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A volte, uno sguardo, un sorriso, una sola parola, può cambiare una vita…
 Una vita “al buio” – 1° PuntataA volte, uno sguardo, un sorriso, una sola parola… può cambiare una vita. Come a volte, anche un solo gesto, un solo cenno di una persona, ti può ripagare di una vita intera. Fabrizio Poggi Longostrevi, figlio di un magnate della Sanità di una “Milano da bere”, ha pagato l’incolpevole appartenenza ad un sistema, che ha finito col distruggere anche se stesso. Faticosamente, ne è venuto fuori. Anche se porta cicatrici indelebili. Questa è la sua storia che riportiamo, come da sua esplicita richiesta, per far capire che, spesso, sotto i lustrini, c’è tanto (e troppo) buio. La mia vita…quella “vera”, comincia quel fatidico e tragico 28maggio, quando di primissima mattina squillò il telefono della mia camera, io ero ancora immerso in un tenero e avvolgente sonno profondo, di quelli che si fanno quando si è stravolti dalla stanchezza per aver fatto la sera prima decisamente tardi, come era capitato a me che avevo infatti cazzeggiato allegramente qua e là fino alle tre e mezza di notte. Prima di addormentarmi avevo, come al solito, piazzato furbescamente il telefono lontano dal letto con l’inserimento automatico della segreteria telefonica dopo un paio di squilli per non essere disturbato da nulla nel mio immeritato riposo.Le prime parole che udii con un occhio ancora chiuso quel maledetto giorno furono: “Dove c… sei? Sono venuti a portar via tuo padre, Tuo padre è stato arrestato!!!”Non riuscii subito a decifrare l’appartenenza di quella voce strillante, che tuttavia mi pareva avesse qualcosa di familiare e conosciuto, così di primo acchito pensai ad uno scherzo di cattivo gusto architettato da qualche mio amico cretino e stavo quasi per girarmi dall’altra parte e per rimettermi a dormire tranquillamente; tuttavia man mano che riprendevo coscienza incominciavo a rendermi conto che il tono singhiozzante di quella voce era troppo realistico e convincente per essere frutto di una crudele simulazione, e così quello che prima era solo un atroce dubbio, una sinistra sensazione si trasformò in una drammatica certezza: la voce era quella di Lia, seconda moglie e attuale compagna di mio padre e mettendo insieme il tutto, qualsiasi cosa fosse accaduta realmente durante il mio sonno, capii subito che c’era poco da star tranquilli e fu così che corsi di scatto in bagno a sciacquarmi in fretta e furia la faccia per completare il burrascoso risveglio e riacquistare un po’ di lucidità.Ero solo in casa quel giorno e come prima mossa, prima di richiamare Lia come quest’ultima mi aveva ordinato di fare in tono deciso nel messaggio inciso sulla mia segreteria, volli, mentre saliva il caffè, provare a dare un colpo di telefono a mia sorella per farmi raccontare cosa ne sapesse lei di questa assurda storia decisamente kafkiana dell’arresto, ma costei se la dormiva della grossa peggio di me e mi lasciò per un quarto d’ora a registrare un surreale, irato e ridicolo monologo sulla sua incolpevole segreteria telefonica, fino a che sbattendo giù la cornetta gridai: ” segreterie del cavolo!”.Così senza perdere altro tempo richiamai Lia e quest’ultima, senza riuscire a trattenere il singhiozzo ancora copioso, mi diede delle notizie confuse e sconvolgenti circa un’irruzione avvenuta nel cuore della notte da parte di alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine con prelievo coatto di mio padre ancora in pigiama dal talamo coniugale e con relativo e subitaneo ordine perentorio di vestirsi immediatamente e preparare una borsa con qualche effetto personale perché doveva seguire gli stessi senza far troppe domande, e mi pregò con tono accorato e supplicante di recarmi lì il più presto possibile perché era ancora sconvolta..Pochi minuti dopo eravamo insieme nel giardino della villetta dove mio padre dimorava con lei ormai da più di quindici anni nel tentativo di ricostruire le avvincenti e surreali fasi dell’incredibile assalto notturno modello Rambo II la vendetta