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Questo articolo, terminato di scrivere il 31 agosto 2008, “narra” di introspezioni sul senso della vita stimolate dalla lettura (nelle notti d’estate presso l’Oasi dei Celti, su quel ramo del Lago di Como da dove Lucia Mondella diede l’addio ai monti) del libro di mio fratello Mariano “Memorie di Jonathan”. In un periodo come questo, particolarmente carico di odio, si è ritenuto importante riproporre uno scritto che invita al piacere della Pace con se stessi e col prossimo. Nel rispetto di se stessi e del prossimo.

BUONA LETTURA

“Allora, pensi di saper distinguere il paradiso dall’inferno, i cieli azzurri dal dolore. Sai distinguere un campo verde da una fredda rotaia d’acciaio? Un sorriso da un pretesto? Pensi di saperli distinguere? E ti hanno portata a barattare i tuoi eroi per fantasmi? Ceneri calde con gli alberi? Aria calda con brezza fresca? Un caldo benessere con un cambiamento? E hai scambiato un ruolo di comparsa nella guerra con il ruolo di protagonista in una battaglia? Come vorrei che tu fossi qui. Siamo solo due anime sperdute che nuotano in una boccia di pesci anno dopo anno; corriamo sullo stesso vecchio terreno. E cosa abbiamo trovato? Le solite vecchie paure. Vorrei che tu fossi qui” (Vorrei che tu fossi qui – Pink Floyd – 1975 – Testo tradotto)

“Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono” (Jorge Luis Borges)

Chissà perché i pesci vanno a morire lontano da occhi indiscreti! È il 22 luglio 2008, sono le ore ventuno. La terrazza della Pellegrini Editorea Cosenza, è piena in ogni ordine di posto. Non credevo (presuntuoso e, a volte, un po’ arrogante) che tanti cervelli potessero avere così interesse per la presentazione di un libro, quello di mio fratello Mariano: Memorie di Jonathan.

“Momenti di vita…attimi di deserto… attraverso tempo e spazio… tra realtà e fantasia”. Il moderatore della serata (un giornalista della RAI, esperto di arte e letteratura) lo propone come un’altalena fra romanzo formativo e saggio storico – antropologico. Un viaggio durato dieci anni che mostra il meglio della cultura Islam, in fatto di tolleranza, saggezza, pazienza e costanza.

Ma, gli Arabi, non erano gli “inventori” della Jihad contro gli infedeli dell’occidente? E il burka imposto, fin dall’adolescenza, ad ogni donna che voglia evitare problemi con i “guardiani della rivoluzione”? Troppo scontate le critiche mosse da alcuni che stentano ad accettare quanto l’autore propone, in termini di pace e fratellanza.

I viaggiatori non han mai detto pur una sola bugia, per quanto gli sciocchi che se ne restano a casa rifiutino di prestar loro fede. (William Shakespeare)

Percepisco di essere un ignorante stressato, costretto in uno schema che non gli appartiene… anche se le incombenze le porta avanti fino in fondo. Che strano, accarezzo la bella copertina (una tavolozza di colori fantastici) e, dalla carta patinata, assorbo frequenze elettromagnetiche rilassanti. Un dubbio. Che mi senta un salmone? Una di quelle macchine da lavoro che risalgono i fiumi, prendendo energia da ogni dove, per compiere il loro “dovere”…

Jonathan. Chissà perché mi viene in mente Ambrogio Fogar, forse perché è un esploratore italiano contemporaneo che ha rischiato nei cinque continenti, alla ricerca di qualcosa cui dare un senso. Un galantuomo e una brava persona. Come mio fratello, in fondo.

Due sentimenti contrastanti. Più leggo più è come se questo linguaggio mi appartenesse (ma chi lo ha scritto: io o lui?). più “assorbo” e più mi accorgo che questo libro è difficile. Scritto bene, dialoghi discorsivi. Troppo distante da me in questo momento. Ecco la verità.

