La speranza non nasce da una visione del mondo rassicurante ed ottimista, bensì dalla lacerazione dell’esistenza vissuta e patita senza veli.
Nelle parole di Claudio Magris si specchia il paradosso del nostro tempo. Viviamo in un’epoca che confonde l’ottimismo da vetrina con la speranza reale; eppure, la vera speranza è una pianta ostinata che affonda le radici proprio dove la terra è più dura, spaccata dal dolore.
Da psicoterapeuti del profondo e da educatori che hanno attraversato le stagioni dell’uomo, sappiamo che non si può curare il mondo senza prima guardare dentro le sue cicatrici. C’è un mese dell’anno che incarna perfettamente questa transizione psicologica: settembre.
Settembre lo si capisce perché vuole diventare autunno quando ha ancora addosso l’estate. Si porta dietro il caldo, le finestre aperte, i vestiti leggeri, ma intanto accorcia la luce. Fa tornare le persone alle cose da fare, ai nodi esistenziali da sciogliere, a quella versione di noi stessi che avevamo lasciato in sospeso.
Ed è proprio nella luce obliqua di questo mese dell’anno che sentiamo il bisogno di fare i conti con i giganti scomodi della nostra cultura. Sono vent’anni che non c’è più Oriana Fallaci.
Vent’anni che il suo carattere libero, fiero e spigoloso non irrompe più nel dibattito pubblico, lasciando quel vuoto che solo le personalità autentiche sanno scavare. Era fiorentina, e della sua terra portava addosso l’ironia tagliente, l’intransigenza, quel gusto per il contrasto che la spingeva, spesso, a stare sopra le righe. Una donna capace di raccogliere immensi consensi e, al contempo, feroci detestazioni. Ma dietro il “Muro” della sua corazza pubblica, dietro la penna asciutta e priva di retorica che ha fatto la storia del giornalismo mondiale, batteva un cuore lacerato.
La trincea del privato
La Fallaci è stata la prima donna italiana inviata al fronte, una pioniera in un mondo dominato dagli uomini. Ha raccontato l’orrore delle guerre con uno stile fermo, secco, ereditato forse dal rigore di Enzo Biagi: aggettivi ridotti all’osso, fatti che parlano da soli. Diceva:
La vita ha quattro sensi: Amare, soffrire, lottare e vincere. Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince. Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre.
Ma la lotta di Oriana non era solo contro i dittatori della Terra o contro il fondamentalismo islamico che, anni dopo, l’avrebbe arroccata su posizioni di radicale e dolorosa intransigenza. La trincea più dura lei, infatti, l’ha vissuta nel privato. Una vita permeata da brucianti tensioni emotive, da amori travolgenti e distruttivi (come quello per il militante greco Alexandros Panagulis) e, soprattutto, da un dolore intimo, biologico e psicologico: gli aborti spontanei.
È qui che la spigolosità della giornalista cede il passo alla vulnerabilità nuda della donna.
Da quel trauma nasce “Lettera a un bambino mai nato”, un libro che non è un trattato politico, ma un grido clinico e poetico insieme.
Quel bambino, per noi che oggi leggiamo la storia con gli occhi della psicoterapia e dell’umanesimo, smette di essere solo un fatto privato. Diventa un simbolo. Quel bambino mai nato è l’umanità intera.
Un’umanità a cui Oriana si rivolge con un misto di profondo affetto e terrorizzata lucidità, consapevole che nascere, oggi come allora, significa esporsi alla crudeltà di un mondo che sembra aver smarrito la propria bussola etica.
Eppure, in questa lacerazione, la fiamma non si spegne. Ci costringe a guardarci allo specchio e a chiederci come possiamo, nelle nostre esistenze minimali e lontane dai riflettori della grande storia, salvarci. La risposta abita in una formula antica, che profuma di dignità: la “decenza quotidiana”.
