Mimmo Leonetti, Presidente del Centro Europeo Informazioni, riflette sui rischi dell’autoreferenzialità, sull’arroganza delle élite e sulla necessità di restituire centralità al confronto democratico.
di Redazione LaStradaWeb
PESCARA – Può esistere una democrazia autentica quando qualcuno presume di conoscere ciò che è giusto per tutti? E quanto è sottile il confine tra la competenza e la presunzione di superiorità, tra il legittimo esercizio del pensiero critico e la convinzione di possedere una verità indiscutibile?
Sono alcune delle questioni al centro della riflessione proposta da Mimmo Leonetti, Presidente del Centro Europeo Informazioni, che richiama l’attenzione su una contraddizione del nostro tempo: mentre la società manifesta una diffusa avversione verso ogni forma di autoritarismo, rischia talvolta di riprodurne alcune dinamiche attraverso comportamenti individuali e collettivi improntati all’autoreferenzialità.
Leonetti definisce questo fenomeno una sorta di «dittatura dell’Io»: una condizione nella quale l’individuo assume le proprie convinzioni come criterio assoluto di giudizio, senza sentire la necessità di metterle in discussione o di confrontarle realmente con quelle degli altri.
Non si tratta soltanto di una questione individuale. Quando questa modalità di pensiero entra nel dibattito pubblico, può compromettere la qualità del confronto democratico, trasformando il dissenso in un segno di ignoranza e la diversità di opinione in una colpa da correggere.
Quando il sapere diventa presunzione
Uno degli aspetti più significativi della riflessione di Leonetti riguarda il rapporto tra conoscenza e potere.
In una società sempre più complessa, il contributo degli esperti e delle competenze specialistiche è indispensabile. Le decisioni pubbliche richiedono conoscenze, capacità di analisi e responsabilità. Tuttavia, il possesso di competenze specifiche non può trasformarsi nella pretesa di esercitare un’autorità assoluta sulle scelte collettive.
Il rischio, osserva Leonetti, è quello di un elitismo paternalistico: una concezione nella quale il cittadino viene considerato incapace di comprendere le questioni che riguardano la comunità e il suo dissenso viene liquidato come semplice deficit culturale o mancanza di preparazione.
In questo modo, il confronto perde progressivamente il proprio valore. Chi non condivide una determinata posizione non viene più considerato un interlocutore con cui discutere, ma qualcuno da correggere, educare o delegittimare.
È una deriva particolarmente delicata, perché la democrazia non si fonda sull’uniformità delle opinioni, ma sulla possibilità che posizioni differenti possano confrontarsi nel rispetto delle regole comuni.
Il suffragio universale: il principio dell’uguaglianza democratica
È proprio in questo scenario che Leonetti richiama il valore del suffragio universale.
Il diritto di voto, riconosciuto ai cittadini indipendentemente dal patrimonio, dalla condizione sociale o dal livello di istruzione, rappresenta una delle conquiste fondamentali della storia democratica.
Il suo significato non si esaurisce nella possibilità di esprimere una preferenza elettorale. Esprime un principio più profondo: nessun cittadino può essere considerato, per condizione economica o culturale, titolare di una dignità politica superiore a quella degli altri.
Il voto non attribuisce a tutti le medesime conoscenze, né rende automaticamente corrette tutte le decisioni. Stabilisce, però, un principio irrinunciabile di uguaglianza nella partecipazione alla vita pubblica.
Come sottolinea Leonetti, il suffragio universale costituisce un argine alla pretesa di qualsiasi élite di arrogarsi il monopolio della ragione e della capacità di decidere per l’intera collettività.
La competenza è preziosa, dunque, ma non può diventare un titolo di superiorità democratica. Il sapere deve contribuire alla formazione delle decisioni, non cancellare il diritto dei cittadini a parteciparvi.
La democrazia comincia dalla capacità di mettersi in discussione
La riflessione di Leonetti si conclude con un richiamo che riguarda non soltanto le istituzioni, ma ciascuno di noi.
Una democrazia matura non può fondarsi sulla convinzione che qualcuno sia depositario di una verità definitiva. Ha bisogno di cittadini capaci di interrogarsi, di riconoscere i propri limiti e di accettare che anche le convinzioni più radicate possano essere sottoposte a verifica.
In questo senso, il dubbio non rappresenta una debolezza del pensiero, ma una delle sue condizioni fondamentali. Allo stesso modo, ascoltare chi la pensa diversamente non significa necessariamente condividere le sue posizioni, ma riconoscergli il diritto di partecipare al confronto.
La libertà di pensiero, infatti, non consiste soltanto nel poter affermare le proprie idee. Richiede anche la disponibilità a misurarle con quelle degli altri, senza trasformare il dialogo in una competizione nella quale ciascuno cerca soltanto la conferma delle proprie convinzioni.
La «dittatura dell’Io» si supera proprio a partire da questa consapevolezza: nessuno possiede da solo tutte le risposte e nessuna competenza, per quanto elevata, autorizza a considerare irrilevante la voce degli altri.
Se la democrazia riconosce a ogni cittadino pari dignità politica, la sua responsabilità più grande consiste nel custodire le condizioni che rendono possibile il confronto.
Perché il vero pericolo per una democrazia non è soltanto l’autoritarismo di chi pretende di comandare, ma anche l’arroganza di chi ritiene di non avere più nulla da imparare dagli altri.