“Voi uomini non avete ancora imparato ad avere fiducia nel futuro e neanche in voi stessi; così vi rifugiate nel vostro passato e negli eventi più tristi; non ti sembra che questo continuo rintanarsi, alla fine, rappresenti solo una banale scusa per giustificare la paura verso ciò che dovrà accadere?” (Pagina novantotto)

Oltre, proprio non riesco ad andare.

Da dove arrivano i pensieri? Nonostante i progressi delle scienze, questa domanda resta ancora inevasa. Forse esiste un luogo dove sono riposti tutti i pensieri del mondo e quelli di ciascuno di noi. Quando hai consumato i tuoi pensieri o quando ti siano venuti a noia, chiami il centralino del deposito e te ne fai mandare altri nuovi di zecca. È così che funziona? Mah! Rilke ha scritto che esiste un magazzino di facce. Quando sei stufo di quella che hai fin dalla nascita, vai al magazzino, butti via la tua e te ne scegli un’altra. La stessa cosa potrebbe avvenire per i pensieri. Però rimane una domanda: perché un pensiero ti arriva e non prima né dopo? Arrivano all’improvviso, quando meno te l’aspetti. A me, la maggior parte arriva la notte…quando mi sveglio. ( Eugenio Scalfari – L’uomo che non credeva in Dio – Einaudi Editore 2008)

Ecco, benché io sappia rispondere abbastanza bene a questo interrogativo (bello, liricamente parlando ma forse un po’ ingenuo sul piano scientifico), questo stile mi attrae di più. Crepuscolare, lievemente malinconico, conflittualmente catartico. 

Jonathan è troppo positivo Alla stregua di un fanciullo osserva le meraviglie del mondo “con il naso per aria davanti alle luci di un grande albero di Natale” come Luca Cupiello (di de Filippiana memoria) che si inerpica, oniricamente, sulle montagne del “suo” presepe per tornare bambino e incontrare un Gesù piccolo piccolo che tende le braccia ad un mondo bisognoso di affetto, comprensione, accettazione. Pace.

“Perché voi uomini credete nell’eternità degli eventi. Solo che “il per sempre” non esiste ma voi, testardi, continuate ad inseguirlo mentendo a voi stessi e rimanendo delusi quando la magia del momento viene interrotta dal lavoro alchemico e incessante degli eventi” (Pagina centootto).

JPG. Acronimo che identifica una modalità che consente di fissare, digitalmente, immagini indelebili, anche in Internet. Una sorta di “avviso ai naviganti”. Jonathan – Pasqualino (Germani) – Giovanni (Russo). Tre alchimisti esoterici.

Esoterismo. Già! Ma che vuol dire? È una di quelle parole il cui significato lo hai sulla punta della lingua ma ti sfugge, ineffabilmente. Un po’ come la vita.

Il termine deriva dal greco esoterikos, interno. Nel linguaggio filosofico questa parola caratterizza l’insegnamento riservato dagli antichi filosofi greci, specialmente da Pitagora e Aristotele ai soli discepoli, in contrapposizione ad exoterico, con il significato di “esterno”, destinato cioè ai profani, ovvero a quanti non erano iniziati alla comprensione del linguaggio degli adepti. Exoteriche erano definite le lezioni della scuola peripatetica di più facile ascolto, da cui l’attributo passò poi alle opere aristoteliche destinate al grosso pubblico.

Nel 1992 Antoine Faivre, titolare della cattedra di “Storia delle correnti esoteriche nell’Europa moderna e contemporanea” all’EPHE di Parigi, ha proposto la prima definizione storico – religiosa della nozione di esoterismo. Secondo Faivre (che, metodologicamente, circoscrive la sua analisi all’ambito delle correnti moderne e contemporanee dell’Occidente) è esoterica ogni dottrina e forma di pensiero che si basi sui quattro principi seguenti:

  • l’esistenza di una corrispondenza analogica tra il microcosmo e il macrocosmo (l’uomo e l’universo sono l’uno il riflesso dell’altro);
  • l’idea di una natura viva, animata;
  • la nozione di esseri angelici, di mediatori tra l’uomo e Dio, ovvero di una serie di livelli cosmici intermedi tra la materia e lo spirito puro;
  • il principio della trasmutazione interiore.

