “avvelenato” della roulette russa, l’insidia colpisce precisa, ponendosi come un muro fra me e l’obiettivo. Il computer, tornato da poco dopo una profonda revisione, si “impalla” con ostinata indifferenza rispetto ai miei programmi. Maledizione. Minuti che diventano ore, nell’attesa che si decida a consentirmi quello per cui è stato assemblato e programmato. Basta sostituirlo con il noteboock IBM, un portatile da oltre 7.000 Euro. Già. Peccato che chi me lo ha venduto ha dimenticato di configurare la scheda di rete cui connettere il router e navigare su Internet: come dire, addio ricerche bibliografiche. Rabbia.


Finalmente si concede. Il desktop, sornione, sblocca il mouse e la tastiera. Cerco di rifarmi del tempo perso. Inanello codici html, ritocco immagini, accessi ai server. Fretta. Troppa. Cancello, per errore, la cartella sbagliata. Con essa, se ne vanno molte immagini della copertina del Webmagazine che curo con passione. Mi sovviene un aneddoto che riporta le avventure di un cocchiere, talmente nervoso da bestemmiare al punto che, spesso, rischia il posto di lavoro. Risolve il problema sputando frequentemente all’interno del suo cappello. Dentro ha nascosto, all’insaputa di tutti, immagini sacre.

Il mio amico Francesco webmaster a tutto tondo, mi trae d’impaccio. Ripristina i collegamenti e mi invita a godermi la vigilia di un Capodanno che corre veloce. Strano, lo conosco da tanto… mai una volta in collera col mondo. Ma io mi arrabbio perché devo delle risposte al bambino che mi porto dentro, che gode delle risposte “sudate” e si infastidisce per le perdite di tempo. D’altronde l’ho detto più volte: potrò essere maturo, ma non saggio abbastanza. L’inizio di una carriera è, a volte, un dono degli dei, il resto è duro lavoro. (F. Massary)



31 dicembre ore 20:00. L’aggiornamento è concluso. Una bella copertina. Un piacere leggere gli indici. Ma del lavoro scientifico, neanche un pixel sullo schermo! Pazienza. Più di così non potevo impegnarmi. Mi rifarò, guidando la Musa di mia moglie. Bella ed elegante, come lei. Pelle e Castiglio, nuances di colori accattivanti. Quasi una cover girl. Doppio pacco. Capricciosa come una diva, rifiuta di inserire la marcia del suo avveniristico cambio DFN (Dolce Far Nulla!). Eppure il centro assistenza Lancia aveva escluso problemi simili. Piove. Nel cofano, pietanze fumanti per allietare il desco di una serata fra amici. Tanti, come quando eravamo bambini. Speriamo che un petardo se la porti via!


Ed eccoci a destinazione. Ci ha concesso la sua benevolenza un po’ snob. Lungo il tragitto, il tempo per accorgersi che, chi ha assemblato la vettura, in fabbrica, deve aver rotto i cuscinetti su cui gira lo sterzo. Sinistri scricchiolii testimoniano i limiti di chi lavora con lo stress nelle mani e il vuoto nel cervello.


31 dicembre ore 21:00. “Ti trovo bene. Da quanto non ci incontravamo così, con la voglia di far festa?”Da tanto. Da troppo. “Speriamo che il nuovo anno sia migliore del precedente”. Il mio 2005, non è stato niente male, però. Perché si deve affidare sempre al futuro la speranza di qualcosa di meglio? Bella casa, almeno tre appartamenti millimetrati a dovere. Una tavola imbandita oltre ogni immaginazione, sorrisi a fare da contorno. Accanto, gli uni agli altri, come nei banchi delle elementari, quando la scuola era ancora un gioco. Quasi quasi faccio un salto nello studio la magnifica biblioteca della famiglia Rende Altomonte. Tanto, la festa continua anche senza me. E poi, sono abituati alle mie originali bizzarie. Un lungo corridoio, una porta, poi un’altra. La stanza più bella: quattro pareti arredate di libri. Cinquemila finestre sull’universo della cultura! La scrivania… il computer. Quasi quasi… perché no? E se scrivessi qualcosa per allentare la tensione di una giornata con molti imprevisti e non tutti piacevoli?

