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Il film di Roberto Faenza su don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993.


Con “Alla luce del sole” (co-produzione Jean Vigo – Mikado – Rai Cinema), il cinema italiano si riaggancia ancora una volta alla sua migliore tradizione post-neorealista, sulla scia degli ultimi bellissimi “I cento passi” e “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana. Un film di impegno e di denuncia, che, fuori degli schemi della finzione spettacolare, non può essere giudicato solo sulla scorta di analisi estetiche. Premessa doverosa: il film merita di essere visto e rivisto, è un film importante. Un altro tassello sulla strada di quel risveglio dell’industria culturale e dell’opinione pubblica attorno alle cose di “Cosa Nostra” che invece lo Stato – salvo nei suoi magistrati e investigatori migliori rimasti a combattere in prima linea e nell’ombra – ha lasciato cadere nell’oblio. Quella mafia che in superficie non ammazza più e non commette stragi, ma conserva le sue radici e accresce e innova i propri affari. Bravo ed esperto il regista Roberto Faenza (“Copkiller”, “Sostiene Pereira”, “Prendimi l’anima”), dal passato forte e controcorrente, che riesce ad emozionare, a lasciare la sala ammutolita, gli spettatori che se ne vanno via con le lacrime agli occhi. I bambini di Palermo, cui il film é dedicato, conquistano, divertono e commuovono con la loro recitazione spontanea e luminosa. Col loro talento naturale si va sul sicuro. Altro pregio -in realtà debitore dei vari “Mery per sempre” e “Ragazzi fuori”- l’immagine degli uomini d’onore ne esce smitizzata, rappresentata per quello che é realmente, un’immagine senza onore, sullo sfondo di una Palermo che nella Brancaccio del degrado e della speculazione nulla ha da invidiare a Scampìa o Secondigliano. Eppure. Qualcosa sfugge, manca, non convince. Il film procede a ritmo di videoclip, difficile metabolizzarlo. Ma non é questo il punto. Le fulminate, se di valore come queste, fanno bene. Poco digeribile è lo stereotipo sulla tipica famiglia siciliana dove regna l’omertà. La mamma di Domenico, il primo aiutante di don Pino -personaggio di fantasia poi suicida- non spiccica una parola per tutto il film. Come se la condizione della donna siciliana non avesse conosciuto anche progressi, non si fosse emancipata, almeno in parte, da ataviche paure e pregiudizi. Come se la coraggiosa madre di Peppino Impastato, Felicia, fosse morta invano. Troppo netta, inoltre, la distinzione tra buoni, la minoranza, e cattivi, la maggioranza, nella Palermo che all’epoca invece cominciava a esprimere i germogli di una società siciliana nuova, la Palermo dei Falcone, Borsellino e Orlando e dei tanti giovani capaci di camminare a testa alta, affrancati dal giogo mafioso, che pure il film evidenzia nei volontari che danno una mano a don Pino. L’interpretazione intensa dell’ormai ‘grande’ Luca Zingaretti non riesce poi a colmare i vuoti di una sceneggiatura che sacrifica il Pino Puglisi ‘orante’ per mettere in mostra solo il ‘combattente’. Preti e mangiapreti sono morti martiri insieme in questa terra di frontiera, accomunati dalla lotta ad un comune nemico.E’ vero. Ma la differenza delle storie, dei modi e dei frutti, nella realtà permane. Forse una scena col protagonista assiso sotto ad un crocifisso avrebbe reso ancora più giustizia e omaggio ad un prete che non ha insegnato solo ad alzare la voce, ma anche a pregare, a sperare e ad amare. Non tutti sanno che Salvatore Grigoli, il killer di 3P – così padre Pino è stato ribattezzato dai suoi ragazzi, ndr – in carcere ha iniziato un processo di conversione fino a giungere al riconoscimento della schiavitù mafiosa di cui era al tempo stesso complice e vittima, fino a giungere al pentimento pubblico. E il tutto grazie al perdono ricevuto dal successore di 3P, don Mario Golesano, e dai ragazzi del Centro Padre Nostro di Brancaccio. Perdono figlio degli insegnamenti di 3P.

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