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Signor Presidente,

La Sua visita nelle due province calabre di recente istituzione – Vibo Valentia e Crotone – ha ridato, almeno per due giorni, un sorriso di speranza a questa nostra terra, sul cui suolo si sono avvicendate civiltà millenarie, ma anche tiranni e conquistatoridagli antichi fenici, ai punici, e giù giù, dai romani ai normanni, dai bizantini agli arabi, dagli angioini agli spagnoli, fino ai tedeschi, agli angloamericani con il loro variopinto e selvaggio seguito di truppe di colore, senza che mai sia stata raggiunta, da parte dei nostri corregionali una decente qualità della vita, almeno per i nostri contadini, i nostri braccianti, le migliaia di disperati che hanno trovato nella fuga emigratoria quel diritto al lavoro ed al progresso che nessuna forma statuale ha saputo ricreare nei secoli passati.

Eppure, dovunque ha posto radici, il calabrese, ma anche il siciliano ed il meridionale in genere, ha saputo far valere quelle doti di vivacità operativa ed intellettuale che sono tipiche dei popoli nel cui DNA scorrono cromosomi razziali diversi.

Resta il lamento di chi rimane, dei tanti giovani che tentano, spesso inutilmente, di autogestirsi in forme associative imprenditoriali, perché le provvidenze legislative, formulate in loro favore, s’impantanano negli acquitrini torbidi di una burocrazia asfissiante e che, purtroppo, dà via libera a forme di protezionismo politico dalle quali ultime si sviluppano, poi, gravi forme di concussione e corruzione, i cui procedimenti giudiziari intasano gli uffici delle Procure.

Ma il fenomeno non è poi tanto nuovo se si pensa che, circa nel 60 avanti Cristo, il grande Cicerone pronunziò una delle sue più brillanti requisitorie contro quel VERRE, governatore della Sicilia, che faceva la cresta al grano ed alle tasse dei siculi di quel tempo; a proposito, ha notato come molti presidenti di Regione amano proporsi come Governatori ( e con ciò, absit iniuria verbis )?

Tutte le televisioni pubbliche, private e locali hanno inviato i loro cronisti per riprendere e commentare le fasi principali della Sua visita, e tutti parlano di “bagni di folla osannanti” di bambini festanti, di sventolio di bandiere tricolori, di cittadini che si affannano a stringerLe la mano, di nugoli di poliziotti, carabinieri, agenti speciali, tiratori scelti, elicotteri che sorvegliano dall’alto il Suo corteo, alla cui testa fa bella mostra di sé la sua splendida Maserati: a questo coro festante non mi sento di aggiungere la mia anonima voce, e non perché Lei, Sig. Presidente, non meriti elogi e rispetto, ma perché, anche Lei non può determinare quelle scelte politiche, economiche e sociali, delle quali riempie i suoi apprezzati discorsi; e ciò, perché la Costituzione Repubblicana limita enormemente i Suoi poteri, per cui non Le resta che farci coraggio invitandoci ad ” alzare la testa per riaffermare la dignità di cittadini” oppure a denunciare la “camorra” o la Mafia, o la ” ’ndrangheta” – od altre forme di delinquenza – per estirpare queste vere e proprie malattie che stanno uccidendo la nostra società; qualcuno ( ma è stata “vox in deserto clamans ” ) intervistato, ha anticipato il Suo consueto intervento, convinto che nulla cambierà, se non cambierà, completamente, il sistema politico che ci governa, se non si aboliranno i privilegi di cui godono i nostri rappresentati al parlamento e nelle altre istituzioni, se non si porrà un freno temporale al carrierismo politico la cui soperchieria esplode, con tanta faccia tosta, in occasione delle varie elezioni.

Vede, Sig Presidente, in noi non c’è più coraggio, determinazione e, soprattutto, speranza, perché, per come sopra ho richiamato, nei nostri cromosomi c’è la paura del violento, del signorotto, del capo mafia, del Don Rodrigo di turno, e non a caso, il nostro illustre Manzoni, sotto sotto, riesce a giustificare anche don Abbondio, quando, di quest’ultimo, afferma che ….” se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare “….. E noi, il nostro coraggio lo abbiamo perduto da secoli, per colpa di uomini e per violenza anche della stessa natura.

Voglia, Sig. Presidente, scusare l’ardire del mio dire, ma voglia anche apprezzare quel poco di coraggio che ho dovuto far venir fuori dalle recondite fibre del mio animo.

Se Le è possibile, accetti i deferenti saluti del cittadino Giuseppe Chiaia da Cosenza

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