alla loro abitazione che ritenevo (a ragione) inespugnabile, viste le dimensioni del cancello di cinta e dei relativi puntali sopra incuneati che avrebbero scoraggiato chiunque, e che invece tanto inespugnabile non era visto che gli ignari e sprovveduti coniugi si sono ritrovati dei funzionari di P.G. pressoché in camera da letto, con tanto di pistola spianata senza aver prima avvertito nemmeno un minimo rumore…E meno male che a seguito di un colossale e doloroso furto subito durante un fine settimana di qualche anno prima nel corso della loro assenza, avevano deciso di dotarsi dei migliori impianti di sicurezza allora in circolazione e di costosissimi sistemi di allarme collegati con le forze dell’ordine, a questo punto se mi si consente una battuta per sdrammatizzare la straziante scena del marito praticamente sequestrato davanti agli occhi sofferenti della moglie in lacrime, mi calo nella mente di mio padre, il quale in quell’attimo di panico connesso alla vista di quegli intrusi in casa sua avrà sicuramente esclamato: “Stai tranquilla Lia, abbi fede pochi secondi e sarà qui la polizia !”, salvo poi vedere uno dei suoi “sequestratori” irrompere in una fragorosa e irridente risata ed il suo collega estrarre di tasca il tesserino di riconoscimento fino a farglielo sventolare davanti agli occhi increduli del mio malcapitato padre con l’aggiunta della frase: “siamo noi la polizia”…Chiudendo la breve parentesi comica, ad ascoltare le parole di Lia venivano davvero i brividi, era impossibile contenere lo sconforto, la rassegnazione e lo sdegno al pensiero di ciò che può capitare a un qualsiasi cittadino italiano che dorme sereno nel letto di casa sua con sua moglie accanto, colpevole o innocente che sia e qualunque sia il reato a suo carico ipotizzato alle cinque del mattino di un giorno qualsiasi: Non credo infatti di fare un torto a nessuno, se questi sono i metodi utilizzati, nel dire che quella notte è accaduto un episodio più consono, ed appropriato ad una scena de l’allucinato ed angosciante libro “Il processo” di Franz Kafka che all’esecuzione dell’ordine d’arresto di un anziano studioso, scienziato e padre di famiglia in una moderna e civile democrazia occidentale come dovrebbe essere quella italiana.Forse il mio giudizio può apparire esagerato, ma questo avviene perché non mi riesce di tradurre meglio in parole, con immagini più espressive ed eloquenti, l’incresciosa realtà di quei fatti così sapientemente ed accuratamente descrittemi da chi li ha vissuti in prima persona come testimone oculare diretto, del resto nessuna parola renderebbe giustizia, a tanto strazio, quei momenti bisogna viverli per capire davvero cosa si possa provare dentro di sé nel subire una simile ed inaudita violenza, tanto piùsconvolgente quanto improvvisa ed inaspettata, la figura più rappresentativa che mi viene in mente, come figlio per descrivere quel 28 maggio, vede un uomo robusto, vile e insensibile che trovandosi davanti ad un giardino di meravigliosi fiori tropicali variopinti amorevolmente curati, viene colto dall’irrefrenabile impulso primitivo di scavalcarne il recinto per precipitarsi, calpestando tutto ciò che gli capita sotto i piedi, verso quello più bello, lucente e rigoglioso di tutta la casa onde afferrarlo brutalmente con mano sudicia e pelosa, e tirare con tutta la sua forza fino a sradicarlo con tutte le sue radici ancora umide e penzolanti e portarselo via.Il mio primo pensiero fu quello di tentare di tranquillizzare quella giovane donna ancora sotto shock per l’accaduto, che da che mi venne presentata da mio padre alla tenera età di nove o dieci anni, mi era sempre parsa un concentrato di sicurezza, forza interiore e invulnerabilità, e adesso, tutto ad un tratto, mi si rivelava in tutta la sua fragilità di essere umano sensibile, come non l’avevo mai vista prima in tutta la mia vita passata. Cercai così frettolosamente di estrarre dall’affanno dei miei pensieri agitati qualche parola di conforto che colpisse nel segno, in modo tentare di lenire per qualche istante il dolore e la disperazione