A questi quattro principi fondamentali vanno aggiunti i due seguenti, considerati complementari:

  • la pratica della confluenza delle fonti dottrinali;
  • il principio della trasmissione iniziatica.

17 Agosto 2008. Sono le ore 21. Mi trovo nell’Oasi dei Celti, su quel ramo del Lago di Como da dove Lucia Mondella (ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni) diede l’addio ai monti, per sfuggire dalle grinfie di un tiranno che voleva sottrarla ad una vita insieme al suo amato Renzo Tramaglino.

Sul patio di questo Residence con panorami che ti ricordano che la Natura va al di là di quello che puoi percepire solo con lo sguardo, anch’io, in fondo, sto tentando di eludere la sorveglianza dei miei custodi (l’etica e la morale) che rendono accidentato il cammino sulla via della logica e delle leggi di Natura.

La nostalgia è il rimpianto di un passato che è stato e non può più tornare. La malinconia è diversa: è il rimpianto di ciò che non è stato ma che sarebbe stato possibile, di un’altra vita non vissuta, di un amore che ti ha sfiorato senza fermarsi… di un te stesso che avresti voluto essere e non sei stato. (Eugenio Scalfari)

Perché il vento affascina così tanto? 

Giovanni Agnelli lo apprezzava perché non lo si può comprare; don Chisciotte (don Quijote de la Mancha) lo cercava per individuare i mulini a vento che, nella sua fantasia, si trasformavano in giganti dalle braccia rotanti; per Jonathan è il “padre” di tutte le cose; io, pragmaticamente, lo vedo come un veicolo di informazioni generato da differenze di temperatura (di per sé, un’informazione) che consente lo slittamento della fasce laminari di cui è composta l’atmosfera terrestre.

Vento, Allah cui doversi “inchinare” come grande architetto dell’universo (ricorda un po’ il G.A.D.U. massonico): a me dà fastidio pensare che “non si muove foglia che Dio non voglia”. Parteggio per il libero arbitrio.

Per me, Dio muore quando scopri di averlo inventato solo per sfuggire alla paura della morte intesa come buio e freddo: polvere di “nulla”. In realtà, non è un’idea originale. Tra gli altri, lo hanno sostenuto anche Nietzsche (in Zarathustra) e Leopardi (nel Cantico del gallo silvestre).

E perché non ho paura della morte (anche se un po’ mi scoccerebbe andarmene senza aver portato a termine un bel po’ di altri progetti)? 

La vita è un breve percorso che si svolge sotto l’incubo della morte. Per superare quell’incubo, la natura ci fornisce segmenti di senso insiti nella nostra naturalità di animali socievoli, coscienti, abili, operosi Eugenio Scalfari).

Insieme a Jonathan, in compagnia dei cigni celtici, rifletto su una realtà inequivocabile: di fatto, la morte, sul piano scientifico, non ha senso considerarla come elemento di caratterizzazione terminale.

 Esiste, semmai, unicamente, una cosa bellissima chiamata vita, che si estrinseca attraverso tutto ciò che, a seguito di opportune “informazioni”, si muove finalisticamente (per produrre qualcosa).

Ogni elemento esistente in Natura, sul piano “animale”, “vegetale” o “minerale”, possiede una strutturazione organizzata in forma atomica che consiste in un insieme di elementi che trasportano (mediante un movimento caratterizzato da “spin”, “frequenza” e “lunghezza d’onda”) i dati necessari a caratterizzare ciò che ha un senso in termini operativi.

Se ci munissimo di un microscopio (che, purtroppo, al momento ancora non esiste) tanto potente da consentirci di osservare ciò che accade nel cuore della vita, cioè negli atomi del nostro DNA, ci renderemmo conto del significato vero del termine “miracolo dell’esistenza”.

