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Dai filosofi della natura al primo dei tre più grandi filosofi dell’antichità : Socrate.

Socrate è forse il personaggio più enigmatico di tutta la storia della filosofia. Sebbene non lasciò neanche uno scritto, fu uno dei filosofi che maggiormente influenzarono il pensiero occidentale.

Nacque ad Atene il 470 o 469 a.C. e trascorse la maggior parte della sua vita nelle strade e nelle piazze, conversando con la gente che incontrava, egli, infatti diceva :

” La campagna e gli alberi non possono insegnarmi alcunché, mentre imparo dagli uomini in città.”

Durante la sua vita ebbe fama di personaggio misterioso, enigmatico e ambiguo.

Le fonti lo descrivono come un uomo molto brutto, ma interiormente aveva molti contenuti.

La vita di Socrate è nota attraverso gli scritti di Platone, che fu suo allievo, e divenne a sua volta, uno dei più grandi filosofi della storia.

Platone scrisse molti dialoghi, o conversazioni filosofiche, nei quali si serviva di Socrate, come suo portavoce, ma non è certo che alcune affermazioni che egli fa pronunciare a Socrate, si possano attribuire allo stesso, pertanto, è assai difficile distinguere l’insegnamento di Socrate da quello di Platone.

L’immagine che Platone ha trasmesso del suo maestro, ha, comunque ispirato i pensatori occidentali per quasi duemilacinquecento anni.

Ciò che caratterizzava Socrate e che ne ha decretato anche la sua fama era l’arte del dialogo.

Questo grande filosofo non si poneva come colui che volesse istruire gli altri, ma al contrario dava l’impressione di voler lui stesso imparare da quelli con cui parlava. Non si occupò quindi dell’insegnamento come un qualsiasi altro maestro, Lui dialogava.

Socrate si definiva un “filosofo” nel vero senso della parola, perché diceva che “il filosofo è consapevole del fatto di sapere molto poco, e per questo cerca di raggiungere il vero sapere”. “La persona più saggia è quella che sa di non sapere”.

Socrate affermava: “So di non sapere.”

Esprimere pubblicamente una tale convinzione, rischiava, soprattutto a quei tempi, di essere alquanto dannoso ( infatti gli costò la vita).

Nell’affrontare un problema, interloquendo con un’altra persona, egli faceva solo domande, fingendo così di non sapere nulla. Durante il dialogo, però, spingeva l’altro a rendersi conto dei punti deboli del proprio modo di pensare. Alla fine, il suo interlocutore stretto alle corde, era obbligato a riconoscere, ciò che era giusto da ciò che era sbagliato.

In pratica, nell’esame cui sottoponeva gli altri, Socrate coinvolgeva anche se stesso, la sua prima preoccupazione era di renderli consapevoli della loro ignoranza, impegnandoli così alla ricerca. Il dialogo socratico era, pertanto, una movimentata struttura a “spirale” fatto di: domande, risposte, obiezioni, nuove domande, nuove risposte, nuove obiezioni.

Il punto focale e la molla dell’intero processo era l’interrogativo Che cos’è ?

Ossia la richiesta di una definizione precisa di ciò di cui si stava parlando, con domande che potevano spaziare, tipo: Che cos’è la saggezza ? Che cos’è la giustizia ? Che cos’è il coraggio ? Che cos’è la virtù ?

A tali domande, per esempio : “Che cos’è la virtù ?” L’interlocutore poteva rispondere con un elenco di casi virtuosi : “Virtuoso è chi onora il padre e la madre, virtuoso è chi onora le leggi ecc.”

Di fronte a simili risposte, Socrate non si accontentava, non voleva esempi di virtùma la definizione della virtù in se stessa, a tale scopo egli si avvaleva dell’ironia. Così operando, il filosofo riusciva sempre a mettere in evidenza i punti deboli degli ateniesi e ciò, poteva avvenire in mezzo a una piazza, quindi pubblicamente. Pertanto, chiunque discorresse con Socrate rischiava di fare una grama figura, potendo diventare lo zimbello della gente.

Non è dunque strano che Socrate venisse considerato, irritante e molesto, soprattutto da chi deteneva il potere. Infatti, al suo processo si difese dicendo: “Atene è simile a un grande cavallo di razza, ma proprio per la grandezza è un po’ pigro e ha bisogno di venir pungolato da un Tafano ( che cosa si fa con un tafano, me lo sapete dire)?”

In questi dialoghi Socrate, oltre all’ironia, utilizzava la maieutica, cioè l’arte del far partorire (sidice che la madre di Socrate fosse una levatrice) e Socrate paragonò la sua attività all’arte dell’ostetricia.

Non è la levatrice che partorisce il bambino, lei è solo presente e aiuta la madre. Analogamente Socrate capì che il suo compito, era quello di aiutare gli Esseri Umani, a ” Partorire” il giusto sapere, e dato che la vera conoscenza viene da dentro, Lui si assumeva l’incarico, di portare alla luce le conoscenze che si formavano all’interno della mente dei suoi interlocutori.

La capacità di mettere al mondo un bambino, è una qualità naturale, e analogamente gli E.U. sono in grado di riconoscere la verità filosofiche semplicemente usando la ragione.

Il vero sapere porta al giusto agire

“Chi sa ciò che è bene farà anche il bene.” Secondo Socrate il vero sapere porta al giusto agire, se, al contrario il comportamento risulta sbagliato, il motivo è perché non si sa, per questo è importante accrescere la conoscenza.

“La grande differenza tra un insegnante e un vero filosofo è che l’insegnante ritiene di sapere molte cose che cerca di inculcare negli allievi. Un filosofo cerca di capire insieme a loro.”

Socrate, per tutto ciò, risultava un personaggio scomodo.

Nell’anno 399 a.C. fu accusato di portare i giovani alla perdizione e, quindi, fu processato. Avrebbe sicuramente potuto invocare la grazia o, è probabile che, se avesse accettato di lasciare Atene, si sarebbe salvato.

Se lo avesse fatto non sarebbe stato Socrate, egli, infatti, poneva la propria coscienza e la verità al di sopra della propria vita; sostenne fino all’ultimo di aver agito esclusivamente per il bene dello stato, e, invece, fu condannato a morte. Così in presenza dei suoi amici più cari bevve la cicuta e morì.

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