di quest’ultima , nel tentativo di resuscitare in lei un po’ di speranza e serenità.Più parlavo, e più mi rendevo conto di dire delle ridicolissime idiozie, perché onestamente anche con tutta la buona volontà di questo mondo non sapevo davvero che pesci pigliare e da che parte incominciare, anche perché per infonderne tranquillità bisogna prima averne a propria volta ed io ne ero assolutamente sprovvisto: mi pareva tutto così irreale ed incredibile, che avrei giurato di essere nel pieno di un incubo tanto bestiale e coinvolgente da sembrare vero.Non mi ero ancora reso conto di quanto era accaduto, vivevo in un’altra dimensione, ero talmente insensatamente avulso dalla realtà , che mi ricordo bene, arrivai persino a chiedere a Lia il numero del nuovo telefonino di mio padre, perché volevo chiamarlo e chiedergli come stava, come se fosse partito per una gita di piacere…All’udire questa mia cazzata gigantesca, che dà la misura del mio livello di alienazione mentale, Lia riuscì per una frazione di secondo a scordarsi che stava piangendo a dirotto e irruppe in un timido ed insperato sorriso, che visto il suo stato d’animo mi diede la certezza di averla detta veramente grossa, e la cosa iniziava davvero a preoccuparmi ed incupirmi, anche se involontariamente, avevo ottenuto l’effetto desiderato.Del resto cosa si poteva pretendere di meglio, per i miei ventiquattro anni ancora da compiere era anche troppo, anche se credevo ingenuamente che la vita non mi riservasse più sorprese, perché nella mia pur breve esistenza pensavo me ne fossero già capitate abbastanza di sciagure e difficoltà, ad incominciare dalla prematura separazione dei miei genitori e del relativo periodo di fuoco che ne era seguito, all’esperienza del collegio e della lontananza da casa, per continuare con le grandi e piccole sofferenze d’amore che avevo patito (di cui l’ultima piuttosto grave), fino ad arrivare ai recenti ricoveri in clinica psichiatrica di mia sorella, che mi pareva essere sino a quel momento l’unica persona davvero equilibrata e sana mentalmente in famiglia… ma la storia psichiatrica della mia famiglia è un lungo e doloroso capitolo a parte che qui non mi sembra il caso di aprire.E invece era solo una fallace ed ingannevole convinzione un po’ infantile perché non si è mai abbastanza allenati e preparati a reggere le disgraziate sorprese che la vita ci nasconde ed i connessi problemi del mestiere di vivere, i quali prima di arrivare non bussano certo alla porta chiedendo se è permesso farlo e non ammettono troppe giustificazioni, ti colpiscono e basta… e quella fu per me una mazzata di proporzioni inaudite; anche perché fu il classico caso di fulmine a ciel sereno, giungendo in un periodo in cui per me le cose sembravano finalmente volgere al meglio: ero ormai prossimo alla laurea, avevo raggiunto una discreta tranquillità sentimentale che mi dava grande forza, serenità ed equilibrio e mi si prospettava davanti un promettente e radioso futuro ricco di gioie e soddisfazioni visto che tutto era stato pianificato per il meglio. Stavo infatti per assaporare la dolce realtà del mondo del lavoro, visto che mio padre aveva molto a cuore il mio inserimento nella vasta e complessa struttura societaria di aziende sanitarie da lui creata e diretta, ed io avevo fatto tutto il possibile per prepararmici al meglio; innanzitutto studiando economia aziendale nel più prestigioso ateneo ove era possibile farlo, all’università commerciale Luigi Bocconi e poi scegliendo una tesi di laurea incentrata sulla sanità, che come detto avrebbe dovuto essere la mia area d’interesse futura, nella quale sembravo destinato a spendere le mie migliori risorse ed energie e forse anche perché no la mia intera vita professionale.Sono gli scherzi del destino, che visti con l’opportuno e dovuto distacco possono fare anche ridere o quantomeno sorridere, anche se io in quel momento questa opzione non la prendevo neppure minimamente in considerazione, e penso fosse anche comprensibile visto l’accaduto….Ma torniamo a mio padre che abbiamo lasciato tra le