In sottofondo, dall’impianto di filodiffusione, una vecchia canzone di Domenico Modugno: “E’ vero, credetemi è accaduto, di notte su di un ponte, guardando l’acqua scura, con la dannata voglia di fare un tuffo giù! D’un tratto, qualcuno alle mie spalle, forse un angelo vestito da passante mi portò via dicendomi così: Meraviglioso, ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia… meraviglioso; meraviglioso, perfino il tuo dolore, potrà guarire poi…meraviglioso; ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto, ti hanno inventato il mare! Tu dici, non ho niente, ti sembra niente il sole, la vita, l’amore? Meraviglioso, il bene di una donna che ama solo te, meraviglioso; la luce di un mattino, l’abbraccio di un amico, il viso di un bambino, meraviglioso, meraviglioso! La notte era finita… e ti sentivo ancora, sapore della vita… Meraviglioso!”


Ma si, vuoi che non trovi qualcosa che mi dia spunto per parlarmi di come gestire la rabbia, la collera e l’autorepressione? Testi di filosofia, psicologia, Sacre Scritture… l’imbarazzo della scelta, insomma.


Cos’è la rabbia e cosa produce in chi la prova? Sembra facile rispondere: è un accumulo di aggressività che, da conflittuale, diventa sempre più negativa ed è legata, per lo più, a ostacoli che comportano dei ritardi rispetto a progetti che abbiamo previsto di concludere in un certo tempo. Ma è sempre così? Vediamo un po’: la rabbia può essere diretta al mondo esterno o al mondo interno. Nel primo caso, ciò è dovuto a torti che riteniamo di aver subito e la cui reazione abbiamo cercato di reprimere per un certo periodo di tempo, producendo un accumulo di tensione che, poi, può sfociare anche in gesti eclatanti. Nel secondo caso, ce la prendiamo con noi stessi quando ci riteniamo responsabili delle frustrazioni che subiamo, anche quelle a carico di altri, magari quando siamo convinti che non abbiamo agito nella maniera più opportuna. Riflettendo, è possibile, che la collera sia un’emozione universale, selezionata dall’evoluzione, nel senso che chi reprimeva i fastidi moriva troppo presto!

“Esiste una santa ira suscitata dallo zelo, che ci spinge a rimproverare con la forza, coloro che non abbiamo potuto correggere con la dolcezza” (dottrina cristiana 1858).

Si ma, perché ci arrabbiamo? La collera (rabbia all’ennesima potenza) è il risultato di una serie di valutazioni psicologiche che “montano” nel tempo in maniera insostenibile o meno, a seconda che l’evento subito sia indesiderabile (colpendo necessità importanti), intenzionale (nel senso che è stato provocato da qualcuno o qualcosa che manifesti una volontà diversa dalla nostra), contrario al nostro sistema di valori, controllabile mediante un adeguato sfogo. Purtroppo, il sistema più frequente consiste nel trasferimento. Come dire: spesso ce la prendiamo col malcapitato di turno!

Parecchie volte, nella mia vita, mi sono sentito come David Banner, mite scienziato atomico che dopo essersi accidentalmente esposto a troppe radiazioni nucleari, si è ritrovato affetto da un sintomo particolare: quello del disordine esplosivo intermittente. Ogni volta che perdeva il controllo della sua suscettibilità, si trasformava in un enorme ammasso di muscoli verdi con l’impulso di distruggere tutto ciò che gli aveva causato il fastidio. Dopodiché, tornava al suo mite aspetto di sempre, con l’imbarazzo relativo alla consapevolizzazione di aver perso il controllo delle proprie azioni e col guardaroba da rinnovare. In fondo, però, credo che un po’ tutti si portino dentro, potenzialmente la capacita di generare perturbazioni elettroencefalografiche, al pari dell’incredibile Hulk!

“La collera, in effetti, sembra prestare fino ad un certo punto orecchio alla ragione: epperò intende malamente, alla stregua di quei servitori frettolosi che escono correndo prima di aver ascoltato fino in fondo ciò che viene loro detto e poi si sbagliano nell’esecuzione dell’ordine” (Aristotele – Etica nicomachea).

Come affrontare una situazione che diventa più frequente man mano che aumentano gli impegni da sostenere? Solitamente, le manifestazioni più frequenti consistono nelle manifestazioni esplosive (che, però, spesso, si accompagnano ai sensi di colpa) o nell’inibizione emotiva, con meccanismi di repressione e inibizione emotiva (ma questo, spiana la strada ai disturbi psicosomatici). E se provassimo a ridurre i motivi di irritazione, compartimentandoli in maniera preventiva? Come dire, in parole povere, che si possono preventivare le frustrazioni contro cui si impatterà, in base al proprio piano di lavoro e all’ambiente in cui ci si trova ad operare: in un certo qual modo, si creerebbero i presupposti per delle frustrazioni programmate (salvo imprevisti). Però! Molto dipende da come si riesce a riflettere sulle priorità e mantenere un corretto dialogo con se stessi: “Siccome ci arrabbiamo perché pensiamo, basterà pensare in modo diverso per arrabbiarsi meno spesso” (Saggezza orientale).


