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In questo articolo “fiume”, si è iniziato a proporre spaccati di incontri di analisi personale monotematici, con l’intento di fornire utili spunti di riflessione da utilizzare per riscontri personali. Al riparo da sensazionalismi e ricerca di audience ci si è proposto (con il consenso dell’analizzato ed il rispetto della privacy) di far capire cosa prova chi soffre e come si risolvono i mali dell’animo. Per esigenze editoriali, i dialoghi vengono proposti in modo interlocutorio e familiare. Tutti gli elementi che avrebbero potuto mettere a repentaglio l’anonimato dell’analizzato, sono stati opportunamente modificati e “romanzati”. Nel tempo, i lavori sono divenuti via, via, sempre più “snelli” e adeguati alle esigenze di un pubblico che, naturalmente, è diventato più esigente. Dopo otto anni dalla pubblicazione, tuttavia, si è ritenuto di riproporre integralmente il testo, vista la complessità dello svolgimento. Un suggerimento: provate a leggerlo un po’ alla volta e cercate di porvi le seguenti domande: quanto sta cadendo sotto la mia osservazione, è un mio problema? Sarebbe potuto diventarlo? Lo avrei risolto allo stesso modo?

BUONE RIFLESSIONI

Caro “Doc”, è da un po’ che avrei voluto parlarti di qualcosa che mi rende la vita molto difficile: il senso di colpa.

Ti senti in colpa per aver commesso qualcosa di particolare?

No, non per qualcosa in particolare ma per gran parte delle cose che faccio, è tutta la vita che avverto di avere questo condizionamento!

È possibile che tu non conosca chiaramente il concetto ed il significato del senso di quello di cui stiamo parlando. Ti sei mai chiesta cos’è il senso di colpa?

Sentire di aver provocato un danno.

Effettivamente, il senso di colpa si avverte ogni qualvolta ci si ritiene responsabili di aver provocato un danno. Nella tua vita, quali danni hai prodotto e a chi?

Per danno posso intendere pure un disagio che io ho prodotto ad altri.

Tra disagio e danno c’è una bella differenza! Essere responsabile di una lesione alla mano perché ti ho concesso incautamente di maneggiare un petardo, è diverso che, invece, averti fatto fare anticamera per un quarto d’ora, prima di riceverti! Se permetti… sono due cose differenti!

E non può accadere che un effetto del mio comportamento, a seconda delle condizioni del soggetto che lo riceve, è vissuto bene o male e, in considerazione di ciò, io possa sentirmi in colpa?

Secondo Leggi di Natura non puoi creare un danno alla tua persona per proteggere chi, all’esterno di te, essendo “fuori equilibrio” psicologico, è più vulnerabile; se tu aggredisci qualcuno senza che questi ti produca un danno, commetti un errore, ma non puoi essere neppure ritenuta colpevole se lo fai in maniera inconsapevole. Se lo fai in maniera deliberata, consapevole, sei colpevole. Inoltre, nel momento in cui tu ti difendi da chi vuole danneggiarti (e così facendo tuteli te stessa), anche se crei un disturbo all’altro, tutto sommato stai rispettando i principi della legge sulla conservazione dell’energia (che si ritrova, “adattata” nel I° Principio della Termodinamica)

Ma con questo meccanismo, non rischio, magari senza accorgermene, di sviluppare dell’ostilità nei confronti di persone verso le quali sono, comunque, legata da vincoli affettivi?

Provare sentimenti di ostilità e comunicarli ha un’incidenza, provare sentimenti di ostilità e non comunicarli ha un’altra incidenza. Tu, come ti sei comportata?

Non mi sono scagliata contro di loro (che, poi, sono i miei familiari più stretti) ma, col mio comportamento, li ho tenuti a distanza.

Con questo sistema tu hai cercato di proteggere te stessa e gli altri, mantenendoti lontana. È stato un comportamento saggio, oltre che maturo, che dovremmo attuare tutti: ogni qualvolta ci sentiamo potenzialmente pericolosi per gli altri, dovremmo evitare di frequentarli. E’ il principio basilare di una convivenza pacifica.

Però tu mi hai pure spiegato che ci si può adattare, che io sono tendenzialmente rigida nei miei comportamenti…

Ci si può adattare se si è in grado di farlo; se non si è in grado di farlo avresti da scegliere tra danneggiare te stessa o danneggiare gli altri: se tu, ad esempio, subisci delle frustrazioni nei confronti delle quali non riesci a creare un adattamento adeguato, produci un pericoloso carico di tensione; a quel punto, se non sei “accorta” nel gestire la bomba, si può facilmente innescare una deflagrazione che coinvolgerebbe te stessa (con possibili somatizzazioni) e tutti quelli intorno a te (attraverso i tuoi sfoghi collerici).

