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Gli eventi che determinarono il “passaggio” al potere del Fascismo.

Quando il 2 marzo del 1919 si riunirono, in via San Sepolcro a Milano, gli aderenti a quel primo nucleo del nascente fascismo, essi non furono più di trecento; né l’episodio destò l’interesse della Questura politica del tempo; né l’opinione pubblica, e – tantomeno – la stampa in genere notarono l’evento; infatti, in tutta la penisola, gli iscritti al movimento non superavano il migliaio.

Ci si domanda, ancora oggi, quali fossero, all’epoca, i sostegni economici di cui Mussolini beneficiò per organizzare quello che egli chiamava ” l’antipartito “, ovvero i ” Fasci di combattimento”.

L’idea “Fascio”, Mussolini la ricavò da un evento storico, distante più di 20 secoli: a tutti sono noti i tribuni della plebe romani, quelli che determinarono la nascita della prima rappresentanza politica del popolo meno abbiente, durante l’epoca repubblicana, la cui sacralità era garantita dalla scorta di sei littori, muniti, ciascuno, di un fascio di verghe, legate tra loro, dalle quali fuoriusciva, dalla parte superiore, una scure (sarà, questo, il simbolo e l’icona più rappresentativa del ventennio); fu, quello, il primo episodio di “body-guard”; anche se a quell’epoca, i poveri tribuni erano oggetto di attentati alla loro vita, una volta che la corruzione dei patrizi non faceva presa sulla loro cupidigia. E il riferimento ai simboli, alla struttura amministrativa, all’organizzazione militare e sociale della Roma imperiale – quella di Cesare più che quella di Ottaviano Augusto – diventerà una costante coreografica e connotativa delle coscienze, ad opera del Fascismo ; quasi un voler cercare, a tutti i costi, nella storia italica quelle caratteristiche razziali, oltre che una discendenza eroica e divina, delle quali il Duce si reputava il degno erede.

Vedremo, nei successivi articoli, le potestà della Milizia Fascista, la sua gerarchia, la sua funzione ; e così, si giustificherà la militarizzazione di un popolo, fin dalla prima età scolare, oltre che l’ansiosa cupidigia di dare un Impero all’Italia, per farne omaggio gradito ad un Re ridimensionato nelle sue prerogative, e lo sventolìo di labari e di aquile ( Hitler non sarà da meno con le parate notturne delle S.S. armati di fiaccole, quasi a minacciare un fuoco sacrificale e purificatore di tutto ciò che non fosse ariano, e dei vessilli degli Unni ) e, su tutto questo scenario, una Roma ” superba della sua storia e della sua missione civilizzatrice nel mondo “.

Mussolini, per accattivarsi il favore popolare, si ispirò, anche, a quelle organizzazioni a sfondo sindacale e di mutuo soccorso, nate in Sicilia nella seconda metà del 1800, a sostegno dei contadini, vessati dalla miseria, dalla tracotanza dei nobili latifondisti e dalla malaria: e quando le loro condizioni di vita divennero insopportabili, in alcune città della Sicilia scoppiarono gravi e sanguinosi tumulti per i quali il governo Crispi dell’epoca non trovò altro rimedio che reprimerli con l’aiuto delle truppe, col risultato che i poveri contadini ci rimisero alcune decine di morti; qualche anno dopo, il generale Bava Beccaris insanguinerà, a colpi di cannone, le strade di Milano con oltre 300 morti di lavoratori che protestavano per le inumane condizioni di lavoro nelle fabbriche : e per questo, si meritò una medaglia di riconoscimento per i servizi resi alla corona e ad Umberto I, in particolare:; il 29 luglio del 1900, a Monza, un minuscolo operaio venuto dall’America, Gaetano Bresci, vendicherà l’eccidio di Milano assassinando il Re Umberto I .

Ritornando ai tumultuosi anni 1919-1922, Mussolini riuscì a suscitare un crescente interesse e varie simpatie per la sua determinazione a promettere ordine, lavoro e progresso ( quando si promettono questi programmi politici, si è sicuri che l’elettorato si farà incantare dalle chimere di turno); e la classe borghese, specialmente i latifondisti e gli agrari, cominciò a foraggiarlo nella speranza che il futuro Duce riducesse al silenzio i sindacati rossi, i socialisti, gli anarchici, oltre a porre fine ad una serie interminabile di scioperi che avevano bloccato, quasi del tutto, l’attività economica della nazione.

La fine del primo conflitto mondiale ci era costata un’infinità di caduti, un’altra infinità di feriti ed una massa disperata di reduci disoccupati. Mi raccontava mia madre che, tanto per fare un esempio concreto di quelle emergenze, nella stazione ferroviaria di Cosenza, quasi quotidianamente, si verificavano scioperi del personale ferroviario, con conseguente soppressione di treni ; bastava che un macchinista, o un capotreno decidesse di non svolgere il servizio per una qualsiasi mancata soddisfazione sindacale che, immediatamente, la stazione piombava nel caos, mentre gli incolpevoli viaggiatori erano costretti a scendere dal treno, rinunciando forzatamente al servizio ferroviario.

