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C’era una volta, in un mondo senza tempo, una bambina che non poteva camminare.

Trascorreva molte ore accanto alla finestra, osservando la vita che si muoveva oltre il vetro. Il vento faceva danzare le foglie, gli uccelli attraversavano il cielo e, nel giardino, ogni cosa sembrava conoscere una strada che a lei era stata negata.

Un giorno, sul davanzale comparve un cardellino ferito. Le sue zampette non riuscivano più a sostenerlo e il cielo, che fino a quel momento era stato la sua casa, sembrava diventato irraggiungibile.

La bambina lo raccolse con delicatezza. Non poteva correre in suo aiuto, né accompagnarlo in giardino, ma poteva offrirgli le proprie mani, un riparo e il tempo necessario per guarire.

Per giorni si prese cura di lui, aspettando che tornasse abbastanza forte da affrontare il volo. Quando finalmente arrivò quel momento, lo avvicinò alla finestra. Gli uccelli lo aspettavano tra gli alberi, ma il piccolo cardellino non riuscì a reggersi sulle zampe.

Allora la bambina comprese che, qualche volta, amare significa fare per l’altro ciò che da solo non può ancora fare. Lo prese delicatamente fra le mani e lo aiutò a volare.

Per alcuni giorni continuò a pensare a lui. Si domandava se avesse ritrovato i suoi simili, se fosse al sicuro, se quel piccolo gesto fosse bastato a restituirgli la felicità. Forse, in fondo al cuore, gli aveva donato qualcosa che lei stessa desiderava: la possibilità di andare dove lo sguardo poteva arrivare, ma il corpo non le consentiva di seguirlo.

Poi, una mattina, qualcuno picchiettò sul vetro.

La bambina si avvicinò alla finestra e vide una piccola fata. Era il cardellino, o forse il bene compiuto che tornava a cercarla sotto un’altra forma. La creatura le offrì la possibilità di esprimere un desiderio.

«Vorrei tornare a camminare», disse la bambina.

La fata non poteva esaudire quella richiesta. Le promise, però, qualcosa di diverso: ali con cui attraversare il mondo, scoprirne le meraviglie e portare un sorriso là dove abitava il dolore.

Cari Lettori, la favola potrebbe finire qui. Con una bambina che non ottiene ciò che aveva chiesto, ma riceve una possibilità inattesa. Con un dono che non cancella il suo limite, eppure le apre un orizzonte nuovo.

Forse è questo il primo pensiero da custodire: non sempre possiamo riparare ciò che è stato ferito, ma possiamo scegliere che cosa fare della nostra fragilità.

La realtà, tuttavia, non sempre concede una seconda occasione. Ci sono storie nelle quali non arriva nessuna fata, nessun ritorno alla finestra, nessun gesto capace di cambiare il finale.

Ci sono vite per le quali il tempo non riapre una porta.

Due nomi, una possibilità perduta

Alan e Larry non usciranno vivi dal laboratorio.

La notizia, riferita dalla LAV dopo l’udienza di metà ottobre davanti al TAR del Lazio, ha spento la speranza che per anni aveva accompagnato le richieste di liberazione dei due macachi coinvolti nel progetto di ricerca LightUp, dedicato allo studio dei disturbi della visione conseguenti a lesioni cerebrali.

Per oltre sette anni, associazioni e cittadini avevano chiesto che fosse concessa loro una possibilità diversa: lasciare il laboratorio e trascorrere il resto della vita in un rifugio. Attorno a quella richiesta si erano raccolte firme, manifestazioni, ricorsi e attese.

Non si chiedeva di cancellare, con un gesto, il dolore già vissuto. Si chiedeva che almeno il futuro potesse conoscere una condizione differente.

Quella possibilità non si è realizzata.

illustrazione simbolica di due macachi, Alan e Larry, stretti in un ultimo abbraccio.