Ti ripeto che, In questo caso, hai messo in atto la scelta più saggia, quella di mantenerti distante. Non puoi sentirti in colpa perché non hai prodotto danno con una condotta poco accorta. Solo quando produci un danno per effetto di un comportamento scriteriato, scellerato, consapevole, deliberato, allora sei colpevole. Col tuo comportamento hai prevenuto un danno, quindi è stato il miglior comportamento attuabile. Con tutto il disfattismo di cui puoi essere capace, prova e smontare la mia affermazione.

No, è corretta.

Sei d’accordo su questi punti?

Sì.

Allora, se sei d’accordo, dimmi: come te la vedi adesso col senso di colpa?

Non dovrei produrlo più, anche se poi vado in crisi perché non sopporto di essere così rigida e non so, di conseguenza, attuare dei sistemi diversi di adattamento.

Cocciuta come sempre! Ad ogni modo, esiste una risposta anche a questo: la rigidità è un sistema di protezione che l’essere umano, in genere, attua quando sente di non essere capace di adattarsi a nuove condizioni; quindi, è un sistema protettivo corretto. Se tu non ti senti capace di adattarti a nuove condizioni, piuttosto che “romperti” ti rendi indisponibile ad affrontare la nuova situazione, quindi diventi rigida. E’ una forma di protezione.

Non è eccessiva in me, non la sto attuando troppo?

Non puoi dire che sia eccessiva perché tu parti da una condizione oggettivamente difficile. Fin da bambina, ti è stato insegnato che non vali niente, che sei un’handicappata, che non svolgi un lavoro professionale e che non puoi farti pagare per il lavoro. Di conseguenza, nel profondo del tuo animo, ti senti in difficoltà per carenza di solidità adeguata a riuscire ad adattarti agli eventi difficili della vita; se tu fossi convinta dell’esatto contrario, cioè di essere valida, solida, non saresti rigida, ma ti caleresti verso le novità per progredire più velocemente. E’ chiaro?

Sì ma…come mai questi limiti stanno uscendo fuori adesso?

Queste condizioni non stanno “uscendo” fuori adesso, queste condizioni le avverti di più perché, come ho avuto modo di dirti più volte, hai smesso di nasconderti dietro una maschera per controllare la manifestazione delle emozioni positive e negative, di ogni genere: in questo modo nemmeno tu percepivi le tue sensazioni e vivevi in maniera “amorfa”. Oggi ti senti disponibile e “forte” al punto tale da non usare più la maschera nemmeno con te stessa, quindi vivi delle sensazioni come le dovrebbe vivere ogni essere umano trovandosi nelle tue condizioni: a volte con un “subbuglio” di sensazioni “entropiche”. Non ti crucciare più di tanto, è un percorso obbligato e fisiologico, che ti porta ad uscire dallo stato di crisi.

Ma questo mi impedisce…non vado al lavoro per questo?

Non vai a lavorare perché è come se ti opponessi a quello che ti hanno detto i tuoi genitori ‘devi lavorare gratis’; infatti stamattina hai detto “E’ probabile che io non ci vada perché, da quella attività lavorativa non ricaverò neppure un Euro!”; quindi è come se tu ti ribellassi ad un sistema. Solo che puoi provare a conciliare dimostrando di essere diventata un po’ più adulta: siccome nessuno ti ha costretta ad assumere quest’incarico, da professionista, nel momento in cui decidi di portare avanti un impegno, è necessario farlo sia che guadagni un milione di euro, sia che guadagni 10 centesimi, sia che non guadagni nulla, perché, a differenza di quello che ti veniva imposto dai tuoi genitori, questa è stata una scelta, magari poco avveduta, ma una tua precisa scelta: è diverso!

A seguito delle spiegazioni che mi hai dato giovedì scorso ho ridimensionato il mio atteggiamento di rifiuto verso i miei genitori; mi hai spiegato che, modificare dentro di me gli insegnamenti (conflittuali) che loro mi hanno trasmesso, non significa “tradire” il mio rapporto affettivo nei loro confronti.

In effetti, nel momento in cui modifichi i contenuti di una o più idee, sostituisci solo la componente neutrergica (quella strutturale), lasciando intatto (anzi, rinforzando, a volte) l’elemento affettivo che ti lega alla persona che ti ha trasmesso il messaggio che tu, nel tuo mondo inconsapevole, stai “ridiscutendo”.

Sì, proprio a seguito delle riflessioni scaturitemi dalle tue spiegazioni ho avvertito venire meno quell’ostilità che avevo dentro, ho sentito un investimento maggiore di affettività.

E’ quello che ci aspettavamo… e dov’è il senso di colpa?

Il senso di colpa c’è…ora te ne parlo!