Questa situazione di precarietà alimentava, da una parte, il malcontento popolare; dall’altra, esasperava, ancor di più, la protesta delle masse di disoccupati: e non passò molto tempo per assistere allo scontro fisico e violento tra i primi fascisti ed elementi socialisti: infatti, il 15 aprile del 1920 si ebbe il primo grave episodio di “squadrismo”, allorché un gruppo di facinorosi di destra, fra i quali vi erano giovani ufficiali e soldati reduci dal fronte, assalì i partecipanti socialisti nei pressi dell’Arena di Milano, e, a suon di manganellate dispersero i pacifici socialisti per poi assalire la direzione dell’ ” Avanti !” e metterla a soqquadro, con soddisfazione di Mussolini che, così, si godeva la vendetta per essere stato cacciato, quasi per un braccio, dalla direzione di quel giornale, per essersi schierato tra gli interventisti alla prima guerra mondiale.

Quella fu una manifestazione che suscitò molti consensi nell’opinione pubblica, perché fu considerata una riscossa contro i comunisti e gli anarchici, e, quindi, una salvaguardia contro quelle forme di collettivismo marxista dei beni che mirava all’abolizione della proprietà privata. Ovviamente, le adesioni al movimento fascista si moltiplicarono, tanto che, alla fine del 1920, Mussolini fu riconosciuto segretario nazionale nel primo congresso del Fascismo che si tenne nell’Ottobre di quell’anno ( caso strano, il mese di Ottobre fu, per il Fascismo, foriero di fortune).

Come sempre avviene, nelle alterne fortune della politica, molti opportunisti videro nel Fascismo l’occasione propizia per una rivincita sociale o per un’ascesa politica, o per soddisfare una mai sopita voglia di potere e di ricchezza ; e Mussolini promise e garantì mano libera a quanti fossero stati in grado di organizzare i Fasci di Combattimento nelle varie regioni d’Italia ( il Fascismo non separò mai l’ideologia politica dalle armi e dal combattimento, fino alle sue estreme conseguenze, e fin dalle scuole elementari ai fanciulli fu affidato lo slogan ” Libro e moschetto, fascista perfetto ! “).

Una serie di personaggi, dalla dubbia moralità e dall’oscuro passato, si proclamarono “ducetti “, meglio noti come: “RAS”, ognuno dei quali, indossata una camicia nera e appuntatasi qualche medaglia al valore acquistata nei mercatini di periferia, organizzava le “squadre”, per le scorribande a colpi di manganello ed olio di ricino contro quanti disapprovavano quella situazione politica improntata sul disordine sociale e sulle violenze fisiche, specialmente contro i socialisti, i comunisti, i liberali e i sindacalisti rossi e cattolici; e spesso ci scappò il morto, sia da una parte che dall’altra: Mussolini aveva completa contezza degli avvenimenti, perché in cuor suo vedeva attuarsi, lentamente ma inesorabilmente, il sogno di conquistare la guida del governo nazionale, naturalmente di stampo fascista.

A far precipitare gli eventi fu il fallito tentativo col quale Mussolini cercava di coinvolgere le masse italiche, e quindi anche socialisti, liberali e popolari, in un patto di conciliazione nazionale, perché riscontrò l’aspra ostilità dei vari Ras che minacciarono di abbandonarlo; ma Mussolini, maestro nel trasformismo ideologico, in occasione del terzo congresso nazionale del partito, tenutosi all’Augusteo di Roma il 7 novembre 1921, per giustificare il suo voltafaccia all’idea della pacificazione, non esitò a presentare le proprie dimissioni a patto che il movimento fascista si trasformasse in partito: e così avvenne.

Primo segretario del nascente partito fascista fu il calabrese Michele Bianchi, tra gli osanna dei vari Arpinati, federale di Bologna, Balbo, federale di Ferrara, dei fratelli Nenciolini, di Firenze ai quali si affiancava quel tristo e famigerato Dumini che tanta parte ebbe nell’assassinio del grande deputato socialista Giacomo Matteotti, del marchese Dino Perrone Compagni, anch’egli di Firenze, in rappresentanza della classe nobile agraria, di Renato Ricci di Carrara, di Roberto Farinacci di Cremona, di Caradonna, dalle Puglie, latifondista di stampo feudale.

Michele Bianchi, fedelissimo di Mussolini, doveva svolgere quella tattica che si usa tra i corridori ciclisti al giro d’Italia, cioè tirare la volata al leader per farsi, poi, da parte, nell’imminenza del traguardo : Ed anche questa volta…così avvenne !

La via di Roma sembrava ormai spianata e Mussolini si apprestava a percorrerla, quando un nuovo evento, fortunoso e profetico per le sue ambizioni, si verificò. Nel gennaio del 1922 moriva il Pontefice Papa Benedetto XIV; al suo funerale – evento che suscitò molto scalpore – partecipò, in forma ufficiale, il governo dell’epoca, presieduto da Bonomi, il cui ministero, nato dalla definitiva uscita di scena di Giolitti, trovò valido sostegno anche nei 45 deputati fascisti, eletti nelle elezioni del 1920.

In occasione dell’insediamento del nuovo Papa – era l’arcivescovo di Milano ACHILLE RATTI – questi, affacciatosi dalla loggia centrale di San Pietro, benedisse, per la prima volta dal 1870, Roma, l’Italia ed il mondo, ivi compresi i portabandiera dei gagliardetti fascisti che gremivano la piazza. Quella benedizione e l’omaggio del governo Bonomi sia ai funerali di Bededetto XIV e sia alla cerimonia in omaggio al nuovo Papa suscitarono le ire dei liberali i cui deputati ritirarono l’appoggio al governo Bonomi, determinandone la crisi.

Iniziava quel drammatico biennio 1921/1922 alla fine del quale gli italiani avrebbero assistito alla fine della democrazia politica la cui durata coprì l’arco di un ventennio .

Il seguito, alla prossima puntata.

Giuseppe Chiaia – preside –

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