Infatti ci accorgeremmo che, variando elementi infinitesimali (come protoni e neutroni), si modificherebbe in maniera sostanziale il risultato finale… basta poco, infatti, per trasformare un corpo solido in un gas… 

Questa è la vita: un’informazione basale! E questo non può essere distrutto, ma solo ricombinato!

Abdus Salam (Fisico pakistano, premio Nobel 1979) parlò per primo del fatto che tutto l’Universo si regge su otto particelle fondamentali (sei tipi di quark, un elettrone e un neutrino) che si aggregano e disgregano in continuazione.

Ecco cosa siamo!

Flussi particelle che, quando si aggregano in un certo modo ci danno la possibilità di essere come siamo, pensare, agire, amare.

A queste condizioni possiamo concludere che, in definitiva, di noi non muore nulla. Può cambiare l’aggregazione che ci rende possibile la strutturazione in quel tipo di corpo fatto di particelle che, a un certo punto, “rientrano” nell’ambito di un contenitore più ampio che ci “contiene” tutti.

Infatti, sono in molti a pensare “laicamente” che il patrimonio delle nostre conoscenze, quello che impariamo man mano che andiamo avanti, possa venire disperso con la disaggregazione cerebrale post mortem.

È suggestivo (e non peregrino) ipotizzare che potrebbe essere utilizzato per ricombinare la “base” di altri esseri umani. Non è tanto un concetto di metempsicosi (reincarnazione) ma qualcosa di più tecnico e scientifico. Respiriamo, mangiamo e beviamo, atomi (di aria, cibo e acqua) che, in fondo, trovandoci in un sistema “chiuso” (l’atmosfera terrestre) provengono dalla disgregazione di altre forme viventi esistite prima di noi e che finiscono per far parte dei nostri atomi e influenzare la costituzione delle nostre cellule gametiche (spermatozoi e ovuli).

A tal proposito. C.G. Jung parlavo di un Inconscio Collettivo inteso come il risultato di milioni di anni di esperienze condivise…

Quando nasciamo (sotto forma di zigote), riceviamo in “dote” un pacchetto energetico (che si genera dalle reazioni nucleari intracellulari) in leasing, da “restituire” al termine del nostro ciclo di esperienza terrena. Possiamo ipotizzare che l’obiettivo di madre Natura sia quello di “utilizzarci” nell’aspettativa di un “ritorno migliorativo”. 

Questo è il senso della vita. Per me.

Cioé, con le esperienze che portiamo avanti (studio, lavoro, rapporti interpersonali, etc.), “evolviamo” l’energia a disposizione (magari rendendola sempre più “ottimizzata”) e poi la restituiamo. Potrebbe essere questa, la base da cui trae spunto l’evoluzione globale dell’ambiente, per cui ogni generazione si ritrova più “avanti” della precedente. 

Sarebbe questo, in fondo, il motivo per cui siamo chiamati a vivere: evolvere e condividere.

Tra l’altro, sul piano puramente “energetico”, riusciremo ad “entrare” nella mente delle persone sotto forma di ricordo di noi, tanto più difficile da cancellare quanto più siamo considerati punti di riferimento positivi o, addirittura, elementi di identificazione: 

Riusciamo a diventare addirittura “pulviscolo mnemonico”!

Dalle mie parti, chiamare qualcuno “picaro” equivale ad offenderlo. E torna il vento che accarezza il mio volto.

Noto come romanziere, saggista e giornalista politico, Rafael Sanchez Ferlosio ha scritto, nel 1952, Imprese e vagabondaggi di Alfanhui, divenuto un classico della letteratura spagnola. Il libro racconta la scoperta del mondo da parte di un bambino che attraversa la Castiglia in compagnia di vari animali. Si tratta di un viaggio in cui il bambino accumula una serie di esperienze che gli permettono di costruire la propria identità, diventando il maestro di se stesso.