Ieri, avevo titubanze ad andare a Tropea, zona di mare dove vivono i miei genitori. Avevo paura del tipo di reazione che avrei potuto avere, dal momento che, quest’estate, villeggiando nella medesima località, ho attraversato momenti di crisi, frequentandoli. Tral’altro, temevo di incontrare mia zia paterna e la figlia, che stanno attraversando un brutto momento e, di conseguenza, non sono dell’umore migliore. Ad un certo punto ho superato l’indecisione e sono partita. Quando, una volta sul posto, mi sono resa conto che i miei genitori e mia sorella sono stati molto più affettivi del solito (mi hanno regalato anche una pentola, degli strofinacci per la cucina, dei prodotti alimentari, un assegno per alcune mie spese e mi hanno anche detto che stanno interessandosi per darmi una mano ad incrementare il mio lavoro professionale), ho pensato di essere stata esagerata nel periodo estivo, in cui li ho pure odiati, e subito mi sono sentita in colpa, angosciandomi per averli tenuti a distanza in questi anni quando, pur cambiando apprendimenti (da parte mia) non ci sarebbe stato nulla di strano a frequentarli lo stesso..

Fermati! Si sono comportati in quel modo non perché fossero migliori di quello che tu credessi, ma perché tu sei stata diversa e, quindi, hai creato i presupposti per un miglior dialogo. Se tu ti fossi comportata come quest’estate avresti ottenuto il solito risultato.

Ma è corretto quello che ho pensato, cioè che ho sbagliato io in questi anni a sfuggire, ad evitarli?

Non è corretto quello che tu hai pensato, te l’ho spiegato prima; il reiterare delle tue domande dimostra che cerchi, inconsapevolmente, di difendere quelle idee trasmesse dai tuoi genitori, che ti creano problemi.

E c’è speranza di poter cambiare?

A Roma direbbero “sei de coccio!”. È inutile ripropormi sempre le stesse domande, è utile riflettere e cominciare ad agire, dal momento che di spiegazioni, in tutte le salse, ne hai avuto tante.

Va bene, ho capito. Torniamo al discorso precedente. È corretto pensare che io non ho sbagliato a sfuggire i miei familiari perché, in questo modo li ho salvaguardati dalla mia ostilità nei loro confronti?

Cominciamo a ragionare, finalmente! Il tuo sistema, tempo fa, era quello di scontrarti con loro, perché in questo modo creavi il distacco che ti serviva per proteggerti. In una fase successiva, man mano che hai analizzato il tuo rapporto con loro, da questo scontro sei passata ad un isolamento, come elemento di attesa “costruttiva”. Oggi puoi prendere in considerazione l’idea di una frequentazione direttamente proporzionale alla tua maturazione interiore. Come vedi è un’evoluzione, non è un’involuzione.

Però questa evoluzione mi ha portata a prendermela con me stessa.

Perché non hai consapevolizzato il processo in atto.

Io ho pensato di essere stata esagerata a stare lontana quest’estate.

Senti, i tuoi genitori e tua sorella sono gli stessi di sempre perché coi loro disturbi mantengono una condizione basilare di equilibrio, all’interno del loro caos mentale; sei tu che cambi, quindi sei tu che puoi relazionarti meglio. Allora, non hai sbagliato a creare l’isolamento, così come non sbagliavi a scontrarti, sbaglieresti oggi a scontrarti con loro. Domani non ci sarà più bisogno nemmeno di creare un distacco perché riuscirai a frequentarli senza danneggiarti.

Ma è stato giusto provare tutta questa ostilità per gli apprendimenti che mi hanno trasmesso se loro non sono da ritenersi colpevoli, dato che mi hanno dato ciò di cui erano in possesso?

Questo interrogativo te lo poni adesso! Ma quante migliaia di spiegazioni ti ho dato?

4 anni di spiegazioni

Allora che domanda è? Se tu 4 anni fa avessi avuto uno sviluppo dell’identità simile a quello di oggi, saresti stata un’inqualificabile a provare certi sentimenti! Ma 4 anni fa eri così?

No.

E allora dattela da sola, la risposta!

Quindi è stato normale provare quei sentimenti.

E’ stato logico.

E poi mi sono chiesta anche come costruire con loro un dialogo, mica si scambia solo affettività, bisogna parlare di qualcosa.

Certo, ma una cosa alla volta, man mano che tu maturi si creeranno dei presupposti sempre più concreti per discutere anche e soprattutto di altro.

Io inizialmente mi ero sentita rinata dopo le tue spiegazioni di giovedì, tanto che avevo avuto la sensazione di non riconoscermi più proprio perché avevo cambiato posizione, ma poi ho sentito scombussolamento e sensi di colpa…

Effettivamente sei rinata, però non ti sai dare ancora tutte le spiegazioni, quindi, per abitudine, ti ritieni colpevole.

