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Ogni epoca ha i suoi uomini potenti, quelli che decidono il destino degli altri. Ma sono pochi gli uomini capaci di immaginare un destino diverso

Ci sono racconti che, anche quando appartengono al passato, sembrano parlare con una voce sorprendentemente attuale. Non perché la storia si ripeta sempre nello stesso modo ma perché, sotto la superficie degli avvenimenti, continuano a muoversi le medesime forze: il potere, l’interesse, la paura di perdere il controllo, il desiderio di affermarsi e, qualche volta, il coraggio di sottrarsi a un destino già scritto.

Al Salone del Libro di Torino, nel maggio del 2026, il professor Alessandro Orsini ha richiamato un episodio che merita di essere ascoltato con attenzione. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, nel maggio del 2001, Gianni Agnelli avrebbe convocato Massimo D’Alema nella propria abitazione. Nel salotto, insieme all’Avvocato, c’era Henry Kissinger. La questione riguardava la scelta del nuovo ministro degli Esteri: gli interlocutori ritenevano necessario che alla Farnesina arrivasse Renato Ruggiero, figura considerata in grado di assicurare continuità e affidabilità alla politica estera italiana. Ma Ruggiero era riluttante ad accettare l’incarico in un governo di centrodestra. Per questo veniva chiesto proprio a D’Alema, esponente della parte sconfitta, di convincerlo.

Quando D’Alema fece notare che il neoeletto presidente del Consiglio avrebbe dovuto essere informato, Agnelli avrebbe risposto:

Non si preoccupi, a questo provvedo io

Il racconto è stato riportato anche da Il Fatto Quotidiano, che ha pubblicato la testimonianza di D’Alema il 5 maggio 2026. Non è necessario attribuire a quell’episodio significati che vadano oltre ciò che documenta.

È sufficiente soffermarsi sulla scena: un uomo che ha appena lasciato il governo, un autorevole rappresentante del potere economico italiano e uno dei protagonisti della diplomazia americana discutono della collocazione internazionale del Paese e della scelta di un suo ministro.

È un’immagine che ci induce a riflettere. Quanto è davvero autonoma una nazione? Quanto spazio rimane alla volontà politica quando le decisioni si intrecciano con interessi economici e rapporti internazionali che superano i confini degli Stati?

Non sono domande nuove. Eppure, ogni volta che riemergono, ci ricordano quanto sia fragile l’idea che il destino collettivo dipenda soltanto dalle decisioni di chi, almeno formalmente, è chiamato a governare.

Forse è anche per questo che, in un tempo segnato da guerre, tensioni energetiche e nuove contrapposizioni tra potenze, il pensiero torna a Enrico Mattei. A un uomo che, nel dopoguerra, ebbe l’ambizione di immaginare un’Italia meno dipendente, più consapevole delle proprie risorse e capace di trattare con il mondo senza accettare necessariamente le regole stabilite da altri.

Ma, cari Lettori,  prima di arrivare a lui vorremmo fermarci davanti a un’altra immagine. Apparentemente lontana dalla politica, dall’economia e dalle grandi strategie internazionali. Un’immagine che, tuttavia, ci costringe a interrogarci su qualcosa di molto più elementare: la nostra capacità di riconoscere il dolore.

Il confine tra ciò che vediamo e ciò che scegliamo di non vedere

Una madre e suo figlio. Un legame che comincia prima ancora del primo respiro, fatto di odori, calore, contatto, dipendenza. Una madre che ha portato in grembo il proprio piccolo e un cucciolo che, appena venuto al mondo, cerca istintivamente il corpo dal quale ha ricevuto la vita.

Eppure, in quella scena, qualcosa si interrompe.

Una mucca allunga il muso verso il proprio vitello, adagiato in un carrello metallico, in un momento di contatto prima della separazione.

Il vitello viene allontanato dalla madre. Lei allunga il collo, cerca di raggiungerlo oltre le sbarre; lui, fragile e disorientato, sembra cercare ancora il suo volto. Poco dopo saranno separati. Il latte destinato al piccolo diventerà una risorsa da raccogliere, conservare, vendere.

Il racconto di Gabriella Dimastrodonato, pubblicato da Animal’s Eye e condiviso nel materiale che abbiamo scelto di utilizzare, dà voce a questa immagine con parole dolorose. Non occorre riprenderne ogni passaggio. Basta fermarsi davanti a quei due corpi che si cercano attraverso una barriera.

