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Da un pò di tempo siamo sottoposti a messaggi pubblicitari che hanno come obiettivo, quello di convincerci a spendere, per sostenere l’economia nazionale. Che il premier in persona inviti a non tenere i soldi sotto il mattone, ma ad immetterli nel circuito economico può, legittimamente, essere inteso come un’operazione per recuperare credibilità verso una politica economica per alcuni versi strana e dubbia. Tentare di imporci, però, l’equazione “maggiori consumi / più benessere”, rappresenta un tentativo teso a sovvertire la pianificazione di qualunque “buon” padre di famiglia. Cerchiamo di andare a fondo di questo che sembra, piuttosto, un pasticcio “globalizzato”. Il consumo identifica la destinazione finale di beni o servizi (pagati dal singolo o dalla collettività) al soddisfacimento dei bisogni umani. I bisogni si classificano in indispensabili (il cui appagamento consente di sopravvivere), primari “necessari” (che danno la possibilità di raggiungere degli standard “qualificanti” come, ad esempio, la costruzione della propria autostima), necessità del tempo storico (che rispecchiano le esigenze e le scoperte contemporanee, utili per creare comodità ed opportunità lavorative) e desideri (che si appagano con valenza compensatoria agli affanni della vita o per conformarsi ai gruppi di riferimento). Risalta con evidenza, che appagare i bisogni mediante i consumi abbia come obiettivo, quello di raggiungere una condizione di benessere. E allora, cerchiamo di definire questa “chimera”: condizione temporanea conseguente allo stato di equilibrio metabolico psicofisico (OMEOSTASI) che deriva dall’appagamento dei propri “bisogni”. PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO



 

Da un po’ di tempo siamo sottoposti a messaggi pubblicitari che hanno come obiettivo, quello di convincerci a spendere, per sostenere l’economia nazionale. Che il premier in persona inviti a non tenere i soldi sotto il mattone, ma ad immetterli nel circuito economico può, legittimamente, essere inteso come un’operazione per recuperare credibilità verso una politica economica per alcuni versi strana e dubbia. Tentare di imporci, però, l’equazione “maggiori consumi / più benessere”, rappresenta un tentativo teso a sovvertire la pianificazione di qualunque “buon” padre di famiglia. Cerchiamo di andare a fondo di questo che sembra, piuttosto, un pasticcio “globalizzato”. Il consumo identifica la destinazione finale di beni o servizi (pagati dal singolo o dalla collettività) al soddisfacimento dei bisogni umani. I bisogni si classificano in indispensabili (il cui appagamento consente di sopravvivere), primari “necessari” (che consentono di raggiungere degli standard “qualificanti” come, ad esempio, la costruzione della propria autostima), necessità del tempo storico (che rispecchiano le esigenze e le scoperte contemporanee, utili per creare comodità ed opportunità lavorative) e desideri(che si appagano con valenza compensatoria agli affanni della vita o per conformarsi ai gruppi di riferimento). Risalta con evidenza, che appagare i bisogni mediante i consumi abbia come obiettivo, quello di raggiungere una condizione di benessere. E allora, cerchiamo di definire questa “chimera”: condizione temporanea conseguente allo stato di equilibrio metabolico psicofisico (OMEOSTASI) che deriva dall’appagamento dei propri “bisogni”. A questo punto si evince che, senza equilibrio, non c’è fruizione godibile di alcun bene. Cosa succede, invece, nella nostra bella Società dei consumi? Facciamo alcuni esempi. Attraverso i canali di comunicazione di ogni genere, veniamo indotti a comprare una infinita varietà di alimenti ipercalorici (ma a basso contenuto di nutrienti come vitamine, sali minerali, etc.) che riempiono, praticamente, tutte le ore della nostra giornata (dalle merendine mattutine che aiutano Tarzan a superare il logorio della Jungla moderna, ai pranzi preparati da Zeus in persona, agli snack che richiedono l’intervento del “gigante buono” e via discorrendo); poi, però, sempre attraverso messaggi “mediatici”, ci convincono che l’immagine vincente nel lavoro come nella vita, sia quella consistente in un misto di muscoli e anoressia (uomini dinamici, vagamente “dopati” e donne efebiche, autentici “pali” rivestiti di morbida alcantara); a questo punto, ci vengono in soccorso le pillole cattura calorie, per poter “tranquillamente” trangugiare una Saint Honoré da 5 kg (con buona pace di dentisti e nutrizionisti); a conclusione di ciò, possiamo analizzare (sempre attraverso disinteressati “consigli per gli acquisti”) le enormi opportunità di acquistare (con comodi pagamenti rateizzabili fino al giorno del giudizio universale) intere palestre da trasportare in casa propria per effettuare comodamente tutti quegli esercizi che non faremo mai, perché troppo impegnati a lavorare (e logorarci) per pagare tutte quelle comodità necessarie a migliorare la qualità della vita (quella di chi ce le vende, naturalmente!). Cosa aggiungere? Un vecchio adagio cinese, per far riflettere chi crede che la felicità possa derivare dall’acquisizione di beni strumentali senza migliorare, prima, il rapporto con se stessi: “E’ inutile cercare un gatto nero in una stanza buia, soprattutto quando…non c’è”!.


G. M. – Medico Psicoterapeuta


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