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Grazie per averci insegnato a sognare e a credere nei sogni. Il mondo è una perpetua caricatura di se stesso: in ogni momento è la presa in giro e la contraddizione di ciò che finge di essere.

Sono queste le antitesi apparse nel mondo dell’informazione dal 25 giugno 2009 quando, alla (giovane) età di 50 anni, è scomparsa una delle più grandi e controverse figure della musica leggera di tutti i tempi, stroncata da eventi conseguenti al proprio “modus vivendi”.

È stata, sicuramente una delle persone più conosciute di questo pianeta, una delle più chiacchierate, criticate e, sicuramente, amate in maniera conflittuale!

Da oltre 30 anni, ogni suo concerto si è trasformato in un pezzo di storia. Il suo album “Thriller” è uno dei più venduti al mondo con oltre 60 milioni di copie distribuite.

“È probabilmente la persona più famosa del pianeta, che Dio lo aiuti. Ha venduto più dischi di chiunque altro sul pianeta, e ha scritto alcuni dei brani più gloriosi della musica pop. Quando canta, lo fa con la voce di un angelo. Quando i suoi piedi si muovono, sembra di vedere Dio danzare”. (Sir Bob Geldof)

Cari Lettori, la ricorrenza dei tredici anni dalla scomparsa di un uomo decisamente fuori dall’ordinario (capace di sfidare le barriere razziali e di rivoluzionare l’industria della musica, capace di cambiare paradigmi e archetipi), ci offre l’occasione di riflettere sull’impatto che la figura del “Mito”, l’alone delle “leggende” e il fascino delle “favole” hanno avuto sull’essere umano.

“Nessun essere umano può sopportare una vita senza significato” (C. G. Jung)

Mito, dal Greco mỳthos (“parola, racconto”), rappresenta una narrazione di particolari gesta compiute da Dei, Semidei, Eroi e Mostri.

Al tempo stesso, gli antichi Greci distinguevano il termine Mitos che indica un fenomeno fiabesco, qualcosa di assolutamente lontano dalla realtà, dal termine Logos, che invece rappresenta il pensiero razionale, logico.

Da qui nasce il concetto di “Mitologico”.

Sostanzialmente, un tentativo di razionalizzare il teleologico che ci circonda (con tutta la magia del Trascendente) e, al tempo stesso, esorcizzare le paure del negativo che ognuno si porta dentro.

“Le fiabe dicono più che la verità. E non solo perché raccontano che i draghi esistono, ma anche perché affermano che si possono sconfiggere.” (Gilbert Keith Chesterton)

Così, per esempio, nella guerra di Troia (descritta nell’omerica Iliade) Achille incarna il bisogno (esasperato) di autoaffermazione e autostima attraverso il giudizio altrui, in Agamennone e Menelao si può scorgere quel senso di onnipotenza che ci deriva dall’essere Energia dell’Universo condensata in minuscole strutturazioni submicroscopiche, a livello del “Bosone di Higgs“ e, con lo stesso principio, Ulisse incarna la sagacia, Paride la paura derivante dalla consapevolizzazione dei propri limiti e così via.

D’altronde, una simile operazione è stata procrastinata, nei secoli da altri abili osservatori dei costumi, come Fedro ed Esopo, fino ad arrivare, nel “novecento” appena trascorso, a personaggi come Walt Disney con il suo “cast” di paperi e topi.

Lo psichiatra psicoanalista Renè Kaes ci ha spiegato che il “Mito” ha un’origine inconscia ma, attraverso l’elaborazione prodotta “dalla attività mitopoietica della famiglia” (cioè da quello che la madre e il padre suscitano nell’immaginario del figlio) assume una forma narrata.

La capacità di operare un più o meno corretto esame di realtà di tutti i fatti della vita che ci riguardano, dipende in gran parte da come i nostri caregiver di riferimento (mamma e papà, di solito), ci aiutano a crescere fin dai primi istanti di venuta al mondo e ci aiutano a capire chi siamo, iniziando dai momenti critici dei tre anni di vita fino all’adolescenza.

