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…in un contesto di dolore ma di grande amore.


 

Pensieri degli anni difficili

Mi sveglio con un pensiero nella testa. Il più importante. È un desiderio che va esaudito, subito.

La giornata è grigia e uggiosa, alla finestra le montagne sono avvolte dalla nebbia. Ma l’impulso è troppo forte. Mi preparo velocemente come raramente succede.

Chiudo la porta di casa, salgo in macchina sapendo che farò un po’ di strada, anche se la meta è già vicina. Provo un senso di libertà, padrona di me stessa e delle mie riflessioni. Si crea un’atmosfera particolare, è come se fossi in totale armonia, leggera e ricca nello stesso istante.

Parto con l’anima. La porto con me e non la nascondo. Viaggia senza fretta, sceglie la musica adeguata e mi parla a voce alta.

Lentamente risalgo sopra la città. Sarebbe stato bello farlo di mattina presto, magari un’altra volta. Fra le curve dolcemente raggiungo i piedi della montagna, i paesi con il freddo dell’inverno già arrivato, qualche luce ancora accesa ed i profumi. Del Natale, della legna dei camini, della festa che riunisce, che commuove e che traspare.

Conosco ogni tratto di strada come fosse casa mia, ogni angolo un pensiero, un ricordo del passato.

Vorrei poter donare la tranquillità degli affetti, la serenità per la vita, quello che più di tutto si desidera. Vorrei poter evitare il dolore e la tristezza in chi prova e vive la paura, il timore del distacco, il silenzio della sofferenza. Un brivido mi avvolge quando avverto sulla pelle l’angoscia del dover vivere dei frammenti, l’affannarsi alla ricerca del benessere. Ciò che a tutti dovrebbe essere regalato senza esclusioni e preferenze.

Ho le idee un po’ confuse. Non riesco a vedere chiaro, ad avere in me limpido e lineare il percorso che mi guida, che mi porta all’obiettivo, alla scelta del pensiero. Sarà la nebbia che mi avvolge mano mano che si sale, sempre più fitta, mi impedisce di osservare, intravedo solo la striscia bianca sull’asfalto e qualche ciuffo di alberi ai lati della strada, fra le montagne.

È come se non mi rassegnassi, sono zuppa di emozioni da trasmettere e da dare e forse così poco generosa con me stessa, come se volessi impedire alla mia anima di respirare. Ma lei è sempre là, seduta accanto a me e mi guarda un po’ arrabbiata, non parla ma comprende.

Una delle cose più belle che mi è stata regalata in questi giorni è una riga, un pensiero in un contesto di dolore ma di grande amore.

“Sei forte delle tue più deboli fragilità”.

Mi commuovo sorridendo, sono scoperta e nuda, senza pelle e non così brava come lascio intendere. Ed è per questo che stamattina sono qui, sfidando il tempo e la nebbia, guidando lentamente fra i vicoli e i pensieri. Avvertendo l’imbarazzo e provando ad ascoltare quando l’anima mi chiama.

Arrivo fra la pioggia nel corso principale. È un piccolo bazar, tipico di montagna, una donna mi accoglie con dolcezza, ma non sfugge la tristezza che porta nel sorriso, nei suoi occhi. Sono ansiosa di scegliere il più bello, mi affascina la favola che vi gira intorno e che richiama l’Inghilterra, i giardini con le piante, il bello delle cose. Sono i custodi della gradevolezza e dello splendore, mi piace immaginare e liberare la fantasia e convincersi che c’è del vero. Dagli scaffali ne spuntano tantissimi, forse 1000, tutti con le piccole orecchie a punta ai lati di una testa grande. Ho letto da qualche parte che evitano il genere umano ma si commuovono se ascoltano le canzoni d’amore. Sono i folletti inglesi, i Pixies. Con cura e lasciandomi aiutare ne scelgo uno, forse il più importante, è il più saggio, sta seduto sul suo trono e in silenzio ascolta e guarda. Non resisto ho bisogno di un regalo, fra i più piccoli ce n’è uno che mi osserva, che mi porge dalle mani una rosa, un fiore fresco. Forse è la gioia, la felicità, l’amore che si scorge nel suo viso buffo ma un po’ inquietante.

Una chiacchiera alla cassa. Il presentimento all’ingresso era certo. Lei esprime senza ostacoli il suo dolore per l’assenza, chiaramente è più facile vomitarlo quando viene, senza pensarci troppo e con chi non si conosce.

Ma non per tutti è così.

Sono nuovamente nella nebbia, sulla strada del ritorno con in macchina i folletti delle fiabe. Provo a scrivere qualcosa, “Sto arrivando”, è domenica e come sempre è già tardi per il pranzo. Un pensiero alle vacanze, lascio alle spalle le montagne, speriamo che quest’anno vada meglio con la neve, ci si può divertire, è come tornare bambini. Si dimenticano ansie e preoccupazioni e fra il bianco del paesaggio ci si tuffa nel candore dell’infanzia. Di sfuggita si comincia a delineare la conca che accoglie il cuore della città sovrastata dalla parte antica che sorge su di un colle.

Le note di un pezzo dolce e melodioso fanno da sottofondo a questo viaggio che sta per finire. Breve ma intenso. Siamo in due in questo momento. Sento di aver fatto pace con qualcuno al quale tengo molto e che vive in profondità.

Magari per un po’.

 

Fernanda (31 dicembre 2006)

 

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