La sua capacità di intuizione e la sua sete di comprendere, gli consentiranno di cogliere aspetti delle cose che sfuggono agli occhi degli adulti. La storia è un contenitore di tante storie in cui si intrecciano: fiaba, avventura, umorismo, fantascienza. Il romanzo riprende le antiche tradizioni picaresche trasfondendole in un clima fantastico.

Il brano più bello si chiama “il vento e l’olmo”: un olmo imprigiona e libera i venti, per offrire frescura e spunti di riflessione per gli abitanti di un villaggio.

Che stagione, l’adolescenza. Senti di poter essere tutto e ancora non sei nulla. E proprio questa è la ragione della tua onnipotenza mentale: sei un dilettante di tutto. ( Eugenio Scalfari)

Nei sistemi “ontologici teisti”, con il termine Dio (dal latino deus, che vuol dire “splendente”) viene indicata una entità soprannaturale, considerata dal punto di vista ontologico come trascendente e immanente, il cui rapporto con l’essere umano, interpretato diversamente a seconda dei vari tipi di credo, prende il nome di religione.

La radice indoeuropea, da cui viene “divus” e successivamente “dio”, significa “luce”. Tale appellativo dell’Essere infinito ed eterno si spiega con il fatto che, sin dall’antichità fino ai giorni nostri, chi ha fatto esperienze di dio, le ha sempre caratterizzate come esperienze di “luce”, oltreché di beatitudine, gioia e pace.

Diversa era la concezione dei greci per la Natura, all’origine del pensiero occidentale. Ogni elemento e ogni luogo era una divinità: il monte, il torrente, l’albero, il fulmine, le costellazioni. In questa visione politeista, ogni Dio nasceva da un’occhiata sul mondo. E al di sopra di tutto… il fato. Natura, sive Deus: Natura, cioè Dio. Ma noi occidentali, quando è che siamo stati separati dalla natura? Forse quando l’angelo con la spada ci ha scacciato dal Paradiso, scaraventandoci nella Storia. Da quel momento è scomparsa l’innocenza e, al suo posto, si è installata la coscienza: il pensiero che pensa se stesso e il se stesso che costruisce l’io (Eugenio Scalfari)

L’ultima volta che mi sono rivolto a Dio, avevo quindici anni. Poi, un tunnel fatto di dubbi, conflitti e negazioni. Per me, ora, Dio è dappertutto In fondo io credo in ciò che è il risultato di quanto ha determinato l’Universo con tutte le sue leggi. La mia preghiera consiste nell’osservare (o, quanto meno, adoprarmi sempre meglio) il rispetto delle del senso più profondo delle Leggi di Natura.

“Tra la notte e il giorno, il bianco e il nero, l’alba e il tramonto, l’inizio e la fine. L’immenso cielo sembrava incorniciare quelle due figure eteree, una sorta di re e di regina di un’invisibile scacchiera chiamata vita” (pagina centodiciassette). 

Una sorta di due numeri primi.

I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti, tra due… ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari… tra i numeri primi ce ne sono alcuni più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi, anzi, quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43… Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l’uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che, per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove. Finché non li scopre (Paolo Giordano – La solitudine dei numeri primi – Mondadori Editore – 2008)

mi sono confrontato con questo libro (la solitudine dei numeri primi, appunto) in un pomeriggio, con l’occhio critico dell’esperto di settore. Non mi riferisco al campo editoriale (ovviamente) ma a quell’ambito psicologico che, di fatto, è casa mia. Ebbene, una bella descrizione di due fallimenti esistenziali. Per essere un fisico matematico, il corpo del suo racconto e asimmetrico e sbilanciato. Troppo ricca di particolari la componente “clinica”, assenti le vere motivazioni. Se non nutrissi rispetto e ammirazione nei confronti di chi si applica alle materie scientifiche (come l’autore, appunto) direi che è stato “piluccato” altrove.