Naturalmente, le pratiche degli allevamenti non sono tutte identiche e non sarebbe corretto trasformare una singola scena in una descrizione universale. Ma il punto che ci interessa non è costruire un processo sommario contro un intero mondo produttivo. È domandarci che cosa accade dentro di noi quando riconosciamo, in un essere vivente diverso da noi, una forma di attaccamento, di paura, di bisogno.

Perché spesso il problema non è soltanto ciò che facciamo. È il modo in cui impariamo a guardarlo. Ci abituiamo alle parole che rendono accettabile una realtà: produzione, rendimento, mercato, necessità. E, poco alla volta, rischiamo di non vedere più ciò che quelle parole nascondono.

La domanda, allora, non riguarda soltanto gli animali. Riguarda noi.

Quando abbiamo cominciato a considerare normale tutto ciò che non ci costringe a sentire? Quando abbiamo imparato a separare l’efficienza dalla responsabilità, il progresso dalla compassione, il vantaggio dal rispetto della vita?

La psicodinamica ci ha insegnato a riconoscere, nelle prime esperienze di separazione, una traccia che accompagna l’esistenza. Il cosiddetto lutto originario richiama quella perdita fondamentale legata alla separazione dalla condizione di fusionalità iniziale, alla scoperta che l’altro non coincide con noi e che il bisogno di vicinanza non può essere soddisfatto in modo assoluto e permanente.

Non si tratta di trasformare ogni separazione in una ferita patologica. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che una parte della nostra vita psichica continua a cercare legami, continuità, riconoscimento e riparo. La nostalgia, in questo senso, non è soltanto tristezza. È anche memoria di una mancanza, consapevolezza della nostra incompiutezza, desiderio di ritrovare nell’incontro con l’altro qualcosa che ci restituisca interezza.

Forse è proprio questa malinconia che non vogliamo perdere. Non quella che ci paralizza, ma quella che ci impedisce di diventare indifferenti.

E qui il nostro percorso incontra Enrico Mattei.

Enrico Mattei: l’uomo che non accettò il destino già scritto

Nasce nel 1906, nelle Marche, in una famiglia modesta. La sua non è una storia costruita sulle rendite di un cognome o sulle garanzie di un ambiente privilegiato. Comincia presto a lavorare, conosce il mondo dell’impresa e, durante la guerra, partecipa attivamente alla Resistenza. Diventa uno dei protagonisti del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia.

La sua esperienza non si esaurisce nella lotta contro il fascismo. Per Mattei, la Liberazione deve significare anche la possibilità di costruire un Paese diverso, capace di conquistare una propria autonomia economica e industriale.

Nel 1945 gli viene affidato un incarico che, almeno nelle intenzioni di chi lo assegna, dovrebbe essere semplice: liquidare l’Agip, l’azienda petrolifera nata nel 1926 e considerata da molti un residuo improduttivo del regime fascista.

Mattei non esegue semplicemente il mandato. Guarda quella struttura e vi intravede una possibilità. Dove altri vedono un patrimonio da dismettere, lui vede una risorsa da trasformare.

È una differenza che racconta molto del suo modo di essere.

Non sempre la visione consiste nel possedere qualcosa che gli altri non hanno. A volte consiste nel guardare ciò che tutti hanno davanti agli occhi e riuscire a immaginarne un destino differente.

Mattei comprende che un Paese impegnato nella ricostruzione, desideroso di sviluppare la propria industria e di rendere competitive le proprie produzioni, non può rinunciare a una politica energetica autonoma. Le automobili, le fabbriche, i trasporti, l’intero processo di modernizzazione hanno bisogno di energia. E il petrolio, nel mondo che si sta delineando, è destinato a diventare una risorsa strategica.

Nel 1953 nasce l’Eni. Non è soltanto la creazione di una grande azienda pubblica: è il tentativo di attribuire all’Italia un ruolo in un settore dominato da interessi economici e geopolitici enormi.

Il simbolo del cane a sei zampe diventa presto riconoscibile in tutto il mondo. Ma dietro quel marchio c’è soprattutto un progetto: non accettare che il mercato internazionale dell’energia sia un territorio riservato a pochi grandi protagonisti.

Le cosiddette Sette Sorelle, le compagnie petrolifere che esercitavano un controllo determinante sul mercato mondiale, rappresentavano un sistema consolidato di rapporti e convenienze. Mattei decise di metterlo in discussione.

La sua strategia fu innovativa soprattutto nei rapporti con i Paesi produttori. Laddove le grandi compagnie imponevano condizioni fortemente sbilanciate a proprio favore, l’Eni propose accordi più vantaggiosi per gli Stati proprietari delle risorse, arrivando a condividere in misura paritaria i profitti e, in alcune trattative, a prospettare percentuali ancora più favorevoli ai produttori.