E per quale motivo, in seguito, ho provato ancora più fastidio nei confronti di mia zia e mia cugina, tanto che avevo paura di incontrarle? Pensa che, invece, loro mi hanno fatto trovare anche un regalo per il mio onomastico! …insomma io ho provato sensi di colpa perché anche verso di loro avevo sentito l’esigenza di stare lontana…e poi solo oggi sono riuscita a scrivere di aver provato fastidi e rabbia verso un mio zio morto da poco e, dopo, mi sono sentita male perché ritenevo ingiusto avercela con lui per lo stesso motivo per cui non è giusto essere rancorosa verso i miei genitori… ed ho pensato, inoltre, che lui, con i sistemi di vita che ha imposto, ha reso la vita difficile a se stesso ed ha, alla fine, danneggiato moglie e figlia le quali, “schiacciate” dalla sua personalità, non riescono a gestirsi in maniera autonoma ora che ormai lui non c’è più. A me dispiace vederle così…, e poi, ho scoperto che molti apprendimenti suoi li ho anche io…mi sono sentita così in colpa che non ho avuto, per tanto tempo, il coraggio di dirtelo!

Addirittura non hai avuto il coraggio di parlarmene! E già…siccome io sono l’orco cattivo! Quanto tu hai appena affermato rappresenta un sistema inconsapevole mediante cui si tenta di far ricadere sull’altro la responsabilità della proprie difficoltà! Ad ogni modo, non è attuato in “mala fede”, tranquillizzati… e poi, non dimenticare che in me, non devi vedere una figura inquisitoria o censoria, ma soltanto un professionista che, in alleanza con te, cerca di aiutarti a capire, ad imparare ed a migliorare. È vero pure però, che, contrariamente a quello che accade a te, esiste in alcune persone, un meccanismo subdolo e meschino per tentare di ribaltare le fila di un discorso corretto. Ti posso citare un collaboratore del giornale La Strad@ che, finalmente, dopo tanti tentennamenti, ha avuto il buon gusto di rassegnare le proprie dimissioni. Costui, tutte le volte (poche) che gli ho evidenziato il contenuto dei suoi comportamenti (tantissimi) viscidi, incoerenti e altamente nevrotici che hanno danneggiato l’affiatamento del team e l’andamento del Magazine mi rispondeva con epistole mediante le quali, addolorandosi per il mio atteggiamento (frutto secondo lui, di miei personali problemi psicologici!) , dichiarava di essere felice di potermi dare la possibilità di sfogarmi con lui, in modo da sentirmi più “leggero”!!! Per chi mi conosce almeno un po’, sa che un’affermazione del genere non potrebbe sostenerla nemmeno un obnubilato dai fumi dell’alcol.

Torniamo all’argomento precedente. Prova ad analizzare se il fastidio che hai provato nei confronti di quel tuo zio defunto è giustificato, è logico oppure no.

Se rifletto sul fatto che lui comunque ha inteso far del bene perché pensava che le sue idee fossero corrette..

No, questa è un’interpretazione. Io ti sto chiedendo se lo stato d’animo tuo è corretto o meno, non se quello che ha fatto tuo zio è corretto.

Coi dati che ho oggi no, perché vale lo stesso discorso dei miei genitori.

Evidentemente ancora non hai digerito tutti i fastidi…

Verso di lui?

Tu l’altro giorno mi hai dichiarato di aver consapevolizzato che ti stava sulle scatole…

Ma perché mi sento male, forse perché ora che non c’è più, comunque, mi manca la sua parte affettiva?

Mah, non c’è più! Quanto tempo lo frequentavi?

Anche se l’ho frequentato poco, tieni conto del fatto che io ho parlato molto di più con lui che con mio padre.

Si ma nel passato, quindi è un tuo problema di carenza affettiva, nel rapporto con te stessa, però. Di fatto la sua frequentazione con lui era ormai da tempo, ridotta ai minimi termini.

Si, però lo sentivo, un paio di volte al mese.

Un paio di volte al mese! Ne sei sicura?

Non proprio, potrebbe essere di meno, comunque io andavo a trovarlo anche a Torino, sua città natale.

Negli ultimi 5 anni, quante volte ci sei andata?

Meno di tre volte.

Fammi capire bene: non lo vedevi quasi mai, lo sentivi ancora meno…ma, insomma, realisticamente cosa hai perso?

Ma io a mio zio volevo bene!