È inevitabile che (anche nelle migliori condizioni immaginabili) ciascuno si porti dentro una lunga serie di conflitti interiori irrisolti (e, forse, neanche consapevolizzati) dei propri modelli identificativi: genitori, professori, personaggi “ideali” (artisti, nelle varie declinazioni), etc.

Questo passaggio renderà per forza di cose difficile il consapevolizzare molte delle nostre aspirazioni potenziali. Da qui, come già spiegato, il bisogno inconscio di “simbolizzare” (mediante allegorie, miti , etc.), per affidare sogni, possibilità e probabilità.

Ecco spiegato che, solo per citarne alcuni:

  • il Mito di Dedalo e Icaro incarna la voglia di elevarsi con, al tempo stesso, la paura di “cadere”;
  • “Eco e Narciso”, esprime la lotta di ognuno fra la voglia di continuare a considerarsi “il più bello del Reame” e l’angoscia ossessiva di riscoprirsi tremendamente “soli”;
  • Le “Fatiche di Ercole” lasciano intendere il calvario necessario a rendersi idonei ad una vita libera e degna…
  • “Amore e Psiche” ricorda la fondamentale importanza di riuscire ad amarsi fin dalle profondità della propria anima;
  • l’impresa degli “Argonauti” descrive il simbolico viaggio, costellato di mille avventure, alla ricerca dei veri Valori…
  • L’Edipo, rappresenta la titanica lotta fra il figlio che non vuole “lasciare” il simbiotico legame con la madre e il padre che “impone” la legge della propria parola e presenza, onde indurre il “pargolo” ad assumere pretese consoni al rispetto di quelle regole che renderanno possibile un vivere civile…

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” (Dino Buzzati)

Ogni mito (ce l’hanno insegnato, fra gi altri, Freud, Jung, Hillman) è, quindi, metafora e dispiegamento di una condizione psichica.

Possiamo osservare come, nelle varie espoche storiche, gli Dei e gli Eroi dell’Olimpo dell’antica Grecia e del suo repertorio scenico ritornino ciclicamente “come sintomi” di desideri e aspirazioni inespresse sul piano del consapevole, dopo essere rimasti lungamente inabissati.

Si passa, così, per indicare l’indisponibilità all’ineluttabilità del destino (e solo per citarne alcuni), dal Foscolo e dal Leopardi, a Garibaldi o a Che Guevara, fino agli sportivi Tazio Nuvolari, Jill Villeneuve e Ayrton Senna da Silva o agli artisti Freddy Mercury e, appunto, Michael Jackson.

Ci spiega la vita, quella che ci presenta il conto “a stato d’avanzamento” che, la favole, servono a dar la spinta ai “sogni” e che, il vero Eroe è quello che comprende la responsabilità della propria Libertà.

A queste condizioni, un Vincitore vale quanto un Vinto. L’importante è averci “provato”.

Cari Lettori, la riflessione sul mito e sul rito (cioè l’insieme delle norme necessarie alla sua “celebrazione”), è importante perché consente di muoversi nel “mare magnum” della cultura. Da che Mondo è Mondo.

Senza la cultura, non potremmo “riconoscerci”, differenziarci, diventare soggetti, trasformarci da esseri puramente biologici in esseri “teleologicamente divini”.

Perché ciò avvenga è necessario, però, che ognuno poi abbia la maturità di vivere una “una sua fetta di autenticità” in modo da sentirsi una fibra originale nella armonia (o disarmonia) dell’Universo.

I miti di ogni tempo, come abbiamo visto prima, sono legati allo sport, al canto, alla attività artistica.