Non si trattava soltanto di una scelta commerciale. Era una diversa idea dei rapporti tra Paesi industrializzati e nazioni che possedevano le risorse naturali, ma spesso non disponevano della forza economica e politica per negoziare alla pari.

Mattei guardò al Medio Oriente, all’Iran, ai Paesi arabi. Sostenne l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia e, nel 1960, concluse un importante accordo petrolifero con l’Unione Sovietica, in piena Guerra fredda. Scelte che contribuirono a rendere l’Eni un interlocutore internazionale e che, inevitabilmente, provocarono contrasti e ostilità.

Ma il suo progetto non riguardava soltanto il petrolio.

Mattei aveva una concezione dell’impresa nella quale il lavoro non doveva essere ridotto a una semplice voce di bilancio. Promosse strutture, servizi e luoghi di socialità per i dipendenti, cercando di costruire un rapporto diverso tra azienda e lavoratori. Anche la fondazione del quotidiano Il Giorno rispondeva alla volontà di incidere sul dibattito pubblico e di introdurre una voce nuova nel panorama dell’informazione italiana.

Era un uomo capace di comprendere che il potere economico non si esercita soltanto attraverso il possesso delle risorse, ma anche attraverso la capacità di orientare le idee, costruire relazioni, influenzare le decisioni.

E qui incontriamo la complessità.

Perché Mattei non fu un personaggio privo di contraddizioni. La sua spregiudicatezza, la capacità di muoversi tra partiti e uomini di potere, l’uso di strumenti non sempre trasparenti nella competizione economica appartengono anch’essi alla sua storia. Non sarebbe onesto cancellarli per costruire una figura immacolata.

La sua celebre battuta sui partiti, paragonati a taxi da utilizzare e dai quali scendere una volta raggiunta la destinazione, restituisce bene il suo rapporto pragmatico con la politica. Un rapporto che può essere letto come abilità, ma anche come segno di una concezione del potere nella quale il fine tende talvolta a giustificare i mezzi.

Eppure, proprio questa complessità rende Mattei interessante per la riflessione che vogliamo proporre.

Non ci interessa cercare un uomo perfetto. Non esistono uomini perfetti, e forse è proprio l’illusione della perfezione a impedirci di comprendere davvero le persone. Ci interessa, piuttosto, riconoscere la distanza che può esistere tra ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che avremmo potuto diventare.

Mattei seppe immaginare un futuro diverso per il proprio Paese. Non si rassegnò all’idea che l’Italia dovesse rimanere un soggetto marginale, costretto ad accettare decisioni prese altrove. Ebbe una visione, la tradusse in azione e si assunse il rischio di sostenerla.

Il 27 ottobre 1962, il suo aereo precipitò nelle campagne di Bascapè, mentre si avvicinava all’aeroporto di Linate. Mattei aveva cinquantasei anni. Le indagini e le successive ricostruzioni hanno alimentato l’ipotesi di un sabotaggio, ma mandanti ed esecutori non sono stati individuati in modo definitivo. La sua morte resta uno dei grandi nodi irrisolti della storia italiana.

Ciò che rimane, al di là delle interpretazioni e delle ricostruzioni, è la sensazione di una possibilità interrotta. Una storia che avrebbe potuto proseguire, un progetto che avrebbe potuto svilupparsi, un uomo che non ha avuto il tempo di conoscere l’esito del proprio lavoro.

E noi non possiamo fare a meno di domandarci che cosa sarebbe accaduto se quella vita non si fosse fermata in una notte d’autunno.

Ma forse la domanda più importante è un’altra: quanti progetti, quante idee, quante possibilità vengono interrotte perché non siamo capaci di proteggerle, di riconoscerne il valore, di sostenerle?

Laika: quando il progresso dimentica la vita

Il 3 novembre 1957, una piccola cagnolina randagia di nome Laika venne lanciata nello spazio a bordo dello Sputnik 2. Fu il primo animale a orbitare intorno alla Terra.

Per il mondo fu un’impresa straordinaria. Per la storia della scienza, un passaggio importante nella corsa allo spazio. Ma per Laika quel viaggio non prevedeva un ritorno.

Era stata raccolta per le strade di Mosca. Non conosceva le ragioni della missione, non poteva comprenderne il significato politico e scientifico. Aveva soltanto imparato a riconoscere gli esseri umani e ad affidarsi a loro.

Morì poche ore dopo il lancio, a causa del surriscaldamento della capsula e dello stress. Per molto tempo la sua sorte venne raccontata in modo diverso; solo successivamente emersero con maggiore chiarezza le condizioni della sua morte.

