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Da parte di un nostro lettore, riceviamo un commento esplicativo su un diritto, ancora oggi violato.


Cosa sia il diritto alle pari opportunità è conoscenza ormai acquisita.

Si tratta del diritto alle identità differenti, allo sviluppo e alla valorizzazione delle risorse umane, al riconoscimento delle competenze femminili e delle capacità personali, alla conciliabilità di lavoro professionale e vita familiare (in Europa si parla di family friendly e ciò sarebbe possibile attraverso la promozione di sistemi che incidono sull’organizzazione del lavoro come orari di lavoro flessibili, e che sono diretti al rafforzamento di servizi sociali con la creazione per esempio di nuove scuole ed asili.)

Per il Trattato di Amsterdam (art. 41 paragrafo 2 c Regolamento quadro) la pari opportunità – nel campo delle carriere, dei trattamenti salariali, dell’occupazione, della disoccupazione, delle posizioni di vertice, della partecipazione, delle attività autonome ed imprenditoriali e dei servizi, – tra l’uomo e la donna si configura come un obbligo e viene a coincidere con la modernità, lo sviluppo e la crescita del nostro paese nell’edificio europeo ed infatti in senso contrario ” il persistere di elevati tassi di DISOCCUPAZIONE femminile e giovanile, rappresentano un COSTO sociale ed economico, inoltre il mancato utilizzo di questo CAPITALE umano contribuisce a DEQUALIFICARE un’ampia fascia delle RISORSE UMANE disponibili, con il rischio di pregiudicare ed abbassare il potenziale di crescita dell’intero paese”.

Detto questo, occorre vedere quali interventi occorrono per promuovere in pratica le pari opportunità.

Gli interventi devono essere innanzitutto generali e collegati al buon utilizzo dei fondi strutturali, e poi particolari, considerate cioè le diverse condizioni e individuatene le priorità.

Per far questo necessitano statistiche di genere per valutare e monitorare i diversi status e che si dovrebbero avvalere dell’ausilio dei 2 osservatori già esistenti: quello dell’imprenditorialità giovanile e quello dell’occupazione femminile, che dovrebbe tuttavia localmente radicarsi favorendo la creazione di centri per l’occupabilità femminile, in cui l’acquisizione di competenze e tecnologie sia parte di una formazione dinamica in continuo movimento. Soltanto attraverso interventi di valorizzazione delle risorse e di riconoscimento delle competenze possiamo e anzi abbiamo il dovere finalmente di promuovere la donna ai più alti livelli della dirigenza.

Pino Barbarossa – Cosenza

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