Non lo metto in discussione. Voglio solo farti notare che il tuo legame con lui avveniva, ormai, quasi esclusivamente mediante “dialoghi” fra te ed i ricordi che hai di lui, nella tua mente! Lì, nella cassaforte della tua memoria, tuo zio continua ad esserci! Se non ti fai condizionare dagli apprendimenti che vogliono che si soffra a tutti i costi, indissolubilmente, anche per motivazioni egoistiche (“non c’è più, non posso più averlo!”) sarai in grado di affrontare con maturità questa frustrazione. D’altronde ho spiegato bene come si affrontano circostanze simili, negli articoli riguardanti le frustrazioni, potresti “riprenderli”.

Ma perché ho prodotto questi sentimenti conflittuali nei suoi confronti, nel mese di agosto? Lui è deceduto a marzo ed io, prima dell’estate avevo un buon ricordo affettivo, piacevole!

Perché sei andata nel posto di villeggiatura dove lui si recava ogni anno e, incontrando moglie e figlia, hai scoperto anche il rovescio della medaglia di quello che è stato il sistema educativo di tuo zio. Tu mi hai descritto molte volte tuo zio come il salvatore della patria e non era così, invece. Ma d’altronde è cresciuto nella famiglia di tuo padre o no ? Uno che se n’è andato in pensione a 40 anni, insomma, dai! Almeno tuo padre alla pensione c’è arrivato lavorando!

Ma se n’era andato perché non gli andava più di uscire alle 5 di mattina e andare al lavoro, ma si è dedicato ai suoi hobby (viaggi, etc.).

Capirai! Comunque, nessuno, qui, accusa tuo zio, semmai si fanno notare alcune sue evidenti difficoltà. Qualche problema doveva averlo, di oppressione di controllo e di gestione. Tuo zio era un oppressore? Tuo padre è un oppressore?

Sì, mio padre forse di meno.

Con sistemi diversi, tuo zio era più forte, tuo padre è meno forte, quindi domina gli altri con le malattie, tutte di tipo psicosomatico: ha fatto la fortuna e la gioia di tanti medici con pochi scrupoli!

Allora il fatto di provare fastidio verso di lui è corretto?

E’ corretto, è logico ed è utile, in questo momento, così lo butti fuori da te e ti disintossichi

Il senso di colpa quindi non ha senso e, man mano che metabolizzo il fastidio lo smaltirò pure nei suoi confronti, allora!

Il senso di colpa non lo devi produrre proprio, il fastidio sì, certo.

E lo produco perché ho scoperto ora i danni che ha prodotto coi suoi apprendimenti?

Sì, con tuo zio il rapporto era prevalentemente affettivo o neutrergico (cioè di dialogo costruttivo)?

Tutt’e due.

Tuo zio non era neutrergico, come faceva ad essere un rapporto neutrergico? Ma se lui ha, spesso affermato un sacco di corbellerie, come quella che le donne sono delicate, non possono lavorare ed è meglio che facciano la calza! Dai, sii obiettiva! Che poi ogni tanto ti dava una massima di vita non vuol dire che era un rapporto neutrergico. Prevalentemente il rapporto era affettivo; siccome i legami fortemente affettivi, senza una stabilizzazione neutrergica, sono soggetti a creare sbalzi d’umore anche aggressivi, puoi spiegarti, a livello “pulsionale” i tuoi stati d’animo nei suoi confronti. Pian piano, riconoscendo i suoi limiti umani, alla rabbia, si sostituirà, dentro di te, la neutrergia.

E nei confronti di mia zia e mia cugina?

C’è lo stesso lavoro da fare, perché sono persone con cui ti sei relazionata, che ti interessano.

Perché provo fastidio, anzi rabbia verso mio zio per i messaggi ricevuti e per essermi illusa di vedere nella sua famiglia un modello di felicità, di benessere, se so che lui poteva contare solo su apprendimenti scorretti?

A te la famiglia di tuo zio sembrava un’isola felice perché i parametri tuoi di riferimento erano tuo padre e gli altri tuoi zii , per cui rispetto a loro….

Comunque, ora hai rabbia perché ti sei sentita presa in giro.

Ma potrei sentirmi presa in giro di fronte a qualcuno che, avendo apprendimenti corretti e scorretti, mi desse la parte scorretta, non di fronte a chi aveva solo elementi inadeguati ed inidonei!

Ma tu hai creduto in lui, lo hai immaginato come una persona su cui poter contare, una persona valida, una persona che ti poteva tirare fuori dalle difficoltà; ma non dimenticare che anni fa, quando c’erano scontri coi tuoi genitori, prima ti ha appoggiata e poi se l’è presa con te.

Sì. Può darsi che i miei malesseri siano da imputare ai sensi di colpa derivanti dalla convinzione di aver violato, con le critiche, la sua memoria?

Hai violato la sua memoria! Che hai fatto, lo hai ingiuriato con dei murales?

No, ma a me sono state imposte regole secondo cui per rispettare i defunti non è consentito né pensarne ne parlarne male, in negativo.

Hitler era un galantuomo, ora lo fanno santo!