Fonte Associazione Alfa Amici

Davanti a una notizia simile, è comprensibile provare rabbia. Ma, se vogliamo che lo sdegno non si esaurisca nella durata di una notizia, dobbiamo provare ad ascoltare la domanda più difficile che porta con sé.

La ricerca scientifica è una risorsa fondamentale attraverso cui l’umanità cerca di comprendere la malattia, alleviare la sofferenza e restituire speranza a chi attende una cura. Dietro il desiderio di progresso ci sono persone che convivono con una disabilità, famiglie in cerca di risposte, malati per i quali il tempo assume un peso diverso. Non sarebbe giusto dimenticarli.

Ma proprio perché la salute è un bene così prezioso, dovremmo avere il coraggio di interrogarci anche sui mezzi con cui cerchiamo di proteggerla: esaminare i metodi della ricerca, promuovere alternative scientificamente valide e considerare la sofferenza degli esseri viventi coinvolti.

La compassione non dovrebbe essere una risorsa limitata, da concedere a qualcuno soltanto a condizione di negarla a qualcun altro.

Nei documenti di un progetto scientifico, Alan e Larry possono essere indicati come soggetti sperimentali. Ma nessuna definizione tecnica dovrebbe farci dimenticare che dietro quelle parole c’erano due animali vivi, esposti a procedure di ricerca e privati, alla fine, della possibilità di raggiungere il rifugio per il quale tante persone si erano battute.

Non possiamo restituire loro gli anni perduti. Possiamo però scegliere se lasciare che la loro storia scivoli nell’oblio oppure trasformarla in una domanda destinata a durare più a lungo dello sdegno.

Perché una Società non si misura soltanto dalle cure che riesce a offrire ai propri membri, ma anche dal modo in cui esercita il proprio potere su chi non può difendersi.

La solitudine in un mondo di pezza

C’è una fotografia, diventata famosa in tutto il mondo, che racconta una storia diversa, ma in qualche modo vicina a quella di Alan e Larry.

È la storia di Punch, un piccolo macaco che, dopo essere rimasto isolato dal gruppo, aveva trovato conforto in un peluche. Un compagno di pezza, privo di voce e di calore, al quale aggrapparsi quando il mondo intorno non sembrava offrirgli un’altra possibilità di vicinanza.

Nelle immagini che hanno fatto conoscere la sua vicenda, Punch stringe a sé quel giocattolo. Lo tiene vicino al corpo, lo cerca, vi si rifugia. In quel gesto, semplice e insieme difficile da dimenticare, molti hanno riconosciuto qualcosa che appartiene anche alla nostra esperienza: il bisogno di sentirsi protetti, di sapere che esiste un luogo in cui la solitudine può diventare meno insopportabile.

Punch, giovane macaco che abbraccia un peluche in cerca di conforto.

Naturalmente, non possiamo conoscere fino in fondo ciò che Punch provava. Non possiamo tradurre ogni suo gesto in un sentimento umano, né attribuirgli pensieri che non siamo in grado di verificare. Ma questa cautela non ci obbliga all’indifferenza. Ci invita, piuttosto, a osservare con rispetto un essere vivente alla ricerca di conforto.

Forse è proprio qui che dovremmo sostare: non nel tentativo di stabilire quanto un animale ci assomigli, ma nella disponibilità a riconoscere che la sua esperienza ha valore anche quando non coincide con la nostra.

Punch aveva trovato un amico in un mondo di pezza. La sua immagine ci ha costretti a guardare il vuoto che può aprirsi intorno a una creatura privata della vicinanza di cui ha bisogno.

La solitudine non sempre parla. Talvolta si stringe a qualcosa, cerca un appiglio, resta immobile in attesa che il mondo diventi meno estraneo.

La storia di Punch, secondo le ricostruzioni che l’hanno resa nota, ha conosciuto un’evoluzione positiva. Ma quella fotografia continua a parlarci anche oltre il suo destino individuale. Ci ricorda che la vulnerabilità merita attenzione anche quando non trova parole per raccontarsi.

