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in questo capitolo l’autore ci propone uno strumento utile che permette di calibrare le scelte lavorative nell’ottica di un sicuro risultato positivo.


“Formazione e lavoro”

– Una Proposta per un Migliore Uso delle Proprie Capacità-


di Francesco Chiaia – avvocato penalista


III capitolo


Il Faro


Prima Parte

L’articolo precedente si conclude con un programma attuabile in modo tale da consentirsi il raggiungimento di obbiettivi realistici sempre migliori, partendo naturalmente, da quelli accessibili. Il programma da attuare “passa” per la chiarezza di motivazione nel perseguire l’obbiettivo utile attraverso l’uso di un criterio.

Proprio in ordine al criterio, mi sono domandato, in che modo posso proporre al lettore una verifica dello stesso per “saggiarne” la validità? E perché chi legge dovrebbe convincersi che il metodo proposto sia utile da applicare?

Ognuno di noi è diverso nello sviluppo e nell’uso delle proprie potenzialità ( queste uguali per tutti sin dalla nascita ), e non è detto che l’attuazione di questo criterio sia proficuo per ognuno. Si direbbe che sia necessario far precedere l’applicazione del criterio da una verifica sulla correttezza e sulla possibilità di poterlo attuare: in altri termini è necessario vedere se si tratta di fatti o solo di belle parole, in relazione al criterio ed a chi lo attua.

Da qui il titolo dell’articolo.

Una premessa: durante il periodo scolastico ed universitario, leggevo delle storie a fumetti, anche per rilassarmi dall’impegno che derivava dallo studio dei testi giuridici, ed i personaggi protagonisti questi fumetti erano dotati di enormi poteri che usavano per “salvare il mondo dai cattivi”, ma con il limite di essere “costretti” a nascondere la loro natura di super eroi dietro una maschera, perché, (secondo gli autori) “…la società non li avrebbe accettati”; proprio durante la lettura di un fumetto ebbi modo di imbattermi in un componimento poetico che così recitava:

” …un giorno durante il mio cammino mi imbattei in un bosco che si faceva sempre più buio per l’infittirsi della vegetazione e mi ritrovai davanti ad un bivio: iniziai a percorrere una delle due strade…la strada che non scelsi”

Questo componimento, l’ho inteso sempre come un pentimento ed una rassegnazione da parte del personaggio protagonista del fumetto: della serie “ormai la vita che ho scelto è questa…e non la posso cambiare”. Fermiamoci.

Solo oggi, a distanza di molti anni, mi sono reso conto che quel messaggio non era corretto e che invece si può sempre dare una svolta realisticamente positiva alla propria vita, in qualunque settore, in ogni momento.

Ed allora, perché si è sempre pronti a recriminare sulle scelte attuate? Perché si afferma che la qualità della propria vita “…se avessi avuto il coraggio di fare quella scelta, o quella telefonata o quel colloquio…” sarebbe migliore? Perché si avverte quel senso di inevitabilità di ineluttabilità del destino nel pronunziare quelle frasi così monotone nella loro ripetitività, ma così pregne di contenuti? Le risposte non sono semplici. Ma un dato è certo che almeno una volta, almeno io, l’ho sentito dire da esseri umani più o meno vicini a me: i miei genitori, i miei parenti, gli amici, i mass-media, i colleghi di lavoro; e potrei ancora proseguire, oltre a dirlo, consequenzialmente, io stesso. Con questo articolo intendo proporre alcune valutazioni in merito ipotizzando un possibile metodo (criterio) da adottare per evitare quel senso di incertezza che caratterizza quel momento in cui si pensa verso quale settore lavorativo si intende rivolgere l’attenzione. Vediamolo insieme. Si parte da una serie di considerazioni: quanto conosciamo su questo o quel lavoro o su questa o quella professione? Quanto conosciamo dell’ambiente che circonda quei settori lavorativi? Soprattutto, quali sono, se esistono, le alternative?-

Ciò ci indica un primo dato: l’assumere informazioni corrette, le più complete possibili, possibilmente partendo da dati di carattere tecnico e poi esperienziale, frequentando personalmente, per le opportune verifiche, quel dato ambiente lavorativo. Ho detto “personalmente” perché se è vero che possono esserci esseri umani con esperienza qualificata in quel settore, è pur vero che sono le “sue” esperienze e non è detto che siano interessanti anche per noi, poiché gli esseri umani sono uguali nelle premesse della vita e diversi nello svolgimento della stessa.

Sì è vero può sembrare uno spreco di tempo ed invece paradossalmente è un risparmio di tempo, e propongo perché.

Osserviamo, a questo punto un secondo dato. Per potersi sentire soddisfatti di quello che è il nostro lavoro è necessario che ci piaccia, mi sono chiesto, a questo punto e partendo dall’osservazione di me stesso, se e quando ho attuato tale proposta, e se dopo averla attuata l’ho trovata utile: la risposta è stata affermativa. Infatti, dopo un inizio sulle ali dell’entusiasmo (andavo ripetendomi, e ripetendo agli altri che incontravo con quella sufficienza di chi ha un posto di potere, “…sono dottore in giurisprudenza”), nel corso dei mesi successivi mi sono reso conto che non ero l’unico laureato, poi che non ero l’unico laureato in giurisprudenza, ed infine, che non sarei stato l’ultimo…da “IL” ad “UN” nel giro di pochi mesi, ad un iniziale smarrimento ho risposto continuando a mantenere le “maniche rimboccate”, e non mi sono rassegnato.

Dopo una esperienza nel campo del diritto civile, ho capito che dovevo veleggiare altrove, e sono approdato al campo del diritto penale presso uno Studio Professionale penale molto qualificato dove il Titolare mi ha messo subito alla prova per poi valorizzare il mio apporto professionale nel corso dei molti anni in cui ho frequentato il suo Studio, fino a portarmi ad acquisire molta esperienza, e così, oggi cammino da solo come titolare di un mio Studio professionale: come si può notare non con la scientificità con la quale oggi propongo queste valutazioni, ma in maniera molto più grossolana ho messo in atto ciò di cui parlavo sopra, e posso dire che se non avessi operato quella scelta difficilmente sarei stato contento di quello che facevo.

Ma questa proposta possa essere ancora migliorata, a certe condizioni, quanto ai tempi d’attuazione, elidendo dei passaggi intermedi.

A questo punto diventa utile spiegare cosa intendo per FARO in modo più chiaro possibile, che cosa rappresenta il FARO e come poterlo utilizzare con successo…ma lo leggerete nel prossimo capitolo.

A prestissimo….

Francesco Chiaia


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