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“Se ognuno di noi decidesse di scavare, troverebbe cose preziose. Io, per esempio, vorrei scavare dentro le viscere della terra, per riportare in vita gli affetti a me più cari. Altri, invece scavano per trovare petrolio, oro, antichità o qualche segno di antiche civiltà. La cattiveria di cui siamo capaci, se non stiamo sufficientemente accorti, ci potrà condurre verso un abisso da cui sarà difficile venirne fuori. Forza, allora, scavando tutti assieme, probabilmente, contribuiremo a migliorare questa umanità. (Domenico Blasi – Napoli – 27 febbraio 1992)

Cari Lettori. è un freddo giovedì di 30 anni fa, siamo a Napoli, il  maestrale ( Nord – Ovest) sferza i visi dei turisti che i fratelli Michele e Salvatore Quaranta guidano nelle viscere del sottosuolo, sotto i Quartieri Spagnoli, a conoscere i misteri della città interiore. Fra questi, si aggira Domenico Blasi, poeta contemporaneo, che resta colpito dal fascino delle volte di tufo che hanno alimentato leggende e ascoltato i lamenti dei rifugiati durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale e compone questa bellissima poesia intitolata “lo scavo”

Figli di un’avventura cominciata (pare) quasi 14 miliardi di anni fa quando, un’onda d‘urto tanto spaventosa quanto silenziosa (per via dell’assenza di aria), determinò lo tsunami più grande di tutti i tempi: il “Big Bang”, da cui tutto ha avuto origine.

Ecco chi siamo: pulviscolo di uno starnuto prodotto (secondo le Sacre Scritture) da un Dio furioso e deluso dalla voglia di Conoscenza di un figlio refrattario alle limitazioni e scacciato da un Paradiso ucronico e utopico, con la dannazione (vista la sua iniziale disobbedienza) di dover capire, a proprie spese, il senso del suo procedere nel mondo.

“Quattro cani per strada: Il primo è un cane di guerra, vive addosso ai muri e non parla mai; Il secondo è un bastardo che conosce la fame… la tranquillità e il piede dell’uomo; il terzo è una cagna, quasi sempre si nega, qualche volta si dà e semina i figli nel mondo perché è del mondo che sono figli; Il quarto ha un padrone non sa dove andare, comunque ci va… va dietro ai fratelli e si fida, ogni tanto si ferma ad annusare la vita…” (Francesco de Gregori)

Cari Lettori, a ben riflettere il testo di questa particolare canzone composta nel 1975, esprime abbastanza bene le sfaccettature di quello che possiamo diventare, dopo aver sperimentato la quiete perfetta del periodo intrauterino e il tumulto del travaglio di parto (prologo di un nuovo big bang), passando attraverso la difficile (e continua) scelta fra la curiosità della scoperta (infrangendo nuove regole) e la  voglia di tornare in quel lago privo di increspature che è  stato il sacco amniotico, vero  surrogato del Paradiso Terrestre.

“Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato.  Bene non seppi, fuor del prodigio che schiude la divina indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio e la nuvola, e il falco alto levato”.

Sono versi abbastanza conosciuti di una famosa poesia di Eugenio Montale, che ben individuano una tonalità precipua della nostra esistenza.

Il poeta coglie il male di vivere dei tempi contemporanei ed evidenzia l’angoscia che prova l’uomo di fronte al nulla che minaccia l’esistente, di fronte alla caducità e alla “insignificanza” delle cose, paragonate ora al corso d’acqua che non fluisce tranquillamente, ora alla foglia che si arrotola su di sé, ora al cavallo che stramazza al suolo.

D’altronde, come ci ricorda Massimo Recalcati, nessuna vita umana è fondamento di se stessa; nessuno può proclamarsi originario ma deve sempre risalire a qualche creditore nei confronti del quale ha un debito. Ad iniziare dalla propria nascita e dalle cure ricevute senza le quali, nessuno sarebbe riuscito a sopravvivere.

