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Nuovi test in arrivo, per la diagnosi precoce.



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A un secolo dalla scoperta della malattia di Alzheimer, la diagnosi si basa ancora sulla valutazione del neurologo e mancano test oggettivi. I neurologi stanno cercando di arrivare a un test affidabile e sono due per ora i team più accreditati.


Il primo, lavora in un’azienda biotech statunitense che ha posto al vaglio della Food and Drug Administration Usa un test radiologico.


Il secondo è un gruppo di ricerca della Statale di Milano, in corsa per il prestigioso Premio Sapio, che sta pensando invece ad un’analisi del sangue ad hoc.

Il test in cantiere a Filadelfia si basa su una nuova molecola che, iniettata in circolo, entra nel tessuto cerebrale e si ferma nelle placche presenti nel cervello di un paziente con Alzheimer. La nuova molecola, che si lega proprio alla beta-amiloide (che aiuta, chimicamente, a recuperare i contenuti dalla memoria, dove sono stati inseriti, grazie alla collaborazione della alfa – amilode) responsabile ha anche una parte radioattiva. Un macchinario computerizzato rileva le radiazioni e ricava una mappa delle placche nel cervello. Il test permette così di “vedere” i depositi e quindi di verificare se diminuiscono grazie a un nuovo farmaco.

Le placche però sono presenti anche in altre forme di demenza, nel Parkinson e in molti soggetti anziani normali.


“È possibile che questi siano comunque destinati alla demenza – osserva Steve DeKosky esperto di Alzheimer della Viginia University – Ma, per ora non abbiamo certezze”. Al momento quindi il test può confermare la diagnosi del neurologo, ma non può sostituirla.


Interessanti i risultati, pubblicati su Neurobiology of Aging, ottenuti da Antonello Rigamonti, Sara Bonomo e Marialuisa Giunta, giovani ricercatori neuroendocrinologi, diretti da Silvano Costa, università di Milano.


“Abbiamo scoperto che tra le tante bocche che hanno le cellule del nostro sistema di difesa, ce n’è una, denominata CD36, affamata di beta-amiloide – racconta Rigamonti – e che i globuli bianchi del sangue, e i loro simili schierati nel cervello, le cellule della microglia, catturano e distruggono la beta-amiloide. Poi, con una tecnica che misura i CD36 abbiamo analizzato molti soggetti normali di tutte le età e di malati di Alzheimer. Solo in questi ultimi le “bocche” sono molte di meno. Inoltre i CD36 risultano diminuiti anche nella fase precoce della malattia, quella che precede di anni la demenza”.


Fonti

  • www.edott.it


Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta – docente di Psicologia fisiologica c/o la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico (SFPID) – ROMA