Il Segreto dietro il Muro – Da Freud a Via Roma
Se la vita di Oriana Fallaci ci costringe a guardare nelle crepe dell’esistenza, la clinica e la letteratura ci insegnano che nessuna corazza nasce per caso. Dietro ogni spigolo, dietro ogni rigidità apparentemente inscalfibile, si nasconde quasi sempre una ferita che ha cercato un modo — a volte maldestro, a volte doloroso — di difendersi dal mondo.
Sigmund Freud scriveva parole che ogni terapeuta e ogni educatore dovrebbero scolpire nella mente:
C’è una storia dietro ogni persona. C’è una ragione per cui loro sono quel che sono. Loro non sono così perché lo vogliono. Qualcosa nel passato li ha resi tali e alcune volte è impossibile cambiarli.
È la comprensione profonda che supera il giudizio.
Oriana Fallaci non era “facile”, così come non lo sono le personalità che scelgono l’intransigenza come scudo. Ma fermarsi alla superficie del loro carattere significa perdere la comprensione del dramma umano.
Esiste un parallelismo sommerso, quasi magico, tra la traiettoria di questa grande scrittrice e le storie minimali che popolano la nostra provincia. Vite meno pubbliche, certo, ma non meno dense di conflitti e di verità. È il paradosso di chi, non riuscendo a donare la tenerezza in modo diretto, trova vie traverse, simboliche, per far arrivare il bene.
Se la Fallaci ha affidato il suo immenso bisogno di affetto e la sua paura del futuro alle pagine di un libro dedicato a un bambino che non avrebbe visto la luce, un vecchio meccanico dell’Emilia ha affidato la sua parte migliore a quattro zampe e a una vecchia bustina di cuoio.
In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a un “Muro”.
Un muro che si alza per proteggere una sensibilità troppo esposta, per difendere una fragilità che il mondo esterno rischierebbe di calpestare. Ma il muro, se osservato con gli occhi dell’incanto e della comprensione psicologica, rivela sempre una fessura da cui passa la luce.
È la transizione terapeutica che ci porta a comprendere Franco Bellini. Un uomo che, esattamente come la Fallaci dei reportage di guerra e delle polemiche post-11 settembre, sembrava aver chiuso la saracinesca nei confronti dell’umanità.
Eppure, la “decenza quotidiana” non si era spenta in lui; aveva semplicemente cambiato lingua. Non parlava più la lingua delle parole degli uomini, ma il dialetto silenzioso della fedeltà e del soccorso invisibile. Un soccorso che, per ironia del destino o per geniale intuizione inconscia, aveva il passo lento e sicuro di un cane di nome Rudy.
La Bustina di Cuoio – La Doppia Vita del “Muro”
La verità sulle persone si scopre spesso quando le scatole sono già pronte e i piatti sono stati avvolti nei fogli di giornale. Se n’è reso conto Marco e noi, in religioso silenzio, vi offriamo un bellissimo quadro emotivo, senza fiatare (preso da Cose Che Ti Fanno Pensare): osservando e ascoltando, con la voce del cuore.
Mio padre, Franco Bellini, era morto da due giorni. Sessantanove anni, un infarto in garage, una vita passata con le mani nere di grasso in un’officina della provincia emiliana. Al paese lo chiamavano “il Muro”. Se avessi parlato con lui, avresti avuto l’impressione di dialogare con una serranda abbassata.
«Un uomo deve arrangiarsi», ripeteva. Lo diceva quando avevo paura, quando avevo bisogno di soldi, quando a ventidue anni me ne andai a Milano con due valigie e una rabbia enorme dentro. Per me, mio padre era solo quel silenzio pesante a tavola, interrotto solo dalle urla se il pallone dei vicini finiva nel nostro giardino.
Quella sera, mentre preparavo la casa per venderla, l’unica creatura che sembrava averlo amato mi fissava dalla porta. Rudy, un Golden Retriever di quattordici anni, il muso bianco e le zampe rigide dei vecchi. Al collo portava una vecchia bustina di cuoio consumata. Era vuota. Avevo già preparato tutto per portarlo al canile la mattina successiva: documenti, libretto, coperta. Un appartamento a Milano e i miei orari di lavoro non erano roba per un cane anziano. Almeno, questo era quello che continuavo a ripetermi per non sentire i morsi della colpa.

