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….non se ne può fare a meno…. quindi tutti a Prato!

Si è conclusa a Prato, domenica 22 febbraio, dopo sette giorni di interessanti manifestazioni, la seconda edizione di PratoDolcePrato, mostra nazionale della pasticceria e del gusto della vita che ha visto come protagonisti il Consorzio dei pasticceri pratesi ed i migliori pasticceri d’Italia, selezionati dal maestro per eccellenza dei pasticceri, Iginio Massari, laureato, dall’Accademia Italiana Maestri Pasticceri, “maestro del decennio”.

Ma il successo della mostra, oltre all’alta qualità offerta dagli artisti del dolce, si deve anche al suo art director, Luca Managlia, personaggio sui generis e artista dalle mille sfumature, da sempre nel mondo dello spettacolo e del cinema. I suoi interessi hanno spaziato in tutti i settori fino a quando non si “è scoperto uno del gusto”, desideroso di diffondere una nuova filosofia, e cioè quella che vede il cibo come cultura, come moda: fashion è la parola d’ordine della manifestazione pratese, in cui eleganza, gusto e piacere hanno trovato nel dolce la loro massima espressione.

Per garantire alla mostra uno scenario di tutto effetto, Managlia, pratese doc, ha “preteso” che la stessa si svolgesse nel centro storico della città, dove, alcuni tra i luoghi per eccellenza della cultura cittadina, come il prestigioso Palazzo Vaj, il Palazzo Novellucci, il Cassero ed il Cinema Terminale hanno ospitato alcuni degli eventi culturali che hanno accompagnato la manifestazione.

Co-protagonista insieme al dolce di PratoDolcePrato è stata la “bozza” pratese, detta anche Pane di Prato, inserita nell’elenco dei prodotti tradizionali da salvaguardare, redatto dalla regione Toscana. Caratteristica della “bozza”, considerata l’anima del dolce perchè spesso il suo impasto è stato ed è utilizzato come prodotto base della pasticceria, è la completa assenza di sale nell’impasto e l’artigianalità del prodotto che, ancora oggi, è lavorato a mano dai fornai.

Numerosi gli eventi che hanno fatto da cornice alla manifestazione, come CUCINieri, oggi e domani, mostra multimediale sull’Italia che mangia, tesa a sottolineare l’evoluzione culinaria dell’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri. Il cibo, quindi, come fenomeno culturale e sociale che, attraverso le mutate abitudini alimentari, testimonia i profondi cambiamenti della società italiana negli ultimi cinquant’anni.

Altra mostra collegata a PratodolcePrato è stata quella dedicata al rhum, realizzata da Gianluca Gargano, uno dei massimi esperti in Italia, considerato “lo zingaro del gusto”, per la sua passione di scovare ed importare dal nuovo mondo grandi rhum, calvados, whisky single malts e vini. La mostra comprendeva foto e stampe di tutto il mondo, oltre ad una preziosissima serie di vecchie ed ormai introvabili bottiglie di questo particolare liquore, forte (40° di percentuale alcolica) ma non aggressivo, facilmente abbinabile e di gran moda nelle aguilas, bar di tendenza ormai diffusi in Italia, dove la degustazione del rhum è accompagnata dall’ascolto di buona musica.

Un’attrazione particolare ha poi rappresentato nell’ambito della dolcissima kermesse “la pasticceria che fu”, ricostruzione fedele, ad opera dell’antiquario e collezionista Fabrizio Bergonzoni, di un vecchio negozio di alimentari e di pasticceria degli anni 20/30, dove si potevano ammirare i manifesti dell’epoca ed i vecchi specchi pubblicitari che reclamizzavano i prodotti dolciari, le scatole dei cioccolatini e le scatole in latta dei biscotti.

Altro fiore all’occhiello della mostra e motivo d’orgoglio per la città di Prato, è stata la sezione dedicata ai Sapori e Colori della città etnica, organizzata con la collaborazione di Legambiente, in persona del suo Presidente Franco Di Martino e dell’Assessorato alla Città multietnica del Comune di Prato.

Vale la pena ricordare che la città toscana è l’unica città d’Italia ad avere un simile assessorato, sicuramente dovuto alla presenza di 26.000 tra senegalesi, marocchini, pakistani, nigeriani, cinesi etc i quali, lungi dall’essere considerati extracomunitari, sono ormai da annoverare, a pieno titolo, tra i cittadini pratesi, con le loro attività, tradizioni ed abitudini che hanno trasfuso soprattutto nel cibo, nei dolci colorati e profumati. Tali prelibatezze hanno fatto bella mostra di sè accanto agli stands dei dolci italiani, senza il rischio di sfigurare, regalando, anzi, agli assaggiatori sapori speziati da mille ed una notte.

A far conoscere i sapori del mondo, era pure presente, il giornalista Vittorio Castellani, grande conoscitore delle cucine etniche e noto con il nome di chef Kumalè con cui firma la sua rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Altre sensazioni dal sapore orientale ha poi evocato la mostra dedicata alla preziosissima collezione di teiere cinesi del XVI secolo, provenienti dalla città di Yixing e di proprietà di Gianni Limberti, esperto di thè, che, in un paio di serate, ha svelato tutti i segreti ed il fascino di questa bevanda, da considerare anche come ingrediente per gustose ricette.

Le iniziative alla mostra di Prato hanno interessato, naturalmente, anche il cibo, protagonista, insieme allo zucchero, di una galleria di fotografia contemporanea, allestita da Ken Damy e Franco Fontana, due tra i fotografi più apprezzati degli ultimi anni che, con i loro scatti hanno dato vita a particolari giochi di luce e di colore.

Al cibo, inoltre, è stato dedicato un concorso per cortometraggi realizzato in collaborazione con la Scuola di Cinema “Anna Magnani”, intitolato “Presi per la gola”. I video in concorso hanno narrato storie in cui il piacere del e per il cibo ha fatto da protagonista.

Infine, di particolare interesse l’associazione culturale “Arte da mangiare mangiare arte”, fondata a Milano dalla scultrice Topylabrys e presente a Prato con un messaggio originale e cioè il “cibo come codice di comunicazione universale“, come espressione artistica; da qui le opere di artisti confluenti in questa associazione, che hanno scelto il cibo come materia prima per le loro creazioni.

Una mostra, dunque, quella di PratodolcePrato, dedicata a chi alla dolcezza non vuole rinunciare, considerandola come un “bisogno primario” da coltivare, a costoro l’arrivederci all’anno prossimo.

Maria Cipparrone

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