Jonathan, invece, non offre spunto alcuno che possa manifestare inclinazioni negative o conflittuali. Solo positività e ricerca interiore. Giovanni Russo, più volte mi ha ripetuto che se fai credere alla gente che sa pensare, sarai osannato; nel caso in cui, invece, la costringerai a riflettere, sarai avversato. Credo che mio fratello non vincerà alcun premio letterario. Se quello è il prezzo da pagare, è molto meglio che rimanga “puro”.

Più affondo i miei neuroni nella trama di Jonathan è meglio si chiarisce il suo concetto di Islam come “sottomissione” a Dio come ente supremo che traccia le linee perché il mondo sia mondo! Riesco anche ad essere d’accordo. All’occhio attento di chi riflette in maniera adeguata, anche la Jihad contro i nemici dell’occidente, può essere interpretata come “intima schermaglia di ogni individuo per il conseguimento della purezza spirituale e dell’illuminazione” (pagina centosettantaquattro).

Eraclito e Parmenide con la teoria degli opposti che si attraggono per tendere all’equilibrio hanno anticipato il concetto che la fisica chiama “annichilazione”. Particella e antiparticella che si cercano e, quando si incontrano si “abbracciano” portando in equilibrio le cariche elettriche e trasformandosi interamente in energia, con emissione di luce intensa. Guarda caso, torna l’assioma luce – Dio / equilibrio & armonia.

Inshallah!

Ho “incontrato”, un po’ di tempo fa, un interessante racconto riportato da un Blog, su Internet:

Per quel che può valere, in questi giorni di grandi movimentazioni diplomatiche e politiche, guerre insensate che minacciano di diventare davvero serie, questa mattina mi è accaduta una cosa davvero singolare.

Ero in spiaggia, in compagnia di mio marito, comodamente sdraiata sul mio lettino da sole, con una fantastica limonata fresca e, sotto l’ombrellone, sonnecchiavo tra un bagno e l’altro nel limpidissimo e bellissimo mare siciliano.

Improvvisamente mi scuote dal mio torpore un uomo con gingilli di tutti i tipi: collane appese attorno al collo, zaino a spalla pieno di cavigliere, ciondoli, bracciali.

Mi chiede se voglio comprare, sorrido e dico “Vediamo un po’ cos’hai”. In realtà cose molto belle anche se non ero interessata a comprare nulla.

Abbiamo iniziato a conversare.

Era un Indiano, musulmano, ed alla fine ci siamo messi a discutere su come è arrivato qui sul lavoro pesante; mi ha spiegato che vuole andare a Milano per conoscere Sonia Gandhi, la nipote del Mahatma, parliamo della situazione in India delle guerre nel suo paese, del Tibet e di sua Santità FDalai Lama che di cui lui ha sentito parlare molto anche se è musulmano.

D’impulso mi viene spontaneo chiedere “Vedo che hai molto caldo, vuoi un po’ d’acqua da bere?”.

Ed ecco la sua reazione offesa “Io compro, io posso comprare acqua per mia sete”.

Gli spiego che non lo faccio perché lui avesse bisogno del mio aiuto: “So bene che puoi comprarti l’acqua, ma io voglio comprare una bottiglia d’acqua fresca per te. Accetti?”

Dapprima titubante, alla fine mi dice “Grazie, accetto”.

Dopo averne bevuto un bicchiere mi dice “Gradisco che tu tenga bottiglia, potresti avere sete”.

Con un sorriso timido, aggiunge: “Grazie signora; tu hai aiutato me, Allah, che è grande, aiuterà te”.

Mi è venuto in mente un brano dei nostri Vangeli: “Date da bere agli assetati, date da mangiare agli affamati, vestite chi è nudo e prendetevi cura di chi è malato. Chiunque avrà fatto questo al più piccolo dei suoi fratelli l’avrà fatto a me”.

Mi chiedo quale sia la profonda differenza che c’è tra il nostro Dio ed il Dio dei Musulmani: quale profonda differenza c’è tra i popoli e tra le genti?