Questa sensazione, rientra nel senso di colpa?

Il senso di colpa è il risultato di questo elaborato di pensiero: siccome tu la pensi diversamente su questi argomenti rispetto a ciò che ti è stato insegnato e ciò in cui hai creduto, ti senti una cattiva persona, e quindi sei in colpa, a volte ti punisci, adesso di meno. Non hai rispettato le regole.

Ma è il fatto di stare spesso in conflitto che mi fa sentire stanca?

Quello che tu credi è frutto di un condizionamento. Se è vero che i conflitti stancano, è anche vero che, ognuno di noi, possiede un campo di azione mentale vastissimo. Anche se esiste un conflitto in una zona periferica te ne accorgi solo se vai a pescare quel pensiero, quell’elaborato relativo al dato in conflitto. E’ come quando un Hard Disk ha un problema, un cluster rotto. Il problema si manifesta se un file è stato memorizzato in quella parte di cluster rotto. In questo momento, molti di noi hanno, in diverse zone dell’organismo delle infiammazioni, ma non è che queste impediscano di fare una vita normale. Puoi avere un’infiammazione alle articolazioni di un dito della mano perché hai mangiato male oggi con la forchetta, alle vie respiratorie perché il virus del raffreddore ha preso il sopravvento, puoi avere un’infiammazione alle articolazioni dell’anca perché sei stata seduta troppo, ma non è che questo ti impedisce di vivere e di pensare perché altre zone del tuo organismo funzionano bene. L’organismo non “gira” in equilibrio in ogni settore. La stessa cosa accade per la mente. Ci sono zone in conflitto, zone più tranquille, zone con conflitti in via di risoluzione, zone in cui stanno nascendo dei nuovi conflitti; non è tutto in conflitto, altrimenti si crea un marasma a seguito del quale si che determina una fuga dalla realtà e… diventi Napoleone Bonaparte o l’Arcangelo Gabriele.

Il senso di colpa è un meccanismo che si apprende: su che apprendimenti si fonda?

Il tipo di energia mi puoi chiedere, cioè qual è l’energia che sostiene il senso di colpa: l’affettività di tipo conflittuale.

Ma come contenuto, che tipo di apprendimenti lo creano?

Quelli che creano frustrazioni di tipo Attivo interno”; ad esempio Decisioni da prendere, in merito a scelte di vita (lavoro, affetti, ricerca di autonomia evolutiva, etc.) condizionate da apprendimenti morali, legami affettivi, etc.:

l’unica possibilità di uscirne, consiste nell’imparare ad utilizzare la logica, per riuscire a stabilire la correttezza delle proprie motivazioni, a dispetto di ciò che pensano gi altri e dei “ricatti” morali o affettivi. Questo tipo di frustrazione, se non risolta, produce gravi psicosomatosi, per la presenza di conflittualità perenni dovute a maceranti sensi di colpa.

Rispetto al passato, oggi tu cominci a privilegiare te stessa e, paradossalmente, affiorano più sensi di colpa; prima privilegiavi gli altri e punivi te stessa coi disturbi, soprattutto della pelle, oggi privilegi te stessa e quindi hai sensi di colpa, ti ritieni cattiva perché stai facendo soffrire qualcuno, finanche la memoria dei morti. Gradualmente, anche questa situazione migliorerà.

Ma io continuo ad avere disturbi nonostante le spiegazioni che mi hai dato.

Queste spiegazioni te le ho date adesso.

Ma dall’altra volta me le stai dando..

Sì e infatti i tuoi malesseri sono meno accentuati…

Effettivamente, non mi dispero come quelle volte che ti ho chiamato…

Appunto, non sei nelle condizioni di 15 giorni fa.

Quindi, comunque gradatamente lo eliminerò questo meccanismo perché messaggi di affettività ricattatoria ne ho tanti dentro.

Ce ne sono tanti!

Cosa può produrre dentro chi lo prova?

O il ritorno a vecchi sistemi per liberarsi del senso di colpa, o la risoluzione del problema col placarsi delle tensioni o le psicosomatosi. Tu quale via sceglierai?

La risoluzione.

E allora…datti da fare!

Anche se ho adesso la psoriasi in zone dove non l’avevo mai avuta.

La psoriasi non è una malattia, è dovuta principalmente ad un accelerato ricambio delle zone più esterne della pelle che, per questo motivo, non riescono a compattarsi e si sfaldano, con arrossamenti cutanei e prurito. lo stress ha la sua responsabilità. Questo è un segno che ci dimostra una reazione interiore: non sei quiescente.

E il fatto di avere sempre fitte alla testa che vuol dire?

E’ una protezione perché, siccome stai lavorando molto per affrontare problematiche, un’emicrania, una cefalea, tutto sommato, ti protegge dal pensare.