Personaggi in questi campi hanno “agito” per noi, hanno cantato per noi, hanno recitato per noi. E noi ci siamo tanto immedesimati da sentire, sia pure per pochissimo tempo, sensazioni di profonda letizia, sollevandoci da una quotidianità sovente grigia ed umbratile.

La coltivazione del mito deve essere per noi arricchente e non alienante. Sostanzialmente, direbbe la psicoanalisi, è necessario che sia prodromico allo sviluppo maturativo di quel fondamento chiamato “Io”, senza correre il rischio di confinarci nella fantasia irraggiungibile di quello che viene indicato come “ideale dell’Io” perché, altrimenti, l’eroe (o il mito) nel quale ci identifichiamo diventerà il surrogato delle figure parentali importanti, capaci di farci sentire protetti e sicuri, agendo con funzione ”paraeccitatoria”.

Di fatto, ad esempio, è necessario renderci conto del fatto che un cantante diventa “Mito” perché c’è il contributo di consenso di ognuno di noi.

E quindi, per tornare al concetto da cui siamo partiti, è vero che è Michael Jackson che entra nella “storia” ma c’entra con il nostro lasciapassare perché abbiamo ritenuto, in una simbolicità collettiva che ha per tutti rappresentato, in quel momento, ciò che oscuramente sentivamo dentro.

Cari Lettori, qualcuno sostiene che Michael Jackson non sia stato solo un artista di “rottura”. Si è distinto, infatti, anche per innumerevoli attività di beneficenza fra cui, le più celebri sono la “Heal The World Foundation” fondata nel 1992, la “Heal The Kids/Time with Kids” fondata nel 2001, la creazione di un’associazione benefica in supporto di bambini vittime di gravi ustioni e tutti gli ospedali (compreso il Bambin Gesù di Roma) da lui sostenuti.

Nonostante l’acclamazione di star che più di altre si è distinta per le opere di carità dirette all’aiuto dei bambini di tutto il mondo, ha subito l’onta del pubblico ludibrio per una delle accuse più imbarazzanti: pedofilia!

Forse non sapremo mai come sono andate veramente le cose, nelle occasioni “equivoche” della sua vita. Probabilmente si è trattato di un malinteso “ab origine”.

Nella personale Neverland, nessuno si è assunto la responsabilità di avvertire il padrone del vapore che l’età in cui si divide tutto, è quella in cui non si possiede nulla. (Alphonse Karr) e, soprattutto, che ci si mette molto tempo per diventare giovani… ma sul serio! (Pablo Picasso). 

Giubbotti in pelle che hanno fatto storia, spalle imbottite da gladiatore e pantaloni stretti a sigaretta (spesso lucidi) corti alla caviglia a far ben risaltare il calzino bianco immacolato. Anche i guanti, un’icona come lui: quasi sempre uno solo e magari ricoperto di Swarovski o paillettes. 

Gianni Versace ha disegnato per lui l’abito per il video Say say say con Paul Mccartney. Ma anche Roberto Cavalli si è vantato di essere stato uno dei suoi consulenti d’immagine. E per Domenico Dolce e Stefano Gabbana, questo convinto Peter Pan è stata “la colonna sonora di una vita in cui si cerca una porta che si apra per lasciare entrare l’avvenire”.

Il maestro Riccardo Muti, ha avuto modo di esprimersi così: “Quando ero direttore a Philadelphia, negli anni ’80, ho conosciuto Michael Jackson come uno dei cantanti più leggendari e controversi della storia musicale di tutti i tempi. La sua controversa vicenda, le sue debolezze, l’irrequietezza estrema e, alla fine, stremata, mi fanno pensare alle vicende dei grandi castrati barocchi come Caffarelli o Farinelli, oggetti di culto e di una idolatria sfrenata. Spesso vittime di questo culto. Non era né bianco né nero, aveva una voce che non era né maschile né femminile…”

Gabriel García Marquez ha detto che un uomo sa quando sta diventando vecchio perché comincia ad assomigliare a suo padre. Probabilmente, vista la violenza subita da questo genitore, questo può essere stato uno degli inconsapevoli motivi per cui ha tentato di assumere un volto senza identità, lontano dalle proprie radici.