braccia degli agenti di P.S.: in quel momento, oltre che tentare di smaltire lo shock iniziale e di riacquistare la lucidità perduta, bisognava cercare di capirne di più ed in ordine a tale proposito, dopo aver radunato le forze e la famiglia, non rimaneva che correre precipitosamente presso lo studio dell’avvocato al quale mio padre si era rivolto, mesi prima per segnalare il suo caso, ossia il Prof. G.A: figura oscura misteriosa cui dirò più diffusamente in seguito nell’apposito capitolo dedicato agli avvocati penalisti milanesi, con i quali ho avuto contatti…Entrando nel suo studio legale, si ha subito la netta impressione di essere nel sacro spazio di una qualche autorità di origine trascendente, di levatura cosmica ed incommensurabile, non per l’arredamento, piuttosto ordinario e scontato, quanto per l’ossessionante e schiacciante presenza su ogni centimetro quadrato di muro disponibile di diplomi, premi, attestati di merito e riconoscimenti vari, nonché di ritagli di giornali, riviste e fotografie che magnificano le doti del “maestro” ritraendolo in atteggiamento di fraterna complicità e amicizia con varie autorità del mondo della politica, degli affari e dello spettacolo, la “summa” dell’establishment dell’epoca, tanto che qualsiasi individuo con una sicurezza in se stesso di poco inferiore a quella dimostrata dal famosissimo Tony Manero ne “la febbre del sabato sera”, sarebbe preso da un comprensibile senso di smarrimento, soggezione, disagio e perché no anche da un po’ di paura all’idea di poter essere ammesso di lì a poco al cospetto del “divino”.Tale fu l’impressione e l’emozione in me suscitata da tutto quell’ambiente così aulico austero e regale in quella lunga ora di ozio e meditazione nella sala d’attesa, che mi sentivo rimpicciolire a vista d’occhio dal mio rispettabile metro e settantasette d’altezza, mi pareva d’essere sceso alla statura d’uno gnomo, d’un lillipuziano, d’un buffo puffetto quasi strisciante, tanto che quando finalmente fui invitato dalla fedele e devota d.ssa M. sua aiutante e segretaria tuttofare a raggiungere “il divino” nella sua stanza fui quasi travolto da un’insopprimibile e pusillanime impulso alla fuga, che venne evitata solo dal coraggio dimostrato da Lia e da mia sorella che mi indusse a farmi forza e andare avanti. Mi sentivo come Renzo Tramaglino con i suoi quattro polli in mano di fronte alla scrivania dell’azzeccagarbugli…Costui ci accolse simulando anche un po’ di affetto nei nostri confronti (se non altro per la drammaticità del momento) e così fui subito molto sollevato dal poter constatare anche che, strano ma vero, aveva anche lui due occhi, due gambe e due braccia come tutti noi comuni mortali e fatto ancor più strano e sconvolgente si esprimeva facendo ricorso al nostro comune e volgare linguaggio, tanto che riacquistai subito vigore e determinazione riuscendo persino a fargli qualche domanda accorata sul futuro e sulla vicenda di mio padre alla quale non seppe per la verità rispondere.In Tutto dedicò all’angosciato ed insolito trio da noi impersonato una mezz’oretta scarsa nella quale sembrava non volersi fare troppo carico delle nostre ansie visto che parlò quasi sempre e solo lui, con qualche timido intervento dell’onnipresente e fida segretaria M, ch’egli tuttavia sembrava non gradire particolarmente e con vari e fastidiosi intervalli dovuti al trillo del suo telefonino che squillò con furia incessante (quasi a voler rimarcare qualora ce ne fosse ancora bisogno l’importanza e la popolarità del sommo giurista), per tutta la durata del nostro incontro-dibattito che, come detto, fu più che altro un soliloquio del sedicente professore…(di cosa non è dato, credo a nessuno, sapere…)Solo una volta nella vita mi era capitato di imbattermi in una persona così altera, fiera, vanitosa e compiaciuta di se stessa,(a parte quando mi capita di assistere ad una trasmissione di Gianfranco Funari) fu qualche anno fa quando in occasione dello spettacolo al forum di Assago del mago-prestigiatore David Copperfield fui invitato alla festa di commiato che