Si sta. Come d’autunno, sugli alberi, le foglie. (Giuseppe Ungaretti)

In questo andare claudicante, procediamo in un “sordo” dialogo con il nostro inconscio che, ironia della sorte, possiede le coordinate in grado di guidarci a sicura destinazione.

Come di fronte a uno specchio, mediante varie fluttuazioni d’angoscia, proviamo ad analizzare il nostro bisogno di essere individuati, identificati, riconosciuti, orientati nel capire la differenza fra il reale e l’ideale, protetti dalla sofferenza psichica.

Al tempo stesso cerchiamo di capire, di volta in volta, da dove arriva quello strano “dolore” che ci impedisce, alla sera, di chiudere gli occhi con semplicità.

Quindi, ricordiamo, per ciò che ci riesce, le coordinate trasmesse dall’ambiente di riferimento e che contribuiscono a renderci così come siamo anche se, per relazionarci, utilizziamo maschere di comunicazione per edulcorare (a noi e a gli altri) le asperità del percorso e proviamo a prenderci cura di noi tentando di addomesticare i fantasmi del passato in maniera proporzionale alla sicurezza trasfusa da chi ci ha educato.

Cari Lettori, filosofi e poeti in ogni tempo hanno colto la precarietà dell’esistenza ed hanno offerto analisi profonde. Pensiamo, per esempio, a Lucrezio, a Seneca per i tempi antichi, a Leopardi per i moderni.

“Ho voglia di parlarmi e non trovo le parole… Eppure mi parlo, in silenzio… Se dovessi dir di cosa, non saprei, so che l’anima è in subbuglio e non riesco a  interpretare. Già… interpretare… capire… cosa dovrei capire resta  lì, al centro della mente, integro, come il nocciolo di un frutto ancora intatto. E ancora mi domando..” (Stefania Labate)

Ciascuno scopre, sulla propria pelle che la sofferenza e il dolore, in ogni età hanno una specificità tutta propria.

Al giorno d’oggi, per esempio, si appalesa in tutta la sua drammatica paradossalità la risultante della corsa al progresso che risolve problemi pratici ma nello stesso tempo crea inquietudini e sofferenze nelle nostre “fibre” più intime.

Nei drammatici cambiamenti della nostra epoca l’essere umano si sente fortemente precario nel “labirinto della vita” e, come ci insegna Lacan, ha paura quando gli accadono cose che non capisce. Soffre di non capire e, a poco a poco entra in uno stato di panico. È la nevrosi. Nella migliore delle ipotesi.

“In fondo siamo programmati per credere a ciò che non esiste, perché siamo esseri viventi   e non vogliamo soffrire. Allora cerchiamo con tutte le forze di convincerci che esistono cose per cui vale la pena vivere e che per questo la vita ha un senso.” (Muriel Barbery  – L’eleganza del riccio)

La parola, dote basilare degli umani, diventa una via di cura

Per questo, anche nei dolori più grandi, quando diciamo che non ci sono parole, poi ci serviamo di “parole” per aiutare i nostri simili a sopportare il male di vivere, quando si presenta “robustoso e forte”.

Già i tragici greci avevano individuato nella “parola” il farmaco necessario per sopportare l’esistenza.

Perché c’è il male di vivere?  

L’uomo è l’unico animale per il quale, la sua stessa esistenza, è un problema che deve risolvere (E. Fromm)

L’essere umano è condannato alla infelicità, dal desiderio che, Leopardi, chiamava “piacere”.

Si tratta, a questo punto, di capire il distinguo che si crea, in funzione dei diversi livelli di maturità raggiunti.

Partendo dal principio che ognuno vuol soddisfare il proprio desiderio, nelle prime fasi della vita (che, emotivamente parlando, possono manifestarsi anche negli adulti ancora schiavi di un narcisismo  irrisolto) si “pretende” che il mondo esterno, come una simbolica “Madre”, si pieghi ad ogni necessità (come tentativo di ripristinare la quiete intrauterina); man mano che si cresce, si accetta l’idea di dovere affrontare l’angoscia e una apparente e transitoria depressione come unica via capace di condurci oltre l’universo conosciuto.

