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Un breve excursus sulle sostanze che hanno penalizzato il Giro d’Italia e non solo…


“L’è tutto da rifare!”: chi di voi non ricorda quest’espressione diventata sinonimo dell’innata tendenza a criticare tutto e tutti di uno dei campioni indiscussi del ciclismo mondiale, il toscano Gino Bartali?

Ebbene oggi, caro Bartali, quanto stiamo vedendo in ordine alle ultime edizioni del Giro d’Italia, spinge a dire che se non proprio tutto, certamente molto è da rivedere.

Si è trattato in alcuni casi di un vero e proprio Giro della Vergogna, caratterizzato da bollettini medici , perquisizioni, sospensioni o ritiri di molti corridori, il tutto all’insegna del famigerato “doping” che è diventato il vero e proprio incubo di tutte le discipline sportive agonistiche. Ma cos’è questo “doping”?

Il termine, seppur entrato di recente nell’uso comune, deriva dall’inglese to dope che significa somministrare stimolanti, ed era in uso già sul finire del 1800 ad indicare la somministrazione di una miscela di tabacco, narcotici ed oppio all’indirizzo dei cavalli da corsa in Nord America.

Oggi il termine dopato è attribuito a quello sportivo che abbia fatto uso di sostanze in grado di dargli una “marcia in più” per sopportare le fatiche agonistiche, senza tener conto che si ha a che fare con veri e propri farmaci per i quali sono in larga parte sconosciuti gli effetti che possano avere su organismi sani.

Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) si è prodigato per indicare due categorie di sostanze: le prime proibite, le seconde soggette a restrizione.

Al primo gruppo appartengono gli stimolanti propriamente detti ( anfetamine, cocaina, efedrina, fenilpropanolamina, la stessa caffeina); i narcotici (morfina ed analoghi); gli anabolizzanti (steroidi androgeni tra cui il testosterone ed il nandrolone); i diuretici; ormoni peptidici e analoghi (ormone della crescita , eritropoietina ecc.). Nel secondo gruppo sono compresi alcool, marijuana, anestetici locali, corticosteroidi, beta-bloccanti.

Senza scendere troppo nel tecnico è facilmente intuibile che alcune delle suddette sostanze rientrano nell’uso comune: è il caso della caffeina oppure dell’efedrina che è molto usata nelle forme allergiche, o gli stessi cortisonici. Il fatto è che il danno all’organismo subentra quando di queste sostanze se ne fa un uso al di fuori dell’indicazione prevista. Se infatti il caffè è una sostanza molto utile per aumentare i livelli di concentrazione o favorire una ripresa dei valori pressori troppo bassi , qualora la sua concentrazione urinaria superi i 12 microgrammi/ml (equivalente a 3 tazze di caffè ogni ora) gli effetti avversi superano quelli favorevoli. Per non parlare dell’eritropoietina, un ormone prodotto fisiologicamente dal rene, che agisce stimolando la proliferazione e la formazione dei globuli rossi con aumento dell’ematocrito (cioè della percentuale del volume totale del sangue rappresentato dagli elementi corpuscolari) e conseguente aumento della capacità di ossigenazione dell’organismo; quando la sua concentrazione nel sangue viene artificialmente incrementata il rischio è che il sangue, aumentando il numero di globuli rossi, diventi più “vischioso” con rischio di andare incontro a fenomeni trombotici, infartuali, encefalopatici.

Oggigiorno i controlli effettuati sugli atleti, a tutela della loro stessa salute, sono diventati più specifici ed in grado di rilevare nelle urine tracce di sostanze dopanti nell’ordine del miliardesimo di grammo, la qual cosa non ci consente di escludere che in un recente passato una…piccola spintarella se la siano data in tanti, ma riesce difficile pensare che ai tempi del “campionissimo” Fausto Coppi si vincesse artificialmente. Altri tempi quelli, così come altri erano i telai delle pesanti biciclette che dovevano essere condotte su stradine di montagna non asfaltate ,laddove la potenza muscolare si otteneva a suon di pedalate e non in avveniristiche palestre da dove, in alcuni casi, si esce con montagne di muscoli creati con l’aiuto di ormoni androgeni, salvo poi ritrovarsi con un infarto già a 40 anni.

E così basta un’analisi delle urine o controlli più severi per vedere inneggiati campioni ritirarsi alle prime salite con lo stravolgimento delle classifiche per l’esclusione progressiva dei dopati protagonisti.

“Cima Coppi” oggi più che mai rappresenta non solo la vetta più alta del Giro d’Italia quanto l’emblema della forza di volontà capace di portare l’uomo a traguardi entusiasmanti senza dover ricorrere a tecniche artificiose.

Eh si, caro Bartali, l’è proprio tutto da rifare!!!

PINO BARBAROSSA

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