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Racconti e confessioni di Vincenzo Cerami, uno tra i maggiori scrittori e sceneggiatori italiani e premio oscar per il film “la vita è bella”.


Nato a Roma nel 1940, ha come insegnante di lettere nella scuola media di Ciampino, P.P.Pasolini che lo introduce all’amore per la letteratura e per la poesia. Nel 1966 è chiamato dal famoso regista per affiancarlo sul set di “Uccellacci e uccellini” e nel 1976 scrive il suo primo romanzo “Un borghese piccolo piccolo”, accolto positivamente dalla critica e portato l’anno dopo sullo schermo da Mario Monicelli. Inizia così una carriera ricchissima e poliedrica, quasi incommensurabile che spazia dalla narrativa al cinema, al teatro, senza neanche trascurare la professione giornalistica che lo vede redattore nelle maggiori testate (Il Messaggero, Il Giornale affianco a I. Montanelli, La Repubblica etc.)

Forse più conosciuto come il coautore dei film di Benigni, Amelio, Bellocchio, Bertolucci, Scola, Vincenzo Cerami è soprattutto uno scrittore, uno scrittore nel vero senso della parola che riesce ad usare la scrittura come mezzo corrispondente ad ogni fine, sia questo il cinema, il teatro, la musica o chissà che altro. I suoi racconti, nati dalla vena di un autentico narratore che ogni volta sa indovinare il tono e la voce più adatti, hanno la capacità di far rivivere gli odori, gli stati d’animo, le tinte più nascoste di un avvenimento e dei suoi protagonisti. Lo abbiamo incontrato ed ancora una volta è riuscito a stupirci ed a confermarci che la sua “è…una vita di parole”.

D. Come nasce la sua voglia di scrivere storie?

R. Ho iniziato a scrivere poesie da bambino perché ho avuto come professore di italiano alle scuole medie Pier Paolo Pasolini, che ci faceva godere la poesia, non solo studiare..da qui la passione per la prosa, per i racconti..poi ho scoperto la mia vocazione di scrivere attraverso i temi liberi che ci facevano fare a scuola e, visto il consenso dei miei insegnanti, ho pensato che potesse essere la mia strada. Nel corso degli anni ho poi compreso che si tratta di una passione, quasi un’ossessione, non posso non raccontare, per me è un’esigenza…

D. Un conto è scrivere, un conto è sceneggiare e lei riesce con successo in entrambe le cose..anche in questo caso è una passione?

R. Certo, perché la sceneggiatura è una storia, una storia vissuta attraverso le immagini..per me sceneggiare un film è vivere la sceneggiatura insieme al regista, io non presento la mia sceneggiatura e basta, io lavoro con lui e mi rendo conto di ciò che gli serve, di ciò che va bene a quel regista..mentre siamo insieme proviamo le battute, iniziamo a dargli vita perché ciò che si scrive e che poi diventa il soggetto per un film si deve “sporcare”, cioè la parola scritta deve spogliarsi del suo stile e diventare una battuta in bocca agli attori.

D. In quanto ai registi, ha qualche preferenza?

R. No, ma mi sono sempre trovato meglio con i registi che portano avanti la loro passione e non pensano solo alle logiche del mercato, cioè coloro che hanno una passione autentica, sofferta, basata su convinzioni.

D. Cerami è lo sceneggiatore che con Benigni ha inventato sei film, di cui uno: “La vita è bella”,considerato un monumento del cinema, gli ha fatto vincere l’Oscar, cosa pensa di Benigni?

R. Lo vedo come un cucciolo ed insieme una talpa perché in fondo si nasconde. E’ un comico molto amato e il suo istinto lo porterebbe a stare in mezzo alla gente, da un po’ di tempo però non può farlo perché ci sono tante persone che non gli danno respiro ed allora esce di notte come una talpa. Ma non solo..è anche un cucciolo, un eterno bambino.

D. Lei è stato un grande amico di un altro mito del cinema: Federico Fellini. Di Fellini ha scritto che “ascoltarlo era come succhiare la cioccolata”. Perché?

R. Vivevamo insieme, lavoravamo su tavoli paralleli. E si parlava di tutto, di donne, di sogni, della vita. Fellini era uno spettacolo ed io stavo lì come al teatro. Ogni volta che dava un giudizio oppure affermava o descriveva qualcosa o raccontava qualcosa del suo passato era come vedere un film. Proprio come stare al cinema, con quella voce delicatissima e quell’uso dell’italiano che era un incanto..Insomma stare vicino a lui ti dava un piacere simile a quello che si prova quando si gusta la cioccolata..

D. Lei ha lavorato con i più grandi registi, poi con Benigni, è stato amico di Fellini, in più ha avuto come insegnante Pier Paolo Pisolini, cosa ha “preso” da lui?

R. Pasolini mi ha fatto scoprire che esistono i libri, che esiste la poesia, che la cultura è un bene d’uso e non è una cosa astratta. E soprattutto mi ha insegnato a mettere in rapporto l’invenzione con la realtà. La realtà devi guardarla sempre, osservarla e raccontare ciò che avviene e che, però, non tutti vedono.

D. Sul set di “Uccellacci e uccellini”, come aiuto-regista, lei ha conosciuto Totò, qual era il segreto del suo talento?

R. All’epoca Totò era cieco, io stavo con lui nella roulotte e gli leggevo le battute che lui ripeteva sempre diverse, mai come erano scritte. Non ho mai riso tanto in vita mia, quelle parole scritte a macchina nella sua bocca prendevano un altro significato poi ho scoperto il trucco: se io non ridevo lui cambiava la battuta e si fermava solo quando io ridevo. Con Totò ho capito che il comico cerca ‘amore e cibo’, non ha altri bisogni e per questo è una figura pura ed essenziale che tocca le vette dell’arte , inoltre ho compreso il motivo per cui il comico è maschio, perché l’eros fa a pugni con la comicità, il comico è goffo, non bello, uno dei pochissimi casi di comicità femminile è rappresentata da M. Monroe, grandissima attrice che riusciva a far ridere ed era anche molto bella.

D. Lei, ad iniziare da “Un borghese piccolo piccolo”, è l’autore di centinaia di lavori: romanzi, fumetti, racconti scritti per il teatro, ma come nasce l’idea che funziona?

L’idea è la cosa più difficile in assoluto. Spesso mi succede che una mattina, nel dormiveglia, si accende una luce che dura un niente e che mi fa vedere l’opera fatta e finita. Purtroppo dura talmente poco che dopo un attimo è già dimenticata..Da quel momento bisogna mettersi a tavolino e cercare di ricostruire pezzo per pezzo tutto quel che si è visto in meno di un secondo..

D. Si parla di crisi del cinema, cosa manca oggi al cinema italiano?

Il cinema italiano è in crisi, crisi iniziata almeno dal 1970, perché per fare dei film che siano competitivi ci vogliono molti soldi, molti capitali, come accade in America, quindi gli autori con delle idee si dirigono verso chi ha la possibilità di fare questo genere di film. Inoltre, a parte chi ha effettivamente qualcosa da dire, in giro c’è un grande appiattimento culturale che rende il cinema asfittico e senza idee.

D. Ha ancora un sogno nel cassetto?

Tanti..ma quello più ricorrente è di affrancarmi da quest’ossessione di scrivere che non mi da tregua..che mi costringe a stare chiuso e mi fa dimenticare il tempo che passa..

Maria Cipparrone

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