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“Hanno sofferto, hanno patito, hanno pagato con le tue stesse modalità”


Non è vero che ho detto tutto quello che occorreva per la circostanza.

Quando si parla ininterrottamente per quattro ore filate, risulta chiaro, che ciò che conta effettivamente, viene volutamente omesso. Naturalmente in ciascuno sguardo dei presenti ho letto barlumi di scetticismo. Palese. Chi volete che creda che la storia sia tutta qui? Il fatto, poi, che non abbiano mosso obiezioni, non è imputabile alla loro buona educazione. Credo invece che si tratti di tecnica o tattica, che dir si voglia, dell’attesa. Parla, parla, bel professorino, esprimi pure i tuoi concetti girando attorno all’isola, ma prima o poi dovrai approdare, vi giungerai da solo, senza alcun refolo di vento, sarà la tua stessa foga ridondante a condurti nel luogo che tendi ad evitare. Le facce sono espressive, i respiri sono quieti, non c’è alcuna fretta. Nessuno fa tamburellare le dita sui banchi, non c’è una mano alzata tesa a fare una domanda, a chiedere un’informazione. Al contrario, regna un’indifferenza apparente che è sintomo di contenuta, ma gigantesca, curiosità. A questo non sono abituato. A tale atteggiamento, intendo. La sala è piena di persone. Non tutti sono studenti, non tutti hanno superato i cinquanta, vi sono anche parecchi giovani e qualche coppia appena sposata. Ma ora rischio di dare troppo corso all’immaginazione, e in questo contesto, credo sia proprio fuori luogo.

Se sapessi spiegare in modo intelligibile il motivo che mi ha condotto in questo posto, lo farei senza alcun dubbio. Potrei con frasi scarne enunciare un concetto elementare e vorrei dire fondamentale che pone l’inizio, l’incipit, a tutto questo.

Ma i termini che devo usare sono carenti. Non ho aggettivi, sostantivi, periodi che possano reggere il peso e la fatica di una plausibile e comprensibile motivazione. Perciò preferirei ometterla se non vi dispiace.

Ciò che ha davvero una pregnanza è invece questo accadimento. Quando siamo davanti ad un pubblico così eterogeneo e silenzioso, pronto a recepire il minimo movimento spirituale dell’animo, l’emozione è immensa, non è retorica. La gente siede composta, con gli occhi fissi su di te. Non esprime un giudizio, presta solo l’orecchio alle tue vicissitudini. Non commenta. Non t’interrompe, ti segue taciturna con attenzione. Rispetta le tue pause, osserva il tuo malcelato sudore, finge di non accorgersi di eventuali errori ed omissioni nell’esposizione.

La cosa più importante è che questi uomini fanno parte della tua stessa razza. Hanno sofferto, hanno patito, hanno pagato con le tue stesse modalità. Capiscono perfettamente quel che ti passa nel cuore. Non sono pronti a sbranarti non appena ti concedi una bugia, non stanno lì con il lapis a puntualizzare e a sottolineare un’eventuale stonatura. Sono indulgenti, ma su un punto, tuttavia, non sono disposti a transigere.

Infine vogliono che tu giunga all’isola. Il naufrago deve giungere al porto. Essi sono già là che ti aspettano. Hanno compiuto, mutatis mutandis, il tuo identico tragitto. Per cui attendono la tua venuta. Sono solidali, ma esigono che tu sia sincero in conclusione. Ne hanno ben diritto.

Quindi eccoli lì, muti ma pieni di aspettative. Quindi eccomi qua, con la gola un po’ asciutta, ma non ancora esaustivo. Arrivo al dunque signori, soltanto un attimo. Non siate impazienti, aggiungo, mi accorgo inutilmente. Non si sono neanche offesi di questa vana precisazione. Mi guardano senza biasimo, senza esprimere cupidigia di informazione e tuttavia smaniosi, segretamente smaniosi, di ottenerle.

Il quid, lo so, il quid. Ho raccontato una trama abbastanza lunga, lo devo ammettere, ma era necessaria. Soltanto se avete in mano tutti gli elementi del caso, potrete avere una prospettiva, una visuale significativa del mio comportamento. Sono stato prolisso per un fine giusto, consono all’equilibrio naturale della storia. Vi prego di credermi. Non ho barato.

Ora, però, non posso più temporeggiare. Non posso cincischiare, devo arrivare al sodo. Ve lo devo. Se ho compiuto questo percorso, ingegnandomi a cercare problemi, prima ancora di avere in testa una qualsiasi soluzione, se ho dato il la al corso della mia vita in modo così disordinato e nevrotico, se ho utilizzato buona parte del mio tempo alla ricerca di un valore, anche se effimero, l’ho fatto perché avevo bisogno di crescere e di credere in qualcosa. E siccome s’impara, anche se non sempre, soprattutto dai propri errori, io ho cercato di sbagliare molto, per acquisire sufficiente cultura e discernimento. Non sono sicuro di esservi riuscito. Però di un fatto sono praticamente certo. Ho provato. Ho tentato con tutte le mie forze.

Per questo ho raggiunto questo scalo. Per osservare il mondo col dovuto distacco, quello che si mormora, si addice ai saggi, o a coloro che vivono con la presunzione di diventarlo. Ed ora ho finalmente concluso. Siete liberi di non avere fiducia nei miei confronti. Di non credermi, ma, adesso, ho davvero detto tutto quello che dovevo.

L’aula è immensa, si perde a vista d’occhio e ad udito di orecchio. Non ho avvertito alcun cambiamento all’interno di essa. Non mi è stato offerto alcun cenno di approvazione né di spregio per le affermazioni che ho fatto. D’altronde, l’ho già detto, essi non sono qui per giudicare.

Tuttavia non mi dispiacerebbe sentire un applauso, un coro di fischi, un lamento, un’imprecazione, un evviva, insomma una qualsiasi reazione. Mi sento osservato. Mi sento fra amici che non vogliono manifestare le proprie opinioni.

So che stanno riflettendo sul mio discorso. So che da un momento all’altro qualcuno di loro, si alzerà e m’inviterà a sedermi, chiedendomi di meditare sul mio operato svolto sinora. Non sarà per rimproverarmi, o per lodarmi o per esprimere un parere. Sarà per farmi fare ancora una volta, l’ennesima, un esame di coscienza. Devo superarlo a pieni voti, prima di poter uscire da qui. Se non sono completamente a posto con me stesso, non potrò lasciare questo sito. Ascolterò molte storie, molte altri interventi e avrò un panorama più completo dei destini dell’umanità, delle parabole esistenziali, delle ellissi ancestrali e dei ricordi. Acquisirò maggiore esperienza e ulteriori approfondimenti per conoscermi più a fondo ed avere una concezione esatta della mia vita.

Si, perché alla fine, sei tu stesso che ti giudichi, tu stesso che ti ascolti o ti condanni.

Ecco, vedo qualcuno in fondo che si è levato, si dirige verso di me, mi cinge di un abbraccio affettuoso e mi indica un posto dove sedermi. Mi regala un sorriso e da qui comincia il mio nuovo viaggio.

Mentre mi dirigo verso la meta assegnatami ho il cuore più leggero e sono preparato per il mio vero futuro. (22 giugno 2002)

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