E allora il peluche, da semplice oggetto, diventa il simbolo di una domanda più grande: che cosa accade a un essere vivente quando il bisogno di vicinanza non trova risposta? E che cosa possiamo fare noi, quando abbiamo la possibilità di riconoscerlo?

Forse la compassione comincia proprio così: quando smettiamo di considerare la fragilità un fatto secondario e comprendiamo che, in qualsiasi forma si manifesti, ci riguarda.

Ma c’è un’altra domanda che queste storie ci consegnano: che cosa rimane di chi non possiamo più aiutare?

È qui che la memoria smette di essere soltanto un ricordo e diventa una responsabilità.

Il filo invisibile che ci lega agli assenti

Viviamo in un tempo che sembra avere fretta anche davanti alla morte.

Una notizia attraversa per qualche istante la nostra attenzione, suscita un’emozione, talvolta una protesta, e poi lascia il posto a un’altra notizia. Persino il dolore rischia di essere consumato secondo il ritmo delle comunicazioni quotidiane: poche parole, un pensiero affidato a una frase, un saluto pronunciato rapidamente.

Eppure, esiste una differenza profonda tra l’assenza e la cancellazione.

Una persona può non essere più presente nella nostra vita quotidiana e continuare a vivere nei gesti che ci ha insegnato, nelle parole che ci tornano alla mente, nelle decisioni che prendiamo anche grazie a lei. Un insegnamento ricevuto molti anni prima può riemergere proprio quando ne abbiamo più bisogno. Un gesto di bontà, forse considerato insignificante da chi lo compì, può diventare il modello silenzioso attraverso cui impariamo a trattare gli altri.

Abbi cura dei tuoi ricordi /perché non puoi viverli di nuovo (Bob Dylan)

La memoria, allora, non è soltanto il luogo in cui conserviamo ciò che abbiamo perduto. È anche lo spazio nel quale ciò che abbiamo ricevuto continua a produrre conseguenze.

Nell’opera “Dei Sepolcri”, Ugo Foscolo riflette sul legame tra i vivi e i morti, affidando agli affetti e alla memoria il compito di custodire una continuità che la separazione fisica sembrerebbe interrompere. Non si tratta di negare la realtà della morte, ma di riconoscere che l’esistenza di una persona non coincide interamente con il tempo in cui il suo corpo è stato presente fra noi.

Ciò che abbiamo amato continua a esercitare un’influenza. Ciò che abbiamo imparato può essere trasmesso. Ciò che abbiamo ricevuto in dono può diventare, a nostra volta, un dono per qualcun altro.

Come ricorda una celebre massima attribuita a Cicerone,

La vita dei morti vive nella memoria dei vivi

Ma forse dovremmo aggiungere che la memoria dei vivi si misura anche da ciò che scelgono di fare con quello che ricordano.

Ricordare Alan e Larry, per esempio, non significa soltanto conservare i nomi di due animali. Significa custodire la domanda che la loro vicenda ci ha consegnato: quale valore attribuiamo alla vita, quali limiti riconosciamo al nostro potere, quale responsabilità accompagna le scelte capaci di incidere sull’esistenza di un altro essere vivente?

Se la memoria non modifica in alcun modo il nostro sguardo, rischia di diventare una commemorazione sterile. Se invece ci rende più attenti, più consapevoli, più disposti a interrogarci, allora il passato continua ad agire nel presente.

Ricordare non vuol dire soltanto rivolgere lo sguardo verso ciò che è stato. Significa portare nel presente qualcosa che il passato ci ha affidato.

La fragile geografia dell’amore

Non si ama soltanto quando tutto è semplice.

Si ama anche quando le certezze tremano, quando la paura di perdere qualcuno ci induce a proteggerci, quando vorremmo chiuderci per non soffrire e, invece, troviamo il coraggio di restare aperti a ciò che sentiamo. Perché amare non significa attraversare la vita senza ferite. Significa consentire a qualcuno di raggiungerci così profondamente da modificare, qualche volta per sempre, il nostro modo di sentirci vivi.

