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Perché,
nella vita, si sbaglia?

All’interno
della mia attività professionale di avvocato, annovero
un’esperienza formativa relativamente alla crescita della mia
personalità, e cioè l’incarico da me ricoperto
per tre anni (1996-1999), come Vice Procuratore Onorario ( per i non
addetti ai lavori v.p.o. equivale a pubblico ministero onorario)
presso il Tribunale della città in cui vivo. Si tratta di un
incarico onorario consentito, anzi auspicato vista la mole di
processi, e finalizzato ad incrementare l’organico
insufficiente di coloro che, nella loro qualità di magistrati
addetti agli uffici giudiziari penali, sono chiamati a giudicare
persone che hanno prodotto come risultato finale di una determinata
condotta, ciò che è previsto dalla legge come reato.

Cosa
s’intende per reato?

Al
di là del connotato giuridico e della definizione che lascio
ai giuristi, per me, reato, è deviare dalla norma, intesa non
solo come norma di legge, ma prima di tutto come “normalità”
e, cioè, da un comportamento, che partendo dall’essenza
e dalla naturalità dell’uomo e dei suoi componenti
psichici, sia teso all’appagamento di ciò che è
necessario ad una vita soddisfacente, nella conoscenza prima e, nel
rispetto, dopo. Di se stessi e degli altri.

Nell’ambito,
pertanto, della mia esperienza di magistrato onorario, ho conosciuto
tante realtà ed ho impattato con diversi problemi e
difficoltà, ma con l’identica matrice:l’incapacità
di vivere in maniera adeguata per non aver conosciuto e, quindi
potuto e saputo sviluppare le proprie potenzialità umane.

A
questo proposito cito un brano tratto dall’intervista- racconto
(unica in tutta la sua vita) concessa nell’aprile del 1985 dal
famoso magistrato dott. Giovanni Falcone, vittima della mafia nel
maggio 1992, e relativo alla domanda rivoltagli dai giornalisti, di
quale, cioè, fosse la sua tecnica di interrogatorio quando si
trovava faccia a faccia con un mafioso: “Comprendo il dramma
umano di chi mi sta di fronte. Questo lavoro non può essere
svolto se si è privi di umanità. Umanità che non
va intesa come pietismo o rinuncia, bensì come capacità
di comprendere i motivi che hanno spinto al reato. E occorre una
profonda conoscenza degli uomini che non proviene dai codici. Puoi
affinarla, ma devi averla fin dall’inizio. Fallo
parlare…fallo parlare il mafioso, fagli raccontare la sua
verità….poi valuterai la sua personalità. Taluni
credono che capire gli uomini equivalga a sposare una tesi o a
perdonare. Bisogna capire, ma capire non è perdonare.
Mai
dimenticare che in ognuno, anche nel peggiore degli assassini, vive
sempre un barlume di dignità.”

Falcone
valutava innanzitutto chi aveva di fronte, non dimenticando mai che
si trattava di un essere umano.

“Capire
non è perdonare.”

Ma
capire cosa? Che ogni Essere umano è uguale agli altri nei
componenti di base del corpo e della psiche e che, la diversità
dipende dalla conoscenza e poi dallo sviluppo di tali componenti.
Nessuno che sia organicamente normale nasce delinquente, ma ognuno
può diventarlo.

Ricorda
Jean Valijean (dai “I Miserabili” di V.Hugo) “…..nel
corso della vita il distinto e molto onorevole cittadino può
diventare un rifiuto della società ed il rifiuto si potrebbe
recuperare per farne un distinto e molto onorevole cittadino.

Spesso “le compagnie” di chi delinque sono la povertà,
il pregiudizio, l’ignoranza, la solitudine, l’amarezza.

La
Società attuale è permeata dal concetto di colpa. Ciò
che conta è attribuire una responsabilità a seguito di
comportamenti e condotte produttive di eventi dannosi rispetto a
terze persone.

Ma
prima di “condannare”, non sarebbe opportuno chiedersi:
perché si delinque?

Non
è etichettando le persone e stigmatizzando i loro
comportamenti che si può sperare in una diminuzione o
cessazione del fenomeno criminoso.

Processare,
giudicare, condannare, così come avviene di solito, senza
analizzare, capire… sono tutti strumenti, propri di un sistema che
ha fallito, di una Società che non è matura, che non è
corretta, che non conosce e non sa usare l’enorme potenziale
psichico al positivo, ma che avendo sviluppato a prevalenza
l’aggressività, la violenza si avvale del processo per
verificare le condotte di esseri umani con grosse difficoltà
di vita, che mostrano con i loro comportamenti un grande disagio
interiore, una mancanza sostanziale di istruzione, educazione,
formazione.

Il
processo penale si limita ad esaminare l’ultimo segmento della
vita di un individuo, quello relativo alla commissione del o dei
reati. Cosa è avvenuto prima?

Come
mai una persona, nata come tutti gli altri, arriva a mettere in atto
comportamenti negativi, violenti, dannosi?

Quale
è stata la realtà sociale in cui ha vissuto? L’ambiente
familiare in cui è stato allevato, il grado d’istruzione,
le condizioni economiche, quali e quanti pregiudizi hanno
accompagnato la sua crescita, di che tipo di materiale, sotto forma
di messaggi, è stata nutrita la sua mente, fin da bambino, per
poter decidere di condurre una vita disagiata e disastrosa?

Non
mi risulta che il sistema giuridico e giudiziario siano strutturati e
concepiti in modo da interessarsi a questo tipo di indagini, invero
le attività sono rivolte ad una sommaria e frettolosa verifica
dei fatti, miranti a stabilire eventuali responsabilità ed
infine all’emissione di una sentenza di condanna o di
assoluzione, senza alcuna anamnesi psicologica che, invece, potrebbe
aiutare nella spiegazione della verificazione degli eventi.

Quindi,
di cosa si discute in un’aula di un processo penale?

In
effetti delle difficoltà di vita di un essere umano che non ha
potuto e saputo sviluppare in maniera armonica e positiva la sua
personalità. Sono queste difficoltà, in effetti, a
subire un processo ed una condanna, per quei soggetti, dunque che per
ben due volte vengono ad essere penalizzati. La repressione dei
reati, termine questo usato dagli operatori del diritto, implica già
in sé l’uso della forza, della coercizione; infatti, lo
Zingarelli, alla voce “reprimere” dice: “domare e
arrestare con la forza ciò che tende a rivoluzionare o a
sconvolgere un determinato assetto politico, sociale economico.”
Non è con la repressione e con le forme velate di violenza che
da essa discendono (p.e. coercizione psicologica durante gli
interrogatori, celle di isolamento, carcere duro, divieto di visite,
ergastolo ecc ) che si può pensare di “migliorare”
la personalità di chi ha fatto del crimine la sua ragione di
vita.

A
forme di aggressione, di violenza non si può rispondere con
“le stesse armi”, perché in quest’ultimo caso
si tratta di scelte meditate e consapevoli, e sicuramente non come le
uniche possibili.

Sarebbe
opportuno, invece, diffondere la cultura psicologica volta alla
conoscenza delle strutture psichiche umane, al patrimonio che ognuno
porta in se e con se dalla nascita, ed alle innumerevoli possibilità
di autorealizzazione che lo sviluppo di tale patrimonio reca, in modo
da stimolare in ogni Essere Umano il positivo e rispettare quella
dignità che è molto più di un “barlume.”

Maria Cipparrone (6 Novembre 2000)

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