Lasciamo stare gli estremisti i folli che uccidono in nome di Allah, quella è tutt’altra storia ma … quanti crimini sono stati commessi durante le Crociate per liberare la Terra Santa dagli Infedeli?

Quanti crimini ha commesso la chiesa in nome di Dio?

Che differenza c’è tra ora ed allora se non le diverse modalità di attacco e uso di armi di distruzione di massa?

Sia chiaro che io non approvo assolutamente quello che sta accadendo in questo momento in Libano: mi inquieta la posizione della Siria e dell’Iran; non approvo gli attacchi terroristici e mi chiedo se davvero si combatta in nome di un Dio ovvero solo per appagare umanissime seti di ambizioni senza il minimo scrupolo ed il minimo senso di pietà per le migliaia di innocenti che muoiono senza sapere perché.

Se davvero c’è Dio, Allah, Jahvè o come lo si voglia chiamare … non può che inorridire di fronte agli scempi che si stanno ponendo in essere.

Perché, davvero, l’uomo non comprende che non ci sono guerre sante? Che non possono esserci dal momento che, in fondo, siamo tutti uguali e non esiste alcuna differenza tra me, cattolica, un musulmano, un Indù o un Buddhista?

La più grande ed atavica ipocrisia che nel mondo possa essere stata perpetrata, è combattere e fare stragi in nome di un Dio.

Gli uomini si dividono in due categorie: i giusti e gli ingiusti. Ma siamo sicuri che la divisione sia fatta dai giusti? (Oscar Wilde)

“Ghadames ha rischiato di morire perché il governo ha deciso di trasferire gli abitanti in un agglomerato moderno ma privo di tradizione, storia e anima” (Pagina centosettantasette).

 Ilozoisticamente, i vecchi del luogo, pur obbedendo a quanto ordinato, sono tornati tutti i giorni per accudire come si può fare con una pianta delicata, case e balconi, tenendogli compagnia nel momento più difficile, quello della parabola che decresce verso il Nadir della vita: il crepuscolo del tramonto. Una cura senza accanimento terapeutico, però. Una tazza di the mentre ci si racconta un po’ di passato che resta presente, un po’ di preghiera nella moschea: insomma, tutto ciò che permette di sopravvivere per giungere a noi.

Tutto in una notte che schiarisce verso il giorno. È crepuscolo, si… ma come prodromo dell’alba. Che belle stelle, che bei pensieri: provo a fermarne qualcuno

Cos’è la Malattia

“La malattia non è una crudeltà in sé, né una punizione, ma solo ed esclusivamente un correttivo, uno strumento di cui la nostra anima si serve per indicarci i nostri errori, per trattenerci da sbagli più gravi, per impedirci di suscitare maggiori ombre e per ricondurci alla via della verità e della luce, dalla quale non avremmo mai dovuto scostarci” (Edward Bach).

Cos’è la Napoletanità (e la religiosità)

Napoli è grande, immensa (così come la religione), non si sa dove comincia dove finisce: un insieme di paesi da Pozzuoli a Castellammare di Stabia… un unico e continuo susseguirsi di case, popoli diversi, dialetti diversi, culture diverse. Diventa impossibile generalizzare. Un valore medio, comunque esiste di sicuro. Difficile da calcolare ma esiste. Il fatto, però, è che, chi giudica, di fronte ad una materia così opinabile finisce, magari in buona fede, per farla coincidere con quella che vorrebbe che fosse. Napoli è una mazza, come quelle che si usano per suonare i gong. La mazza è sempre la stessa ma il suono che ne esce è diverso perché sono diversi i piatti che rimbombano. In altre parole, noi siamo i piatti che rimbombano e non suoniamo ma siamo suonati. Per sapere cosa è la napoletanità, a questo punto, dobbiamo accontentarci del giusto mezzo dei suoni prodotti. (Luciano de Crescenzo – Storia della filosofia Greca – Mondadori editore )