In questa riflessione attribuita a Bastian Landi ritroviamo qualcosa che attraversa le storie incontrate fin qui: la possibilità che l’amore ci raggiunga così profondamente da modificare il nostro modo di sentirci vivi.

La bambina che aiuta il cardellino non può sapere se quel gesto le restituirà qualcosa. Punch non può spiegare che cosa cerchi quando stringe il suo peluche. E noi non abbiamo potuto cambiare il destino di Alan e Larry.

Eppure, ciascuna di queste storie ci mette davanti alla stessa scelta: lasciare che la fragilità dell’altro rimanga fuori dalla nostra vita oppure consentirle di raggiungerci, accettando che possa cambiare il nostro modo di guardare il mondo.

Forse è questo che distingue la semplice commozione dalla cura. La prima può durare il tempo di una fotografia; la seconda comincia quando l’emozione diventa una scelta.

E ci sono persone che, senza proclamare grandi principi, hanno fatto di quella scelta il modo stesso di abitare il mondo.

Barbara, e la porta che rimaneva aperta

La storia di Barbara Nuvola appartiene a questa particolare geografia dell’amore.

Barbara aveva scelto di accogliere gli animali che sembravano avere meno possibilità degli altri: gatti ciechi, un cane anziano, un pappagallo non vedente. Creature fragili, spesso destinate a essere trascurate perché richiedevano più tempo, più pazienza, più attenzione.

Laddove altri avrebbero potuto vedere soltanto un limite, lei riconosceva una vita che meritava di essere accompagnata.

Non occorrono gesti straordinari per cambiare il destino di qualcuno. A volte basta una porta che si apre, una ciotola riempita ogni mattina, una mano che impara a orientarsi per non spaventare chi non può vedere. Basta la decisione, rinnovata giorno dopo giorno, di non considerare la fragilità una ragione sufficiente per voltarsi dall’altra parte.

Secondo il racconto dedicato alla sua memoria, anche nell’ultimo giorno della sua vita Barbara avrebbe trovato il tempo di fermarsi per aiutare una donna senza dimora e il suo cane, prima di tornare a casa dai propri animali. Morì quel giorno, lasciando una figlia, una famiglia e tante creature che avevano conosciuto, attraverso di lei, una possibilità diversa.

Non abbiamo bisogno di trasformare la sua vicenda in una leggenda. La sua forza sta proprio nella concretezza dei gesti che le vengono attribuiti: una persona che, nella propria quotidianità, aveva scelto di occuparsi di chi rischiava di rimanere invisibile.

Barbara non poteva salvare tutti gli animali. Non poteva eliminare la solitudine, la malattia, l’abbandono. Ma poteva intervenire nella porzione di mondo che le era affidata. E lo faceva.

Fonte Amore a quattro zampe

Forse la bontà comincia proprio quando rinunciamo all’idea che, non potendo fare tutto, non valga la pena fare qualcosa.

La sua storia ci consegna l’immagine di una porta che si apre a chi non ha un luogo in cui andare. Una casa che non coincide soltanto con quattro mura, ma con la possibilità di essere accolti senza dover dimostrare di meritare quell’accoglienza.

Il confine non è sempre dove qualcosa finisce. Qualche volta è proprio dove due mondi si toccano. (Barbara Nuvola)

Il cielo che aspettava Vanilla

C’è un’immagine, infine, che sembra raccogliere in silenzio molte delle domande che ci hanno accompagnato fin qui.

È quella di Vanilla, una femmina di scimpanzé che per gran parte della propria esistenza aveva conosciuto il mondo attraverso spazi delimitati da strutture artificiali. La sua vita era cominciata in un laboratorio di ricerca di New York; successivamente era stata trasferita in una struttura in California. Anche lì, il cielo rimaneva qualcosa che non poteva incontrare liberamente.

