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Abbiamo “inventato” il week-end ma… sappiamo godercelo?


Giacomo Leopardi, con la poesia che esalta “Il sabato del villaggio” mette in ombra la domenica, facendola apparire come una giornata triste, piena di noia, in attesa del lunedì che ci deve riportare al lavoro, allo studio, a tutti i nostri doveri quotidiani. Le lotte portate avanti dai lavoratori da oltre mezzo secolo per ottenere l’alleggerimento delle ore di lavoro nei sei giorni della settimana, costretti a osservare l’orario che era di tredici o quattordici ore al giorno: dalle 8 del mattino alle 10 di sera; hanno portato alla conquista sociale, non solo della riduzione dell’orario giornaliero a sei o sette ore, ma , quello che di più conta, è la settimana corta che esclude il lavoro nella giornata di sabato.

Quindi, si presume che ognuno adoperi il tempo maggiormente libero per un ulteriore e consistente riposo, ritemprando il proprio fisico, le membra, il cervello e la mente. Tempo libero dovrebbe significare avere libertà di migliori movimenti, di fare ciò che si vuole, senza obblighi di orari, dormendo di più la mattina del sabato e della domenica, dopo aver staccato la suoneria della sveglia e la cornetta del telefono e, durante il giorno, stendersi sulla poltrona leggendo qualche libro e la Gazzetta dello Sport, non dovendo rispettare appuntamenti di sorta. In poche parole libertà significa essere padroni di se stessi onde sfruttare meglio il tempo libero ai fini di un più proficuo riposo. Invece non è così ! Abbiamo inventato il week-end ( che nella lingua di Dante significa “fine settimana” ).

E così il venerdì sera ci prepariamo al picnic fuori dalla città ; scendiamo in garage per mettere a punto l’automobile, la vera complice del misfatto che ci stiamo avviando a compiere, per farla sostare sotto la finestra alle sei del mattino e caricarla all’inverosimile oltre l’occupazione di tutti i familiari. E dire che siamo coscienti di ciò a cui stiamo andando incontro ; sappiamo che dobbiamo imboccare l’autostrada e le strade tutte intasate dal traffico ; sappiamo che dobbiamo metterci in coda e subire il rallentamento per chilometri e chilometri, sotto il sole che picchia, sopportando l’afa che toglie il respiro.

Finalmente, tutti madidi di sudore, stanchi e mal ridotti, raggiungiamo il posto prefisso e scopriamo che altra gente ha lasciato prima di noi la città ; che ha già occupato quel tratto di spiaggia a noi noto e tanto caro; che quel pezzo di terra erboso sotto il faggio è già tavola imbandita da altri, i quali, ci viene il sospetto, si siano messi in marcia la sera prima , proprio per occupare quei posti, ritenuti posizioni migliori. A quel punto ci viene la voglia, nel proprio intimo, di tornare indietro a godere la serenità della nostra casa in città, ma non lo facciamo, non lo diciamo a nessuno perché con caparbietà ci riproponiamo di scoprire, per la prossima settimana, un posto ancora più lontano per non farci precedere da altri.

Certamente non tutti celebrano il fine settimana con una gita che stanca più di quanto possano stancare 20 ore di lavoro in fabbrica. C’è chi si dedica allo sport preferito; chi corre a piedi o in bicicletta , agghindati tutti con tute e magliette multicolori, e quando l’incontri ti sorridono e sembrano felici , ma , facendo trapelare anche una smorfia che sembra dire: spero che il lunedì arrivi presto per tornare a lavorare.

Giuseppe Verduci – 27 agosto 2003

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