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“Se sei bianco e hai soldi da spendere, non c’è donna che nutra indifferenza nei tuoi confronti…” – Nuovi messaggi nella bottiglia, dal Pianeta Longostrevi.


Una vita al buio (c)

Questa settimana, Fabrizio Poggi Longostrevi lascia i luoghi di dolore dove era precipitato il potente genitore per tornare indietro, con la memoria, a tempi migliori: ma erano veramente momenti felici?

Quando mio padre era all’apice del suo potere (il ché durò molti anni), il nostro tenore di vita era decisamente “alla grande”. Con incredibile facilità si poteva passare un fine settimana a Santo Domingo. Ed è da una di queste scorribande che comincio il racconto i questa settimana.

Arrivai nell’isola il giorno di pasqua nell’aprile del ‘91 dopo un lungo volo diretto dall’Italia: appena sbarcato dall’aereo, facendo i primi passi sul piazzale dell’aeroporto capii subito che in quell’atmosfera c’era qualcosa di speciale, di misterioso e di davvero unico. Ebbi come una premonizione: avvertii immediatamente che qualcosa di lì in poi sarebbe cambiato nella mia vita e che al mio ritorno in Italia non sarei più stato la stessa persona di prima.

Avevo sì e no 17 anni e mio padre che mi aveva regalato questo viaggio soprattutto perché si sentiva in dovere di tenermi con sé almeno durante le vacanze, trascorreva in realtà tutto il suo tempo con la sua giovanissima e adorata seconda moglie (la prima era mia madre) così che io avevo la più ampia e totale libertà: di giorno si stava in spiaggia o in giro in macchina insieme ma poi la sera subito dopo cena papà era ben contento di ritirarsi con la sua compagna nella sontuosa camera con tutti i conforts del lussuosissimo hotel dove alloggiavamo non senza avermi prima lasciato con le chiavi della macchina a noleggio, una mazzetta di biglietti verdi di grosso taglio e la raccomandazione (ovviamente del tutto inutile) di andare pure a divertirmi dove volevo ma senza fare troppo tardi perché mi avrebbe bussato il mattino seguente alla solita ora per scendere al ristorante e fare colazione insieme. Per me lì iniziava la vera vita e la vera vacanza ed io avevo tutte le intenzioni di assaporarla e godermela fino in fondo.

Se sei bianco e hai soldi da spendere, non c’è donna che nutra indifferenza nei tuoi confronti…

e se poi sei anche giovane e di aspetto gradevole vieni addirittura fermato spessissimo per la strada con le scuse più assurde e futili..

Non era tuttavia certo il sesso che cercavo: avevo la mia ragazza a Milano con la quale vivevo un’intensa e felicissima vita sessuale e amorosa e non mi interessava in alcun modo tradirla. Quando uscivo la sera ero animato dalla curiosità e dal desiderio di avventura, non nego che anche il desiderio sessuale sempre vivo a quell’età beata fosse una delle molle che mi spingevano verso quelle nottate senza una meta precisa alla scoperta dell’isola, ma era semplice curiosità frutto di sterili “pruderies” adolescenziali che si appagavano con una la semplice osservazione.

La seconda sera appena uscito dall’albergo venni fermato da un ragazzo locale di bell’aspetto almeno dieci anni più grande di me che, dopo aver attaccato bottone con una scusa, volle sapere tutto di me: si chiamava Fabio e da quel giorno in poi sarebbe stata la mia guida sull’isola e il mio passaporto per il divertimento più sfrenato. Fabio conosceva ogni angolo della città e forse dell’intera isola e aveva amicizie ovunque.

La sera stessa partimmo con il mio “coche” noleggiato all’Avis da papà, lasciai guidare lui visto che io oltre a non sapere le strade, avevo solo la patente A , quella della moto…Ma tanto, come diceva papà, chi mai si accorge a Santo Domingo delle differenza? Poi se qualche poliziotto ti fa qualche problema di qualsiasi genere basta allungare un biglietto verde e si sistema certamente tutto in un attimo.

Fabio non era un uomo, era un vero diavolo

Ero capitato nelle mani dell’essere più straordinariamente amorale, dinamico e senza scrupoli che esistesse sull’intero pianeta. Dietro quell’aspetto rassicurante e quel sorriso bonario si celava la psiche più torbida, vivace, perversa e al contempo misteriosamente complessa che io abbia mai conosciuto. Durante tutta la mia permanenza ho potuto rendermi conto di quanto scaltro, astuto, squallido e al contempo divertente possa essere un uomo: grazie a lui ho passato le due settimane più dense di emozioni della mia vita, mi è capitato veramente di tutto… oltre i limiti della più fervida immaginazione.

Come scrisse Bruce Chatwin in “anatomia dell’irrequietezza”, spesso il reale è molto più fantasioso del fantastico. La prima notte come aperitivo, tanto per gradire, mi fece fare il tour di tutti i bordelli, postriboli e case d’appuntamento della città, compresi quelli situati nei luoghi più disparati e inaccessibili: dovunque andassimo, Fabio era sempre il benvenuto e conosceva tutte le ragazze che incontravamo, comprese quelle in età quasi infantile.