Ma non è mal di testa..

Sono delle fitte..

Alle tempie e dietro alla nuca

Ma interessa comunque la tua testa e ti crea difficoltà nel pensare. Con le fitte non mi puoi dire che pensi allegramente.

No, ho difficoltà a concentrarmi, però studio lo stesso.

Questo perché hai appreso ad utilizzare la volontà in maniera coercitiva, però hai difficoltà a concentrarti; e la concentrazione non è importante per individuare i dati che ti servono per costruire idee per risolvere problemi?

Sì.

Può darsi che mentre tu stai cercando dei dati in memoria, ti avvicini a zone in cui non vuoi, al momento, “mettere le mani”. Il mal di testa ti distrae dalla ricerca e “salti” il punto critico. Tu possiedi un archivio mnemonico in cui, ancora, esistono pratiche off limits.

Questo stato d’animo è pesante!

Ma da piccola hai fatto una vita pesante!

Lo reggerò?

Sempre la stessa domanda! Sei sempre qua, ne parliamo e continui ad andare avanti, costruttivamente!

Cosa fare quando si produce il senso di colpa?

Te l’ho detto poco fa. Bisogna usare la logica e stabilire correttamente qual è la decisione migliore da adottare.

Ma se uno ha già prodotto il senso di colpa, la può usare lo stesso la logica? Non è molto intasato?

Si può liberare dal senso di colpa perché può concludere, anche ad alta voce: ” Io ho ragione! Di conseguenza non sono colpevole!”

Come prevenire?

Attiva la logica durante gli elaborati di pensiero e immediatamente eviterai la produzione di elaborati che creino conflitti affettivi tali da portarti ai sensi di colpa.

Ma se capita, come sta succedendo a me, di ricordare fatti del passato è difficile non produrli!

Se continui ad usare la logica negli elaborati, tu il senso di colpa non lo puoi produrre, perché ti rendi conto di aver ragione!

Ma io oggi, prima di chiamarti, avevo pensato e scritto che non avevo motivo di sentirmi in colpa perché, anche se provo ostilità e rabbia verso persone defunte, non danneggio nessuno, anche perché non lo dico a nessuno! Poi però ho avuto lo stesso disagio! E’ possibile che avere questi dati nella memoria legati a regole religiose e morali mi faccia lo stesso sentire, se non in colpa, almeno in difetto?

Man mano che cambierai apprendimenti e ti avvicinerai di più alle leggi naturali, ti comporterai come mia figlia Mariarita (di 6 anni) la quale, a chi le ha chiesto “Dove si va quando si muore?”, ha risposto “Dicono che i buoni vanno in cielo ed i cattivi sotto terra, ma, in realtà, vanno tutti sotto terra”. Non è in conflitto quando lo dice. Un’altra volta, parlando di Gesù, a Natale, ha detto “C’è gente che è convinta che Gesù bambino stia in cielo, che abbia una funzione. Ci credono poverini, ci vogliono credere”. Mia figlia non è un mostro fuori dal comune, ma è libera di crescere senza condizionamenti opprimenti di tipo religioso. Ad esempio, ad una sua domanda sulla religione cattolica, due anni dopo averle spiegato, in maniera semplice, gli elementi su cui poggia tale sistema di fede, ho concluso: “C’è chi crede nell’esistenza di Gesù, chi in quella di altre figure che si chiamano diversamente, ma non abbiamo la prova che effettivamente esistano, per cui, senza una verifica, sarebbe corretto prenderle come delle storie interessanti, a volte utili, ma non vere in assoluto”. A lei nessuno ha mai detto che solo Gesù ti può salvare dai tuoi peccati. Di conseguenza, non avendo questa preoccupazione di avere chissà quali peccati, non si pone tanti problemi e si mette nelle condizioni di poter essere sempre più aderente alla correttezza della ricerca della verità, senza pregiudizi e paure. Io a 6 anni avevo il problema dell’angelo custode che mi stava ad osservare in continuazione e temevo mi avrebbe segnalato al Padreterno per le mie marachelle.

Anche io me lo sono sentito addosso, come uno spettro, fino ad una certa età! Ne ho molti di messaggi scorretti, in testa!

Pian piano che impari ad usare la logica in maniera più frequente, li avvertirai di meno.

E questa tendenza ad autopunirmi (mediante incidenti domestici, disturbi psicosomatici, o altro) che ho consapevolizzato oggi pomeriggio era legata al fatto di sentirmi in colpa?

Sì, comunque tranquillizzati perchè ho avuto in analisi ragazze che, sentendosi in colpa, si punivano colpendosi le braccia con un’asse di legno con i chiodi conficcati. Eppure hanno risolto.

Ma io ho paura di sistemi inconsapevoli di autopunizione.