Laika non aveva scelto di diventare un’eroina. Non aveva chiesto di essere ricordata. Avrebbe meritato una vita, una carezza, qualcuno che si prendesse cura di lei.

La sua storia ci mette davanti a una contraddizione che attraversa la civiltà umana: siamo capaci di raggiungere lo spazio, di superare confini che per millenni abbiamo considerato invalicabili, di costruire strumenti prodigiosi. Ma non sempre siamo capaci di riconoscere il valore della vita che ci viene affidata.

Il progresso, da solo, non ci rende migliori. Può aumentare le nostre possibilità, ma non garantisce che sapremo usarle con saggezza.

La vicenda di Laika non cancella il valore della ricerca scientifica. Ci ricorda, piuttosto, che ogni conquista dovrebbe essere accompagnata da una domanda etica: che cosa siamo disposti a sacrificare, e in nome di quale futuro?

È la stessa domanda che, in forme diverse, attraversa la storia di Mattei. Anche lui si mosse in un mondo nel quale il potere economico e politico poteva diventare spietato. Ma il suo progetto cercava di restituire a un Paese e ai suoi cittadini una possibilità di emancipazione.

La differenza non sta nel possedere più strumenti o nel raggiungere più lontano. Sta nel ricordare per chi, e per che cosa, decidiamo di usarli.

La bellezza che non fa rumore

A questo punto il nostro percorso potrebbe fermarsi nella malinconia. Nelle separazioni, nelle occasioni perdute, nelle vite interrotte, nelle contraddizioni che non riusciamo a risolvere.

Ma non vorremmo che fosse questa l’ultima parola.

Perché la malinconia, quando non diventa rassegnazione, può insegnarci a guardare diversamente. Può renderci più attenti a ciò che resta, più sensibili a ciò che rischiamo di perdere, più disponibili a riconoscere nell’altro una presenza e non uno strumento.

C’è un pensiero, spesso attribuito ad Audrey Hepburn, che contiene una lezione semplice e profonda. Le parole che invitano a parlare con gentilezza, a guardare la bellezza che esiste negli altri, a condividere con chi ha fame e a usare le proprie mani per aiutare chi è in difficoltà, non furono scritte dall’attrice: il testo è di Sam Levenson, e Audrey lo lesse ai propri familiari.

Ci piace ricordarlo non come un manifesto di perfezione, ma come un invito a una bellezza possibile. Una bellezza che non dipende dall’aspetto, dal successo, dal riconoscimento pubblico. Una bellezza che si costruisce nel modo in cui ci avviciniamo agli altri.

Forse è questa la parte più difficile della nostra crescita: imparare a non misurare ogni cosa in termini di risultato, prestigio, visibilità. Imparare che esistono gesti che non producono ricchezza, ma generano valore. Presenze che non conquistano il mondo, ma riescono a rendere meno faticosa la giornata di qualcuno.

Forse diventiamo davvero uomini quando smettiamo di domandarci quanto lontano possiamo arrivare e cominciamo a chiederci che cosa, lungo il cammino, non dobbiamo perdere

Ed è qui che vorremmo lasciare spazio a una riflessione di fra Anto Rados, che ci accompagna verso la conclusione.

Non tutti gli alberi sono fatti per attirare gli sguardi

L’umanità, scrive fra Anto Rados, è come una grande foresta. Ci sono alberi alti, maestosi, capaci di attirare lo sguardo. Li ammiriamo, ci fermiamo davanti a loro, ne riconosciamo la grandezza.

Ma ci sono anche alberi meno appariscenti, più bassi, che forse nessuno osserva con particolare attenzione. Eppure, con i loro rami, sanno offrire ombra, riparo e ristoro. Sotto di essi possiamo fermarci, ascoltare il silenzio, ritrovare un po’ di pace.

Anche gli uomini sono così.

Alcuni lasciano il segno nella storia, altri attraversano la vita senza che il loro nome venga ricordato. Alcuni costruiscono imprese, aprono strade, modificano gli equilibri di un Paese. Altri, senza clamore, sanno esserci quando qualcuno ha bisogno di una parola, di una mano, di un luogo nel quale sentirsi accolto.

Non tutte le persone brillano allo stesso modo. E non tutte sono chiamate a farlo.

La grandezza di Mattei appartiene alla storia di un uomo che volle cambiare il destino del proprio Paese. Ma la grandezza di una vita non può essere misurata soltanto attraverso le opere, le conquiste o il potere esercitato.