Ira e indulgenza

Plutarco (discepolo di Ammonio e “abbeverato” alla dottrina di Platone), considerato uno dei pensatori più illuminati e moderni, pur essendo nato nel 46 dopo Cristo, fu profondamente umano e molto indulgente con gli schiavi e, se a volte li puniva, dopo si convinceva che, in fondo, era meglio che peggiorassero loro piuttosto che egli stesso per via della collera che lo spingeva a castigarli. Gellio, però, racconta che un giorno, mentre faceva frustare uno schiavo, questi gli rinfacciò quello scatto d’ira, ricordandogli come biasimasse nei suoi scritti quel sentimento; al che, lui calmo e candido, rispose: “Ho forse il viso infiammato? Mi è forse sfuggita una parola di cui debba vergognarmi? Sono questi i segni dell’ira che non si convengono agli uomini saggi!” E poiché l’aguzzino, nel frattempo, s’era fermato, gli disse: “Continua pure il tuo ufficio, mentre io e costui discutiamo”.

La lunghezza del tempo

“Quando è ricco di presenze e di avventure, il tempo ti fugge dalle dita: un attimo incalza l’altro e lo spinge indietro nel passato, mentre l’attimo futuro ti piomba addosso con la velocità della luce. Ma, quando lo rivisiti nel ricordo, quel periodo della tua vita ti sembrerà infinitamente lungo, a misura dei fatti e degli incontri che lo hanno costellato”.

La gabbia dell’Io

“Cos’è l’io? Paul Valèry, in una sua opera, aveva chiuso la questione – l’io è una superstizione che si estende al cappello, al bastone, alla donna di qualcuno… e comunica loro un carattere sacro, seguito dal possessivo. Il mio male, il mio nemico. Questo io tocca tutto, si impiccia di tutto. Chi si libererà di questa parola? Ci sono, tuttavia, dei pazzi che hanno la saggezza di parlare di se stessi in terza persona. Tutti gli altri sono dei posseduti, abitati da uno spirito maligno che pretende di chiamarsi io – Insomma l’io non esiste. È una caricatura, una maschera, una bandiera. Una gabbia. Un capriccioso dittatore. Oppure un prigioniero?” (Eugenio Scalfari)

il sole sorge a Est. 

Lo vedo fissarmi al di là della corona di monti che raccoglie il lago di Como. “Ti chiedo di non dimenticare ciò che hai visto, di non dimenticare ciò che ti ho insegnato, quello che hai vissuto tra le dune di questo deserto e di questo libro” (pagina centonovantaquattro).

Caro fratello, che bello poter danzare tutti, in punta di piedi per “andare” e “tornare” in questa armonia che, in fondo, è la vita. 

“allora, forse, qualcuno riuscirà a trovare un sostegno, qualcun altro un po’ di conforto, altri ancora uno stimolo per continuare sul lungo e faticoso sentiero che conduce verso la luce” (Pagina duecentoquattro).

“Se è stata una vita piena, se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità, se hai conosciuto amore e dolore, se hai accettato i tuoi limiti ma hai utilizzato tutte le valenze vitali delle quali disponevi, se non hai prevaricato, se, infine, non sei stato avaro di te stesso; questo vuol dire aver fatto i conti con la vita… e con la morte” (Eugenio Scalfari)

Credo che i pesci cerchino il punto migliore per andare nell’oltre che li accolga, con la dignità di un cadetto e l’orgoglio di chi sa di aver compiuto, fino in fondo, quello che doveva essere fatto. 

Ogni uomo ha la sua pagina bianca… io credo di avere scritto molto, anche se non tutto. Un grazie all’autore, perché mi ha “costretto” a pensarci.

Dorio (Lecco) – Lago di Como – Agosto 2008

P.S. Caro Mariano… bravo. Ma veramente. Io non sarei stato capace di comporre questa partitura in maniera altrettanto efficace!

“Quando bevi acqua, ricordati della fonte” (Proverbio Cinese)