Sistema di autopunizione completo ed inconsapevole ce n’è solo uno: l’arresto cardiaco idiopatico. Hai mai avuto un arresto cardiaco?

No.

Non saresti qua a raccontarlo.

Leggendo certe spiegazioni su Internet mi sono suggestionata.

Ma tu, il cervello, lo usi?

Oggi mi hai detto che la logica in me sta da un’altra parte..

Io ti ho fatto una domanda e tu mi hai risposto con un’affermazione mia…se, prima, abbiamo concluso che hai operato una scelta utile, corretta e logica, vuol dire che il cervello lo usi! Stamattina, attraverso i tuoi discorsi, mi hai fatto capire che tu e la logica eravate su posizioni diametralmente opposte. Ma cosa c’entra stamattina con adesso?

Io ha avuto difficoltà a fare riflessioni corrette in tutta la giornata di oggi.

Ma ora le stai realizzando correttamente, quindi?

Ma mi hai fornito adeguate spiegazioni..

Vedi? Hai bisogno di dati corretti e, quando li ottieni, rifletti bene.

E il fatto che entro in stato di ansia, come la controllo?

L’ansia non va controllata, va scaricata, altrimenti ti “scoppia” in mano.

Oggi volevo andare in piscina ma non me la sono sentita.

Era legato a quello di cui mi hai parlato, domani non sarà così. Sono stato chiaro nelle spiegazioni che ti ho fornito?

Le trovi vere?

Ti riguardano?

Sono servite a chiarirti il panorama del rapporto con i tuoi?

Ti senti in colpa per quello che pensavi di te prima di venire qua?

No

Allora per quali motivi dovresti produrre sintomi per le stesse motivazioni? Solo una scema fa una cosa del genere, ma lo scemo è scemo sempre e o lo è di nascita o corre il rischio di diventarlo per traumatismi o insulti del tempo che passa. Quindi, alla tua età, non puoi essere scema!

E di quelle manifestazioni che ho avuto fino ad ora, che mi servivano per distogliere l’attenzione dal problema reale (confondere il cambiamento di apprendimenti con il tradimento affettivo verso i miei familiari ) e portarla su paure inesistenti, come me ne libero?

Fino ad oggi non avevi le spiegazioni che ti ho dato stasera, perché non mi avevi formulato le domande che mi hai formulato stasera, perché non avevi consapevolizzato quello che hai consapevolizzato nel pomeriggio. Quindi hai fatto un passo avanti. Non possiamo disquisire su qualcosa che è passato perché allo stato attuale non ci sono più le condizioni perché tu produca i disturbi del passato.

Però, siccome da un po’ di tempo stanno venendo fuori tante situazioni per cui poi produco malesseri…

Sì, ma oggi dicevi “io sono stata male perché ritengo, tra l’altro, di dovermi punire”, dopo le spiegazioni che ti ho dato ritieni ancora di doverti punire?

No.

E allora perché devi star male visto che il malessere l’hai prodotto per questi motivi? E’ probabile, invece, che fino ad oggi tu avessi consapevolizzato alcuni aspetti del problema ed oggi li hai consapevolizzati tutti! Quindi, avendo chiarezza solo su alcuni punti, stavi meglio per quel tempo che bastava per poi star male a seguito di motivazioni che ancora non avevi potuto analizzare.

E ne potrebbero uscire altre?

Sul senso di colpa non credo proprio, perché dopo che tu non ti senti più in colpa nei confronti di tua madre, tuo madre, tua sorella e dei tuoi zii, non vedo nei confronti di chi dovresti sentirti in colpa. Con chi sei particolarmente legata? Con nessuno.

No, come con loro non ho legami affettivi con altri. Ma non è che io posso suggestionarmi ed essendomi abituata a produrre fobie anche domani continuerò a pensare di aver difficoltà per andare in piscina, supermercati, ecc.?

Non fare questi elaborati perché sono su base ossessiva compensatoria nei confronti di problemi che stasera abbiamo analizzato su cui ti sei trovata d’accordo e quindi hai sbloccato. Ora, come nei film Western, ti saluto così: “Vamos con Dios!”

SPIEGAZIONI TECNICHE

Non meravigliatevi dei toni a volte un po’ duri utilizzati dall’analista durante questo colloquio. Non è consuetudine maltrattare nessuno né ironizzare sulle sofferenze altrui. La persona in questione ha acquisito apprendimenti che le rendono difficile una vita priva di scrupoli e sensi di colpa e, spesso, l’analista si “inserisce” nelle dinamiche ossessive che si instaurano, mediante cunei “moderatamente” e “calibratamente” aggressivi. Non è una tecnica che si usa sempre: ognuno ha uno sviluppo personale della propria identità e richiede specifiche “chiavi d’ingresso”.

Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta

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