si tenne nel privè di una notissima discoteca, appositamente prenotato dagli organizzatori dello show, durante la quale rivolsi per un attimo la parola ad una procace biondona dall’accento americano: era l’allora fidanzata del mago Claudia Schiffer, una di quelle persone che quando e se ti rispondono mentre gli rivolgi la parola non ti guardano neppure in faccia volgendo perennemente lo sguardo altrove, verso lidi più meritevoli di esserne oggetto.Ma qui era tutto diverso, non stavo importunando una star del jet-set internazionale, tanto per fare un po’ il pagliaccio davanti agli amici, ma solo interpellando su quanto accaduto a mio padre, la persona che si era assunta formalmente il compito di assisterlo e difenderlo e dalle cui labbra mi sembrava perciò dovesse dipendere il destino e futuro suo e di conseguenza dell’intera nostra famiglia.Fu il primo duro e sconcertante approccio con una parte della categoria degli avvocati del capoluogo milanese, che oramai dopo l’epoca e gli anni dell’inchiesta “mani pulite” e del ricorso da parte della procura alle “manette facili”, si erano già collaudati ed anche un po’ assuefatti a gestire la situazione topica e consueta dell’incontro con i parenti e i prossimi congiunti dell’imputato-indagato, neo detenuto e ci avevano infatti ormai fatto il callo e l’abitudine che (salvo qualche rara eccezione), si rapportano alla vicenda con lo stesso pathos e coinvolgimento emotivo che ci mette (e sono sensazioni di un figlio col padre in galera), mi si passi il paragone, nel fare l’amore la Più SFATTA E STAGIONATA PROSTITUTA DI periferia con L’ultimo innumerevole cliente della faticosa giornata “lavorativa”…Il che penso renda bene l’idea…Uscimmo dal suo studio molto più perplessi e sgomenti di quando vi eravamo entrati, un paio d’ore prima, con la certezza indotta ed alimentata dal senso complessivo che si poteva attribuire alle ermetiche parole e spiegazioni del sommo, che la situazione era molto più grave del previsto e che le possibilità di veder mio padre fuori di galera nel giro di pochi giorni, come io ingenuamente ritenevo (o speravo) possibile se non addirittura probabile, visto il suo status di semplice indagato e viste le limitazioni presenti nei codici all’applicazione dell’istituto della carcerazione preventiva, erano praticamente prossime allo zero assoluto.Del resto non si poteva che apprezzare la schietta franchezza del dr. A. che in quell’occasione parlò abbastanza chiaro, sana e ammirevole abitudine che invece perse in seguito, nel corso di tutta la durata del periodo di carcerazione preventiva di mio padre, sia nei confronti di noi familiari che soprattutto nei confronti dei giornalisti (anche televisivi) e di conseguenza dell’opinione pubblica, visto che quando veniva intervistato all’uscita della casa circondariale di Opera dov’era recluso mio padre (e/o in altre occasioni), di fronte all’invadente luce delle telecamere le sue risposte più espressive di fronte alle domande incalzanti dei convenuti le sue risposte più espressive erano del tipo: “Non confermo e non smentisco”.D’altronde ognuno ha le sue convinzioni, la sua politica, ed il suo modo d’agire e comportarsi che vanno doverosamente rispettati, e se lo stile del dr. A. era questo, avendo scelto di mettersi nelle sue esperte e sapienti mani di professionista di successo, non si poteva e doveva che essere totalmente d’accordo con lui, tuttavia mi si lasci dire che in qualche circostanza, ed in particolare in occasione delle più ingiuriose e feroci calunnie e illazioni che si sono levate da più parti e soprattutto da certi media all’indirizzo della nostra famiglia, una presa di posizione ufficiale, un comunicato stampa o quantomeno una secca e decisa smentita rappresentavano, secondo me, un atto dovuto e doveroso, sempre nell’ipotesi di voler tener fede al mandato e all’impegno che quest’ultimo aveva accettato di assumersi e di voler fare coscienziosamente il proprio mestiere. Ma questa è un’opinione del tutto personale dello scrivente….
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