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Per evitare il gelo.


Racconti, riflessioni ed emozioni

Attraverso con lo sguardo il foglio bianco di fronte a me, e mi soffermo ad osservarlo tenendo stretta la penna fra le dita. Vorrei che fosse questa pagina ancora a vuota a suggerirmi le parole giuste, a indicarmi le frasi adatte a riempire questo spazio che attende soltanto di poter accogliere nuove storie da vivere e da raccontare.

Le Parole giuste.

Forse non esistono parole giuste che s’incastrino con precisione assoluta nella geometria a volte forzatamente imposta dalla razionalità. Esistono semplicemente le parole che ci appartengono, e che necessitano di ascolto, attenzione e condivisione .

Tutto questo pensare, questo affannarsi a cercare di comprendere, senza mai sentirsi veramente parte del mondo, e qualche volta sentendosi estranei persino a se stessi, rende difficile la ricerca di un senso. Cerco di godermi i momenti rari e preziosi di piacevole sintonia che riesco a ritagliare in mezzo ai troppi vuoti e ne faccio tesoro senza pormi troppi interrogativi. Momenti di leggerezza che regalano un lieve e piacevole tepore che non sempre è possibile provare. Basterebbe poco per lasciarsi andare, ma non posso a fare a meno di avvertire la sensazione che come un presagio lascia intendere che il gelo tornerà.

Gelo che forse potrebbe essere evitato se mi opponessi ai miei stessi tentativi di sabotare la mia voglia di fare, senza fermarmi troppo a pensare, se fossi capace di vivere come penso invece di pesare a come vivo, se sapessi vivere nel presente senza nascondermi dietro al passato vissuto o non vissuto, se eludessi il bisogno di rifugiarmi in un futuro che si può progettare, ma che non si può prevedere o controllare .

Mi domando se l’assenza di dolore sia un segnale tangibile di matura accettazione dei propri limiti e delle sofferenze passate, se sia un primo importante passo verso un cambiamento lento, lungo e laborioso che richiede impegno, cura e dedizione. Oppure forse la cessazione di un dolore rivela una forma di esangue ed esanime rassegnazione, di sonnolenta assuefazione a convivere con quello che manca? Che cosa traccia con chiarezza la linea di demarcazione tra quell’accettazione che consente di crescere, rifuggendo dal crogiolarsi nell’abisso delle proprie solitudini e dei propri tormenti, per venire finalmente a galla a respirare, e la inveterata abitudine a ripetere sempre i soliti schemi, che prima o poi finisce con il sopire non solo ogni turbamento, ma anche ogni desiderio, ogni slancio di vitalità?

E se il silenzio del dolore fosse invece una sorta di anestesia delle emozioni, dei sensi, e dei pensieri che mal si attagliano alla realtà perché non riescono ad essere vissuti, una specie di “congedo” dai propri desideri?

Oppure ancora, l’assenza di dolore non sarà soltanto un momento di dolce pausa, una breve parentesi temporale in cui ci concediamo di alleggerire i pesi che da sempre ci accompagnano e che ci portiamo dentro come una parte integrante del nostro essere, per poi tornare di nuovo a sentirli scoprendo che forse quella leggerezza non era ancora una vera e propria liberazione?

Quasi senza neppure accorgermene, scopro di essere rimasta ancora una volta legata al giogo delle mie contraddizioni, continuando a formulare domande che dovrebbero trovare risposta nella vita vera, vissuta e partecipata, e non nelle solitarie riflessioni fatte di immagini dipinte con la fantasie, e che sembrano non poter trovare un punto d’incontro con le parole di chi invece ha vissuto.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere. (Alla vita, Nazim Hiknet)