Dovetti quasi litigare per non fare sesso con nessuna di queste, Fabio ne faceva una questione personale voleva a tutti i costi farmi assaporare i piaceri sessuali dell’isola e le doti amatorie delle sue conoscenti, io mi difendevo dicendo che ero innamorato perso della mia ragazza e che per una questione di principio non andavo con prostitute; spesso pur di togliermele di torno ero costretto ad allungargli una manciata di dollari…

La notte seguente rischiai seriamente di finire in carcere (ammesso che esista un po’ di serietà nella giustizia dominicana): fu lì che capii che questo Fabio poi in fondo tanto amico non era e che dovevo davvero guardarmi bene dai figli di puttana come lui: riusciva a fare fesse tre persone contemporaneamente ed era d’una scaltrezza senza pari.

Quella sera mentre eravamo sul lungomare mi disse che si andava un attimo ad incontrare una persona:: costui, tale Bobolo, persona di aspetto a dir poco comico se non altro per l’abbigliamento e per la stazza, fu invitato da Fabio a salire in macchina, io per cortesia gli lasciai il posto davanti di fianco al guidatore, dopo pochi istanti iniziarono a discutere animatamente, parlavano strettissimo ed io ovviamente non ci capivo nulla e non mi azzardavo nemmeno a chiedere dove si stesse andando, domanda che mi pareva legittima anche perché il viaggio stava durando un po’ troppo tempo e i posti che si scorgevano dal finestrino non mi piacevano per niente. Ad un tratto la macchina si accostò al marciapiede, Fabio scende e sale le scale di un fatiscente edificio di quella periferica via delle città, mentre aspettiamo vedo Bobolo che con una banconota arrotolata a mo’ di cannuccia tira su in attimo una bella striscia di cocaina adagiata poco prima sul portadocumenti della machina.

Visto questo, gli chiesi tra lo spaventato e il divertito: “Bobolo, te gusta la coca?”, la risposta di Bobolo fu molto espressiva “la coca a mi me encanta”. Fabio scese dopo un po’ con una busta contenete almeno (presumo) 50-100 grammi di coca e iniziò di nuovo a parlottare con Bobolo e via di nuovo verso chissà dove… ed io dietro sempre più sgomento e imbarazzato a guardarmi intorno per capire almeno dove mi trovassi.

A un certo punto si avvicinò una macchina tutta scassata con tre persone dentro, si aprì la portiera del lato passeggero e ci tagliò la strada costringendoci a fermarci: Fabio e Bobolo scesero dalla macchina e urlarono qualche parola incomprensibile (assomigliando più a dei cani randagi che abbaiano che a degli esseri umani) all’indirizzo di costoro che malgrado l’approccio un po’ brutale si rivelarono tutt’altro che maldisposti verso i miei due “amici” dominicani…

Quando riuscii a decifrare e comprendere la parola “italiano” capii che uno degli argomenti della discussione dovevo essere io e la cosa, in quel momento, non mi fece esattamente molto piacere…

Di quella sera non ricordo altro, so solo che alle 10 del mattino seguente ero regolarmente a far colazione con mia padre e la sua avvenente compagna come se niente fosse…

Tuttavia capii che qualcosa era cambiato: tutto il personale di servizio dell’hotel sembrava guardarmi in maniera un po’ strana e fosse una mia impressione o no, mi pareva decisamente che tutti avessero un atteggiamento diverso nei miei confronti…

Fabio comunque diede davvero il meglio di sé per farmi fare del sesso, non ebbi più nessun dubbio sui prodigi della sua diabolica astuzie e scaltrezza quando mi convinse a seguirlo in un villaggio di capanne erette su una distesa fangosa alla ricerca di una persona che, a suo dire, mi avrebbe fatto abbandonare ogni freno inibitore, ogni remora e ritrosia: si trattava di una giovane ragazza mulatta che lavorava come cameriera in un grande hotel a pochi passi dal mio e che abitava con la famiglia nella bidonville ove mi aveva appositamente condotto.

Appena entrammo nella precaria dimora con le pareti di latta e illuminata unicamente da un’unica lampadina centrale che penzolava dall’improbabile soffitto, fummo subito accolti dai genitori di costei in maniera incredibilmente calorosa: la ragazza non era in “casa”. Fabio quindi cercò di congedarsi subito ma ci fu impossibile allontanarci. Il padre della ragazza, di aspetto molto simile, con i suoi muscoli flaccidi che emergevano da una non proprio candida canottiera bianca, a quello di un pugile suonato corse subito nella “stanza” attigua che fungeva da camera da letto, dalla quale tornò esibendo con orgoglio una fotografia incorniciata della figlia con addosso la divisa rosa e fucsia da cameriera dell’albergo ove lavorava e me la porse fiero affinché potessi ammirarla in tutta calma. Non ci misi molto a capire in che razza di schifoso e diabolico gioco delle parti, mio malgrado, mi ritrovavo: Fabio mentre mi aveva condotto lì con lo scopo di darmi in pasto un’irresistibile donna di piacere, era riuscito a far credere ai due poveretti che a miei occhi apparivano sempre più sinceri e commuoventi che io ero in grado, grazie all’amicizia di mio padre con il proprietario dell’hotel dove stavamo, di farla assumere a condizioni molto più vantaggiose e remunerative…

Mi sentì davvero un verme, non potevo più sopportare nemmeno un secondo ulteriore di quella vergognosa commedia: feci cenno inequivocabile a Fabio che volevo andarmene e mentre ci allontanavamo fra il fango e la melma di quell’atmosfera pazzesca mi sentivo la coscienza ancor più sporca dello squallore che mi circondava.

Fabrizio Poggi Longostrevi

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