Una fine così precoce è una lezione che ci fa riflettere sulla ricerca della bellezza e della giovinezza a tutti i costi. La sua vita è la dimostrazione che il successo non è necessariamente fonte di felicità”. 

“Mentre cresciamo ci insegnano tante cose: se un ragazzo ti dà un pugno gli piaci, non tagliarti i capelli da sola, un bel giorno incontrerai un uomo meraviglioso e anche per te ci sarà il lieto fine.

Ogni film che vediamo, ogni storia che ci viene raccontata ci insegna di aspettare questo… la svolta del terzo atto, la dichiarazione d’amore inaspettata, l’eccezione che conferma la regola, ma a volte siamo totalmente concentrati sulla ricerca del lieto fine che non riusciamo ad interpretare i segnali, a riconoscere chi ci vuole da chi non ci vuole, chi resterà da chi andrà via. E forse nel lieto fine non è compreso un uomo meraviglioso, forse sei tu, da sola, a rimettere insieme i pezzi ed a ricominciare… per liberarti nell’attesa che arrivi qualcosa di meglio nel futuro. Forse il lieto fine è solo… andare avanti.
O forse il lieto fine è questo sapere che nonostante le telefonate non ricevute e il cuore infranto, nonostante tutte le figuracce e i segnali male interpretati, nonostante i pianti e gli imbarazzi… non hai mai e poi mai perso la speranza”. (Jennifer Connelly)

Cari Lettori, come è nostra abitudine, cerchiamo di concludere l’editoriale con uno spunto muscila che ben si abbini all’immagine di copertina. Queste settimana, abbiamo immaginato un Michael Jackson annuire, convintamente e tristemente, alla poesia in musica di Francesco de Gregori dal titolo “Guarda che non sono io”.

Se è vero, come sosteneva George Orwell, che all’età di cinquant’anni ogni uomo ha la faccia che si merita, è altrettanto inoppugnabile l’evidenza in base alla quale, nella vita tutto si paga ma, ogni tanto, qualcuno si dimentica di darci il resto!

Guarda che non sono io
Quello che stai cercando
Quello che conosce il tempo
E che ti spiega il mondo
Quello che ti perdona e ti capisce
Che non ti lascia sola e che non ti tradisce

Guarda che non sono io
Quello seduto accanto
Che ti prende la mano
E che ti asciuga il pianto

Cammino per la strada
Qualcuno mi vede
E mi chiama per nome
Si ferma e mi ringrazia
Vuole sapere qualcosa
Di una vecchia canzone
Ed io gli dico
Scusami però non so di cosa stai parlando
Sono qui con le mie buste della spesa
Lo vedi sto scappando
Se credi di conoscermi
Non è un problema mio

E guarda che non sto scherzando
Guarda come sta piovendo
Guarda che ti stai bagnando
Guarda che ti stai sbagliando
Guarda che non sono io

Guarda che non sono io
Quello che mi somiglia
L’angelo a piedi nudi
O il diavolo in bottiglia
Il vagabondo sul vagone
La pace fra gli ulivi e la rivoluzione
Guarda che non sono io
La mia fotografia
Che non vale niente
E che ti porti via

Cammino per la strada
Qualcuno mi vede
E mi chiama per nome
Si ferma e vuol sapere
E mi domanda qualcosa
Di una vecchia canzone
Ed io gli dico
Scusami però non so di cosa stai parlando
Sono qui con le mie buste della spesa
Lo vedi sto scappando
Se credi di conoscermi
Non è un problema mio

E guarda che non sto scherzando
Guarda come sta piovendo
Guarda che ti stai bagnando
Guarda che ti stai sbagliando
Guarda che non sono io

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.