«Facciamo un ultimo giro», gli dissi. Pensavo alla passeggiata dell’isolato. Rudy, invece, aveva un piano preciso. Testa bassa, passo sicuro, mi trascinò lungo Via Roma.
La prima fermata fu davanti al vecchio ferramenta di Sergio. Il proprietario, schiena curva e mani piene di polvere, uscì sulla porta. Guardò me, poi si inginocchiò davanti al cane. Tirò fuori un pezzo di prosciutto e uno scontrino piegato, che infilò nella bustina di cuoio.
«Cosa sta facendo?», chiesi. Sergio mi guardò con stupore.
«La consegna. Tuo padre non te l’ha mai detto? Ogni martedì, da cinque anni, mandava Rudy qui con trenta euro nella borsa. Servono per il materiale di Teresa, la vedova della casa di fronte. Le crolla il soffitto, si rompe un rubinetto, e Franco pagava.
Ma litigavano sempre, per questo non voleva che lei sapesse nulla. Odiava le chiacchiere. E con un cane non doveva spiegare niente.»
Sentii lo stomaco stringersi. L’uomo che spegneva le luci in corridoio per risparmiare i centesimi e che considerava il prezzo di un caffè a Milano un’offesa al buon senso, manteneva una vedova in segreto. Usando il suo cane come complice.
Ma Via Roma aveva altre risposte da darmi.
Seconda fermata: la panchina vicino alla scuola. Un ragazzino di undici anni, Luca, vide Rudy e gli buttò le braccia al collo. La vigilante dell’attraversamento pedonale si avvicinò a me. «Tuo padre lo accompagnava fino all’angolo ogni mattina. Poi si nascondeva dietro il giornalaio per controllare che Luca non fosse solo sussurrando che un bambino con un cane che lo aspetta non si sente completamente solo. Nella borsetta di cuoio ci metteva anche la merendina.»
Rimasi fermo sul marciapiede, incapace di parlare. Quella frase era troppo tenera per essere sua. O forse, semplicemente, non avevo mai capito nulla dell’uomo con cui ero cresciuto.
Il Giro d’Onore e l’Amore con le Gambe
Capii che era il momento di fermarsi quando ciò che Rudy amava divenne una fatica. Il cuore era stanco, le zampe troppo rigide. Decisi di organizzare l’ultima passeggiata lungo Via Roma e pubblicai un breve messaggio per il paese: “Sabato alle dieci Rudy farà il suo giro. Se vi ha fatto compagnia, camminate con noi”.
La mattina dopo mi mancò il fiato. Via Roma era piena. Vicini, negozianti, pensionati, genitori. Luca, il bambino della scuola, si mise subito accanto al cane, con la mano appoggiata sulla sua schiena. A ogni fermata, qualcuno prendeva la parola. Emerse una mappa sommersa di solidarietà invisibile. C’era chi raccontava di aver ricevuto la visita di Rudy il giorno del divorzio, e chi ricordava quella volta che mio padre l’aveva accompagnata in ospedale, restando in silenzio per tutto il viaggio prima di dirle: «Non fare la coraggiosa se hai paura».
Guardai quella folla e respirai a fondo. Mio padre urlava, si chiudeva, sbatteva le serrande. Eppure, contemporaneamente, camminava per queste strade aiutando le persone senza voler essere ringraziato. Per molto tempo ho pensato di dover scegliere quale versione fosse quella vera. Quel giorno capii che erano vere entrambe. Il bene che ha fatto non cancella gli errori che ha commesso con noi, e i suoi errori non rendono falso il bene che ha donato agli altri. Posso prendere la parte migliore di ciò che ha lasciato e provare a farla vivere, senza ripetere il resto.
