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Incomincia il percorso. Quasi quasi adesso non ricordo più da dove è iniziato e perché.

Di cosa si tratta? Scorro nei canali virtuali a cercarne le definizioni, che sono abbastanza omogenee, anche se varie le forme. Cerco di comprendere il significato. Si parla di una figura che, viene spesso sottolineato, non vuole sostituirsi al lavoro dello psicoterapeuta, quindi non pretende di raggiungere le profondità dell’animo tormentato, ma solo tendere una mano per insieme esplorare le strade della comunicazione, dell’ascolto, delle potenzialità inespresse. Ricorre spesso il tema della relazione. E qui mi fermo e pongo la prima delle mie innumerevoli domande: cosa si intende per relazione? Due o più persone che stabiliscono un legame per raggiungere un obiettivo comune. La avrò letta da qualche parte, ma, pur essendo chiara e non troppo tecnica, mi appare fredda, non suona armoniosa per come la intendo.

Mi inserisco all’interno di un contesto che poco mi appartiene, ma esercita su di me un fascino che cattura.

Una relazione fra due persone. Mi piace intenderla come un contatto che adopera tutti i sensi, non solo quello della comunicazione verbale, anche e soprattutto quello che utilizza le percezioni guidate dallo sguardo, dalle mani che si sfiorano, dagli odori emanati dalla pelle. Una relazione si fonda soprattutto sulla capacità di intendersi, di sapersi ascoltare, di penetrare senza invadersi, di lasciarsi guardare.

Lasciarsi guardare…

Il canale giusto. Non è così facile “agganciarsi” e navigare insieme nelle acque che riempiono la vita, ma se si è facilitati anche dalla corrente, il tutto si semplifica. E allora potrebbe essere importante imparare a manipolare le vele, a che incontrino la direzione di vento esatta. Non è cosa ovvia, credo sia necessario innanzitutto consapevolizzare che siamo in mare e che per poter vivere tendendo al meglio si potrebbe pensare di aprire la braccia ad incontrare il flusso di aria che ci sospinga verso la spiaggia che più preferiamo.

Ecco, qui sopraggiunge!

Osservo ormai alcune cose da un punto di vista completamente diverso rispetto a prima. Mi fermo a guardare ma senza obbligarmi. Viene quasi naturale e lo percepisco.

Combatto contro la regola che vuole modulare le emozioni, ma… non posso fare a meno di accettare che per trovare un equilibrio che non tenda a scossoni e turbamenti diventa necessario un pizzico di razionalità nello gestire.

La prima volta mi ritrovo proiettata in una stanza con sistemato al centro un tavolo ovale, varie sedie, ognuno prende posto. Inizia un racconto chiaramente sospeso a stimolare le parole alle persone. Potrebbe essere non proprio qualsiasi cosa, ma sicuramente un modo per rompere il ghiaccio e provare ad entrare in empatia. L’uno con l’altro. Se n’è detto tanto a tal proposito, ma il significato che in essa risiede è talmente nobile e bello che non provo mai soddisfazione esauriente a non volerne scrivere più.

La capacità di entrare dentro l’altro, poterlo comprendere possibilmente senza troppo sforzarsi, toccare insieme e senza irrompere le corde che, suonano si, ma solo più debolmente delle altre. Per poter a pieno abbracciare è fondamentale l’attitudine a sapersi calare nelle situazioni, non necessariamente averle vissute, ma volerle capire per…, solo per dare una mano.

Il desiderio di interagire rende la relazione solida e pone le basi per creare una sintonia fondamentale al raggiungimento di quell’obiettivo che diventa comune ad entrambe le parti, ognuna delle quali gioca il proprio ruolo, ma che… spesso si confondono, l’una con l’altra. E questo perché, molto semplicisticamente, alla fine ognuno avrà, se la strada è quella giusta, un compito importante, determinante, complementare e non asimmetrico.

L’armonia nella sintonia si incastra come i dettagli di un puzzle a comporre una bella immagine.

Adesso è arrivato il momento di ricamare i particolari. Si è assorbito, è sceso dentro l’animo, non si è depositato, al contrario ha acceso una fiammella che riscalda vivamente. Ad accendere.

Una musica, da lontano…

Fernanda (24 luglio 2010)

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