C’è una grandezza più silenziosa, che non compare nei libri di storia e non viene celebrata nelle piazze. È quella di chi sa offrire riparo, di chi non umilia, di chi non approfitta della fragilità altrui, di chi riesce a trasformare la propria esperienza in una possibilità di bene per qualcun altro.

Forse, alla fine, è proprio questo che dovremmo imparare a diventare.

Non uomini senza contraddizioni, perché sarebbe una pretesa impossibile. Non uomini incapaci di sbagliare, perché l’errore appartiene alla nostra natura. Ma persone capaci di riconoscere le proprie ombre senza consegnarsi ad esse; di coltivare l’ambizione senza smarrire la coscienza; di cercare il successo senza dimenticare la dignità di chi ci cammina accanto.

Il lutto originario ci ricorda che siamo esseri mancanti, che nessuno può bastare completamente a se stesso, che ogni legame porta con sé la possibilità della separazione. Ma proprio questa consapevolezza può diventare un’occasione di crescita. Se sappiamo riconoscere la nostra fragilità, forse saremo meno inclini a negare quella degli altri. Se sappiamo quanto abbiamo bisogno di essere accolti, forse impareremo a non lasciare nessuno fuori dalla nostra porta.

Mattei ci consegna il valore della visione e del coraggio di non accettare il destino già scritto. Laika ci ricorda che il progresso non può essere separato dalla responsabilità. La madre e il suo piccolo ci riportano alla tenerezza dei legami, anche quando non ci somigliano. Le parole di Audrey ci invitano a riconoscere una bellezza che non ha bisogno di apparire. E la foresta di fra Anto Rados ci suggerisce che non tutti siamo chiamati a essere alberi maestosi: possiamo essere anche quelli che, senza chiedere nulla, offrono ombra a chi è stanco.

Forse il senso del nostro cammino sta proprio qui: non nel diventare più importanti degli altri, ma nel diventare un po’ più capaci di prendercene cura.

Perché non è soltanto ciò che costruiamo a raccontare chi siamo. È anche ciò che proteggiamo, ciò che non calpestiamo, ciò che scegliamo di non abbandonare.

E quando, un giorno, qualcuno si fermerà sotto i rami della nostra vita, non sarà importante quanto saremo stati alti agli occhi del mondo. Sarà importante che, almeno per un momento, abbia potuto trovare un po’ di pace.

La grandezza non è soltanto lasciare un segno nella storia. È lasciare nell’altro qualcosa che lo aiuti a continuare il suo cammino.

Forse è per questo che, arrivati alla fine, ci viene da pensare a una canzone di Francesco De Gregori: La storia.

Perché la storia siamo anche noi. Non soltanto i grandi uomini, i potenti, i protagonisti delle vicende che riempiono i libri. Siamo noi, con le nostre scelte quotidiane, con le occasioni che sappiamo riconoscere e quelle che lasciamo cadere, con il coraggio che troviamo e con le paure che non riusciamo a superare.

E soprattutto con ciò che, nonostante tutto, scegliamo di diventare.

La Storia (siamo noi)

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso
Siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
La storia siamo noi, attenzione
Nessuno si senta escluso

La storia siamo noi
Siamo noi queste onde nel mare
Questo rumore che rompe il silenzio
Questo silenzio così duro da masticare

E poi ti dicono, “Tutti sono uguali”
“Tutti rubano nella stessa maniera”
Ma è solo un modo per convincerti
A restare chiuso dentro casa quando viene la sera

Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone
La storia entra dentro le stanze, le brucia
La storia dà torto o dà ragione

La storia siamo noi
Siamo noi che scriviamo le lettere
Siamo noi che abbiamo tutto da vincere e
Tutto da perdere

E poi la gente, perché è la gente che fa la storia
Quando si tratta di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare

Quelli che hanno letto un milione di libri
E quelli che non sanno nemmeno parlare
Ed è per questo che la storia dà i brividi
Perché nessuno la può fermare

La storia siamo noi
Siamo noi, padri e figli
Siamo noi, Bella Ciao
Che partiamo
La storia non ha nascondigli
La storia non passa la mano
La storia siamo noi

Siamo noi questo piatto di grano

Non siamo ciò che conquistiamo, né ciò che il mondo ricorderà di noi. Siamo, soprattutto, ciò che avremo saputo custodire nella vita degli altri. (Enzo Ferraro e Giorgio Marchese)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un affettuoso ringraziamento a Maria Antonella Sparano per aver suggerito la riflessione di fra Anto Rados “Non tutti gli alberi sono fatti per attirare gli sguardi“

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