Nel 2023 Vanilla arrivò al santuario Save the Chimps, in Florida. Lì poté finalmente entrare in un ampio spazio all’aperto.

Un altro scimpanzé, Dwight, le andò incontro e la accolse con un abbraccio. Poi Vanilla alzò lo sguardo.

Sopra di lei non c’era più una grata, né una copertura artificiale a delimitare la porzione di cielo che poteva vedere. C’era lo spazio aperto, nella sua immensità indifferente e meravigliosa. Un cielo che non prometteva nulla e non chiedeva nulla in cambio: un cielo che, semplicemente, era lì.

Fonte “Noi che amiamo gli animali”

Le immagini di quel momento hanno raggiunto milioni di persone. Forse ci hanno toccato perché, davanti a quello sguardo rivolto verso l’alto, abbiamo intravisto qualcosa che va oltre la storia di un singolo animale.

Non possiamo sapere esattamente che cosa Vanilla abbia provato. Possiamo però comprendere il significato concreto di ciò che è accaduto: a una creatura che per anni aveva vissuto senza quella possibilità è stato finalmente concesso uno spazio diverso, nel quale muoversi, incontrare altri animali e guardare il cielo senza una barriera sopra la testa.

A volte, la libertà comincia così.

Non con una dichiarazione solenne, ma con la rimozione di un ostacolo. Con la restituzione di una possibilità che non avrebbe mai dovuto essere considerata irrilevante.

Vanilla non cancella la sofferenza che ha preceduto quel momento. Non restituisce gli anni trascorsi nelle strutture che l’avevano privata di quella possibilità. Ci mostra, però, che una storia non è necessariamente condannata a ripetere, fino all’ultimo istante, la stessa privazione.

Qualche volta una porta può aprirsi. Qualche volta un incontro può cambiare il il corso di un’esistenza. Qualche volta, finalmente, sopra una testa non ci sono più sbarre.

Le ali che lasciamo agli altri

Forse, alla fine, dobbiamo tornare alla bambina della nostra favola.

A quella piccola creatura che, non potendo camminare, aveva imparato a riconoscere nella fragilità di un altro essere vivente qualcosa che le apparteneva. Non aveva guarito il cardellino con la forza, né gli aveva imposto la propria idea di felicità. Gli aveva offerto ciò di cui aveva bisogno per tornare a volare.

E quando il momento era arrivato, lo aveva lasciato andare.

C’è una forma di amore che non trattiene, che non pretende di possedere ciò che ama, che non misura il valore di un legame dalla sua durata. È l’amore che accompagna, protegge quando è necessario e, quando diventa possibile, restituisce all’altro lo spazio per essere ciò che è.

La realtà non è una favola. Non sempre arriva qualcuno a riparare ciò che è stato spezzato. Non sempre il bene riceve una ricompensa. Non sempre le storie che meriterebbero un finale diverso riescono a trovarlo.

Alan e Larry non hanno raggiunto il rifugio che tante persone avevano sperato per loro. Non possiamo cambiare questa parte della loro storia. Possiamo però impedire che la loro vicenda si riduca a una notizia destinata a scomparire, lasciando intatta la nostra coscienza.

Possiamo ricordare Punch, aggrappato al suo compagno di pezza, e chiederci se siamo capaci di riconoscere la solitudine anche quando non trova parole per raccontarsi.

Possiamo custodire la memoria di Barbara Nuvola, trasformando la sua testimonianza di cura in un invito concreto ad accogliere chi rischia di essere lasciato indietro.

Possiamo guardare Vanilla mentre alza gli occhi verso il cielo e comprendere che, qualche volta, restituire una possibilità significa semplicemente togliere ciò che impediva a una vita di incontrare il mondo.