Rudy morì tre settimane dopo. Ero seduto sul pavimento dello studio veterinario, con la sua testa sulle mie gambe. Gli accarezzai il muso e gli dissi un’ultima parola: «Grazie di aver fatto il lavoro che noi uomini non siamo riusciti a fare».
Da allora ho capito la lezione più grande. L’amore che resta fermo dentro di noi, bloccato dall’orgoglio, dalla timidezza o dal peso di un carattere spigoloso, non serve a nessuno. Bisogna dargli le gambe. Bisogna farlo uscire dalla porta.
La Rinascita e il Senso dell’Insieme
È questo il punto di contatto profondo in cui la parabola di Franco Bellini sposa la vita pubblica di Oriana Fallaci. Entrambi hanno vissuto arroccati dietro un muro di intransigenza e spigoli. Entrambi hanno guardato il mondo con la paura e il disincanto di chi ne conosceva la ferocia. Ma entrambi hanno rifiutato di arrendersi al buio.
Oriana ha fornito le gambe al suo amore ferito scrivendo una lettera senza tempo a un bambino mai nato, che oggi parla a un’umanità intera sospesa sull’orlo del baratro.
Franco Bellini ha “dato” le gambe alla sua tenerezza nascosta affidandola ai passi lenti di un Golden Retriever.
In entrambi i casi, la speranza ha smesso di essere un concetto astratto ed è diventata un’azione quotidiana, un gesto di “decenza” contro il cinismo dei tempi.
Cari Lettori, Pablo Neruda ci ha lasciato scritto:
Ognuno ha una favola dentro che non riesce a leggere da solo. Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti.
Rudy ha letto la favola segreta di Franco; Oriana ha declinato la favola tragica e bellissima del nostro bisogno di restare umani.
Il nostro mondo sembra finire, spesso, in mano a esseri crudeli.
Eppure, finché ci sarà qualcuno capace di far uscire il bene dalla porta, la fiamma resterà viva.
Ed è con questo spirito di ostinata resistenza che vi lasciamo alle parole e alla musica di Renato Zero, capaci di fotografare l’anima umana in tutta la sua complessità.
Perché la vita è, per sua natura, «bellissima e spietata».
Può essere «feroce e delicata, complicata» ma va amata esattamente così com’è. Accettando i suoi chiaroscuri, i suoi muri e le sue bustine di cuoio segrete, riscopriamo la lezione più grande: basta un attimo, un solo gesto di autentica cura, per poter dire ancora: «Mi insegni ancora che tutto è possibile… lo sai, mi basta un attimo e rinasco insieme a te».
Vita
Vita, bellissima e spietata
Hai scelto la mia strada e io l’ho percorsa accanto a te
A volte ti ho ferita, ma non ti sei fermata
Come una buona stella mi hai guidato fino a qua
E ti canto ancora
Vita, feroce e delicata
Sei stata complicata, ma ti ho amata come sei
Da complice e da amica
Ti scritta e ti ho sfidata
Lo sai mi basta un attimo e rinasco insieme a te
Quando sento questa musica in fondo all’anima
Mi fa sorridere, lo stai vedendo che si accende il mondo
Tutto si illumina e diventi magica
Mi insegni ancora che tutto è possibile
Voglio cantarti ancora, vita
Sei semplice e segreta
Vorrei fermare l’attimo, ma a volte è come se
Mi scappi dalle dita, vai via come una fata
Ma non è mai finita finché resti accanto a me
Finché sento questa musica in fondo all’anima
E torno a vivere, lo stai vedendo che si accende il mondo
Tutto si illumina e diventi magica
Essendo ancora che tutto è possibile
Voglio cantarti ancora, vita
Vita, anche quando questa notte finirà
Non fermare questa musica
In fondo all’anima
Fra pioggia e lacrime lo stai sentendo che
Si accende il mondo
E tu voli libera e diventi magica
Giurami ancora che tutto è possibile
Voglio cantarti ancora, vita, vita, vita
Il significato della vita è trovare il proprio dono. Lo scopo della vita è regalarlo. (Pablo Picasso)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