Ma quando ci si rende conto di essere responsabile di una determinata situazione o di un evento particolarmente negativo, non viene “spontaneo” arrabbiarsi, quanto meno con se stessi? Si ma non è produttivo. Infatti, essendo la rabbia a carica aggressiva, comporta una reazione che diventa punitiva, in questo caso, nei propri confronti. Quello che servirebbe, invece, sarebbe analizzare le motivazioni che hanno condotto a commettere gli errori, nella maniera più fredda e razionale possibile e, quindi, agire per eliminarle. Solo in questo modo, la volta successiva, si avranno maggiori probabilità di successo. Prendendocela con se stessi, invece, si cercherà di comportarsi diversamente solo in funzione del ricordo relativo allo stato d’animo autopunitivo e non tanto perché siamo cambiati nel nostro modo di essere.


“Ma perché non torni di qua? Abbiamo iniziato la tombola?” Ecco, e ora come me la cavo, dal momento che devo decidere se mollare tutto o continuare nelle riflessioni evitando immersioni discontinue, con cadute dell’attenzione?

Ma se uno è arrabbiato, come fa ad usare la neutrergia? In quel momento non può farlo, deve solo scaricare la componente aggressiva in qualche modo, a livello fisico o a livello verbale. Ora vado sul balcone e anticipo una “salva” di colpi scuri a mo’ di contraerea. Grande botto, molto fumo, una mano con qualche abrasione. L’avevo messo in conto. Loro si divertono e io ritorno di là. Magnifico. Forse è questo che mi farà diventare saggio. “Rendersi accessibili a se stessi significa riuscire ad essere comprensivi verso se stessi?” Bella domanda, peccato che su questo libro non ci sia una risposta soddisfacente. Provo a cercarla da solo. Accessibile significa disponibile al dialogo… e, in genere, il dialogo avviene tra due persone che sono disponibili ad ascoltare, prima, e a parlare, dopo. Un buon ascolto porta all’ingresso di dati che possono influenzarci positivamente e farci cambiare idea. In conclusione, essere accessibili significa darsi la possibilità di cambiare al meglio e di non danneggiarsi. Se non sei accessibile non ti puoi nemmeno parlare e se hai deciso, per abitudine, di mettere in atto una strategia autolesionistica, la porti avanti fino alla fine. Quante volte, infatti, ci si dice “io provo a convincermi che le cose dovrebbero andare diversamente, ma non riesco a cambiare?”


In quel momento non siamo accessibili, stiamo parlando ad un muro. Però, a furia di parlarne, di queste cose, pian piano si diventa permeabile e, siccome, a livello inconsapevole, non siamo degli stupidi (altrimenti non ci porremmo il problema), ci convinceremo, senza accorgercene (e questo è il bello!) che è bene cambiare sistema. Io ho provato a guardarmi, come in uno specchio immaginario per tranquillizzarmi del fatto che, i miei insuccessi erano da considerarsi retaggi di ciò che non sapevo. Ancora. Più di una volta, qualcosa è cambiato.

 

Quante volte, nel passato, ho represso la mia rabbia, fino ad innalzare il livello di bilirubina oltre i limiti del sopportabile? Come mi comporto, oggi, per evitare di dovermi risopportare? Per prima cosa, analizzo gli eventi e metto in atto una serie di valutazioni: se scopro di avere torto, non ha senso ribellarsi all’eventuale interlocutore e poi, magari, dovermi reprimere, per evitare di “uscire all’impossibile!” (come avrebbe detto Eduardo de Filippo). Quando, invece, mi accorgo che il problema non dipende da me, cerco di scaricare (in qualche modo accettabile) la tensione in eccesso e poi affronto la problematica. “Agisci da uomo di pensiero e pensa da uomo di azione” (Anonimo).



31 dicembre 2005. Ore 23:59… siamo pronti per l’ora “X” che si porta dietro, immancabilmente, auspici per speranze (tante) e certezze (un po’ di meno). Io non ho ancora finito il lavoro, avrei potuto “dire” molto di più.. Sai che c’è? Fiato alle trombe dei festeggiamenti e chisseneimporta. Botti, dolci… e poi, in piazza da Jovanotti col suo “penso positivo, perché son vivo!” Contropaccotto.


“E’ bene avere un fine verso il quale dirigersi; ma dopo tutto, quello che conta è il cammino”.

 


G. M. – Medico Psicoterapeuta