Sono storie diverse. Non tutte hanno lo stesso esito, e sarebbe ingiusto confonderle in un’unica narrazione consolatoria. Ma tutte ci consegnano una domanda che ci riguarda: che cosa facciamo della nostra capacità di incidere sulla vita degli altri?

Non possiamo salvare tutti. Ma non poter salvare tutti non significa essere dispensati dal tentativo. Non poter riparare ogni ferita non ci autorizza a ignorare quelle che possiamo ancora raggiungere.

Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo (Isabel Allende)

È nei gesti quotidiani, nelle decisioni che prendiamo quando nessuno ci osserva, nel modo in cui trattiamo chi non può restituirci nulla, che la compassione smette di essere una parola e diventa una forma di responsabilità.

E forse è lì che anche la memoria trova il suo significato più profondo.

Ricordare significa permettere a un incontro, a una perdita, a una storia conosciuta per caso di modificare il modo in cui guardiamo ciò che ci circonda. Significa lasciare che qualcosa di ciò che abbiamo incontrato continui a vivere in noi, trasformandoci.

Forse è questo che ci rende umani: non l’essere immuni dal dolore, non il possedere risposte per ogni domanda, non la pretesa di dominare tutto ciò che vive. Ma la capacità di riconoscere che la vita dell’altro ha un valore che precede il vantaggio che possiamo ricavarne.

Torniamo, allora, per un istante a Vanilla. Immaginiamola mentre alza gli occhi. Sopra di lei, finalmente, il cielo.

Non possiamo restituire tutte le ali che sono state spezzate. Ma possiamo smettere di spezzarne altre. Possiamo imparare a riconoscere le gabbie che abbiamo costruito, anche quelle che ci sembrano necessarie soltanto perché abbiamo smesso di immaginare un’alternativa.

E possiamo ricordare Alan e Larry non soltanto per la fine che hanno incontrato, ma per la domanda che continuano a lasciarci:

Che cosa resta della nostra umanità, se la sofferenza dell’altro smette di interrogarci?

La risposta non è scritta nel cielo di Vanilla, né nella favola della bambina, né nelle storie di coloro che hanno dedicato la propria vita alla cura. Non è custodita in una frase definitiva.

È affidata a noi. A ciò che sceglieremo di vedere. A ciò che non accetteremo più di considerare inevitabile. A quel gesto che, domani, potremo ancora compiere per una vita che non ci appartiene, ma che non per questo è priva di valore.

Perché forse l’eternità dei legami non consiste nel fatto che nulla vada perduto.

Consiste nel fatto che qualcosa di ciò che abbiamo incontrato possa continuare a vivere in noi, trasformandoci, anche quando non possiamo più cambiare il destino di chi abbiamo incontrato.

E se un giorno, davanti alla sofferenza di un altro essere vivente, riusciremo a fermarci un istante prima di voltare lo sguardo, forse una parte di quelle storie avrà trovato il modo di continuare.

Non perché il dolore sia stato cancellato.

Ma perché non sarà passato invano.

Perché alcune storie non chiedono di essere raccontate più forte. Chiedono soltanto di non essere dimenticate.

Stelut Alpinis

Se un mattino tu verrai
Fino in cima alle montagne
Troverai una stella alpina
Che è fiorita sul mio sangue
Per segnarla c’è una croce
Chi l’ha messa non lo so
Ma è lassù che dormo in pace
E per sempre dormirò
Ma è lassù che dormo in pace
E per sempre dormirò
Tu raccogli quella stella
Che sa tutto del tuo amore
Sarai l’unica a vederla
E a nasconderla sul cuore
Quando a sera sarai sola
Non piangere perché
Nel ricordo vedrai ancora
Tu e la stella insieme a me
Nel ricordo vedrai ancora
Tu e la stella insieme a me
Tu e la stella insieme a me

Ciò che amiamo non sempre può restare con noi. Ma ciò che abbiamo amato davvero ci cambia per sempre, affidandoci il compito di rendere il mondo un po’ meno indifferente.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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