Succede, però, che se si continua a credere che la felicità e la soddisfazione risiedano nel raggiungimento di un obiettivo e non nelle scoperte del viaggio verso quella meta, ogni volta che otteniamo quello che credevamo di volere, si resta con l’amaro in bocca perché ci si rende conto di desiderare ancora altro.

Come convivere col male di vivere e farne quasi una forza per andare avanti?

La psicoanalisi direbbe che è necessario risolvere il vuoto del lutto delle origini per creare le condizioni di ciò che si chiama “costanza dell’oggetto”.

In altri termini, sentirsi meno orfani e più genitori di sé stessi. Ovviamente, ognuno sceglie la propria strada. Dalla più religiosa a quella più laica, senza trascurare quella teleologica.

“Credo che non sia possibile non pensare teleologicamente. L’evoluzione della Natura è troppo razionale per pensare che soluzioni tanto perfette siano frutto del caso; è meno assurdo supporre l’esistenza di un sottostante piano generale. Dal punto di vista neurobiologico, per esempio, so che da qualche parte c’è una concentrazione di centinaia di migliaia di neuroni che vanno tanto d’accordo e sono così bene organizzati, da comunicare attraverso una determinata frequenza (che noi possiamo rilevare) realizzando, in tal modo, la possibilità di avvertire qualcosa. Ma che significato posso dare al fatto che, questo sviluppo fisico e biologico, dia origine alla vita psichica?” (Otto Kernberg)

Cari Lettori, giunti a questo punto della storia ogni altra aggiunta sciuperebbe la degustazione di quanto letto finora.

E allora?

Proviamo a condensare l’intero contenuto in un racconto che, in buona sostanza, può rappresentare simbolicamente la nostra “traversata” nel mare della vita…

Abbiamo letto, qualche tempo fa, diTitti e Hadengai. Unici naufraghi (insieme ad altri tre sventurati) di 78 disperati imbarcati e turlupinati da mercanti senza scrupoli, su un gommone che avrebbe potuto contenere non più di venti persone.

Abbiamo provato, istantaneamente, un senso di freddo nel centro della nostra anima dove, forse, si incrociano sentimenti contrastanti, rispetto ai fatti della vita.

“Adei”, madre, “Sto andando”“Amlak”, Dio, “Mi hai aiutato”. Questo, probabilmente, avranno continuato a ripetersi mentre scendeva la notte, in mezzo al mare…

A metà del secondo giorno, quando si saranno convinti, magari, di essere quasi arrivati, la barca si ferma. Non c’è più benzina. Non c’è alcun rumore. Tranne quello delle onde. Di giorno il caldo e la salsedine. Di notte il freddo e la paura. E poi l’acqua finisce. E poi anche l’ultima mollica di pane se ne va. Non c’è una bussola.

Ma a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno che può fare niente? Finiscono i fiammiferi, non si vede più niente.

Tutti a guardare il mare.

Cari Lettori, proviamo, per un attimo a spogliarci dei nostri comodi panni e, anche se il mare non è dei più propizi, tuffiamoci e proviamo a raggiungere, a nuoto, quel natante… così, giusto per assaggiare cosa si prova, quando a cena hai solo sale e dolore. Saranno alla quarta notte, oramai. Spuntano delle luci, a sinistra, poi se ne vanno…

Era una nave? Era un paese?

Nei film americani, gli eroi, anche nelle circostanze più avverse, non vanno mai in bagno. Ci avete fatto caso? Qui le cose vanno diversamente. All’inizio ci si vergogna anche per i bisogni più elementari, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi, in mare.

