Posted on

Basta un attimo…


 

IL LINGUAGGIO DEI GESTI ATTRAVERSO I TEMPI – 1

I gesti hanno sempre rivestito, nei modi che sono loro propri, una grande importanza in quanto svelano all’esterno i moti segreti dell’anima. Essi sono parimenti necessari alla comunicazione perché permettono di esprimere e comprendere le idee. In latino “gestus” indica, in senso lato, un movimento o un atteggiamento del corpo e, in un senso ancora più preciso, il singolo movimento di un arto. Esso deriva del verbo “gerere” che significa “fare” e “portare”.

Da “gestus” derivano sia il verbo “gestire” (fare un gesto) che il suo diminuitivo “gesticulus” (piccolo gesto).

 

Da quest’ultimo provengono il termine “gesticularius” (colui che fa gesti) cioè il pantomimo ed in particolare la parola “gesticulatio” che indica il gesto eccessivo e disordinato, considerato negativamente e per lo più associato ai mimi ed agli istrioni. Sinonimo di “gestus” è il termine “motus” inteso soprattutto nell’accezione di “motus corporis” (movimento del corpo) ma anche, in modo più ampio, movimento in generale (movimento della terra, delle stelle, di un animale, dell’animo ecc.). Sia “gestus” che “motus” si esprimono in greco con la parola “kinesis”. Da un lato, quindi, il gesto umano viene inglobato nella concezione più vasta del movimento, dall’altro gli viene riconosciuta una sua singolarità. E, comunque, nonostante l’uso frequente della parola “gestus” nella letteratura latina antica, nessun autore classico e nessun grammatico dà una definizione precisa del termine; nemmeno Varrone nel suo De Lingua Latina. Solo in epoca carolingia si ritrova una vera definizione di tale termine. Nei testi si ritrovano anche altre parole come “abitus” (in greco skema) che in alcuni casi indica “atteggiamento”, “nutus”, “signum” (segno gestuale), “vultus” (espressione del viso in particolare dello sguardo), “ incessus” (andatura). Nella Vulgata, San Gerolamo utilizza i termini “motus” e “movere”, mentre ignora completamente i termini “gestus” e “gesticulatio”.

Nella Bibbia, infatti, se da una parte abbondano i gesti, dall’altra non si trova in essa una teoria della gestualità. Sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento i riferimenti ai gesti sono numerosissimi ed esprimono una grande varietà di sentimenti ed atteggiamenti. In Isaia, per esempio, si parla della “Figlia di Babilonia” il cui incedere tradisce l’orgoglio e delle “Figlie di Sion che si sono insuperbite e “procedono a collo teso, ammiccando con gli occhi e camminando a piccoli passi facendo tintinnare gli anelli ai piedi. Sempre Isaia offre l’immagine dell’uomo giusto che avrà grande successo perché non punta il dito e non parla da empio; offre il pane all’affamato e sazia chi è digiuno.

Nel libro dei Proverbi, invece, troviamo la descrizione dell’uomo pigro che “un po’ dorme, un po’ sonnecchia, un po’ incrocia le braccia per riposare ed intanto va in miseria”.

Sempre nei Proverbi, viene tratteggiata la figura dello stolto che ha la bocca distorta, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita. Molto bella è anche la personificazione della follia, descritta come una donna irrequieta, una sciocca che non sa nulla, la quale, seduta alla porta di casa, invita i passanti che vanno diritti per la loro strada. La donna adultera, invece, mangia e si pulisce la bocca e dice: “non ho fatto niente di male”


Al contrario, una donna perfetta “lavora volentieri con le mani”, “si alza quando ancora è notte e prepara il cibo alla sua famiglia”, “stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita”, “apre le sue mani al misero e stende la mano al povero”. Nei Salmi i gesti descritti con maggiore frequenza sono quelli che accompagnano la lode individuale o collettiva a Jahvé. L’orante sta in posizione generalmente eretta, con le mani levate al cielo e le braccia diritte o parzialmente flesse.

Del tutto singolare è il gesto con cui viene effettuato il giuramento cosiddetto sub femore cioè con la mano posata sul sesso. Tale giuramento viene imposto da Abramo ad un servitore, ma anche Giacobbe fa giurare allo stesso modo il figlio Giuseppe. Una grande importanza viene attribuita nell’Antico Testamento alla danza, per lo più accompagnata da canti, battiti di mani, suono di trombe, tamburelli, cimbali e flauti.

In molte religioni la danza rappresenta un’importante azione cultuale, perché esprime in modo immediato tutto ciò che commuove l’uomo nella profondità del suo essere. La danza è gioia divenuta gesto! Nella Bibbia, infatti, la danza è generalmente segno di gioia e di gratitudine. Quasi sempre ha la funzione di celebrare dei momenti importanti della vita religiosa e sociale degli Ebrei, come la vittoria o il matrimonio, ma soprattutto ha lo scopo della lode a Dio, collettiva o individuale. Attraversato il Mar Rosso, Myriam, sorella di Mosè, guida la danza delle donne ebree fra i canti ed al suono dei timpani. Danza, anche, Davide con tutte le sue forze davanti all’Arca dell’Alleanza, seguito da tutti gli Israeliti, con tripudi e suono di tromba.

Anche il Nuovo Testamento, a ben guardare, è ricco di modelli gestuali: con una festa gioiosa rallegrata da musica e danze, viene accolto il figliol prodigo al suo ritorno nella casa del padre. Un fariseo fa mostra della sua devozione pregando “dritto” in piedi nel Tempio, mentre il pubblicano prega umilmente “curvo” davanti a Dio. I Vangeli offrono anche il modello dei gesti di Gesù che benedice, tocca i malati, prende il pane ed il vino.

E in seguito, come si è evoluto il linguaggio gestuale?

…. CONTINUA

Print Friendly, PDF & Email