Poi man mano che cresce l’ansia e anche la disperazione, ti lasci andare anche in quello. Se il settimo giorno Dio, dopo aver creato il Mondo, ha sentito il bisogno di riposarsi, sul gommone della morte, un moderno Amistad (la nave che nel 1839, trasportava schiavi e buttava a mare il soprappeso umano… ancora “vivo”!) chiude gli occhi Haddish, che ha vent’anni.

Ed è solo il primo.

“E’ arrivato – dice, all’alba, Ghenè – noi siamo in viaggio e lui è arrivato”. Mi piace immaginare che Yassief si sia portato in barca una Bibbia. Allora, forse, è arrivato il momento di aprirla e di leggere i Salmi: “Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera”.

Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia.

Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici. E si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l’acqua di mare. Titti non l’ha bevuta solo per il gusto insopportabile: si bagna le labbra continuamente. Poi, Hadengai ha l’idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile: pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere.

Lo fanno anche le donne, però di notte.

Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono. Li guarda e se ne va. Qualcuno che non vuole problemi. Nel frattempo, per i naufraghi, non c’è la sceneggiatura di “Cast Away”, manca Zemeckis che consente a Tom Hanks di solcare l’oceano con una zattera di fortuna. Qui c’è un regista più “grande”: Dio, appunto. Ma molto meno fantasioso.

Cari Lettori, cosa proveremmo, noi, arrivati a questo punto?

L’acqua è un’ossessione e, intanto, pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t’importa più.

“Ora, quando arriva la morte butteranno giù anche me. Spero che mi chiudano gli occhi“. Ti è rimasto solo questo, da pensare.

Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più. Non sai più dove finisce l’incubo e comincia la realtà. Però c’è un vantaggio: ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.

“Persa” l’Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così! Se abbiamo resistito, potremo accorgerci che, la diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte,“Adei, Amlak, semai, bahari, meut”. Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola “aiuto”.

Ancora un giorno, poi una notte. Forse. Poi. Tutto sarà finito.

E invece arrivano degli uomini bianchi, di bianco vestiti. Motovedette italiane con, a bordo, Uomini che non passano il tempo a blaterare: pattugliano e aiutano.

Noi Italiani (lasciatecelo dire), siamo anche questo!

E a bordo del gommone? Cinque su settantotto. Questo è ciò che è rimasto. Il biglietto di rimpatrio, visto che l’Unione Europea, spesso adottato la politica del respingimento, questa volta costerà poco. Forse niente: con molta probabilità otterranno l’asilo politico. A questo punto potremmo parlare della necessità di aiutare tanti disperati direttamente sul posto, sul luogo d’origine. Potremmo discettare di quante risorse si sprecano, in nome di un consumismo inutile e distruttivo… preferiamo ricordare un vecchio adagio che recita, pressappoco così: “Ognuno per sé ma Dio per tutti”

“Nel bel mezzo dell’inverno ho infine imparato che vi era, in me, un’invincibile estate”. (Albert Camus)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.

Un suggerimento: giunti alla fine di questa passeggiata esistenziale vorremmo che ascoltaste (magari a occhi chiusi) la bellissima “poesia” in musica che, Francesco de Gregori, pare abbia dedicato all’amico Robin Williams.

Lascia che cada il foglio

Dove sta scritto il nome
Non ci si può bagnare per due volte nello stesso fiume
È un riflesso sull’acqua
Una bolla di sapone
E alla fine del libro non c’è spiegazione

Ho viaggiato fino in fondo nella notte
E stava nevicando
E ho visto un grande albergo con le luci spente
E ho avuto un po’ paura
Ma nemmeno tanto
La strada andava avanti
Ed io slittavo dolcemente

Lascia che cada il foglio
Dove sta scritto il nome
E metti un palio
Al mio dolore
E non guardare il tempo
Il tempo non ha senso
Domani sarà tempo
Di cose nuove

Ho viaggiato fino in fondo nella notte
Senza guardarci dentro
Senza sapere dove stavo andando
E alle mie spalle il giorno
Si stava consumando
Ed ho provato un poco di tristezza
Ma nemmeno tanto

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