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Caro dottore, quest’oggi, avrei bisogno di approfondire il concetto di inadeguatezza, di cui sono afflitta. Ho cominciato il lavoro da sola, cercando la definizione del termine, che deriva da inadeguato: “che manca dei requisiti necessari; inferiore al giusto, al dovuto; non rispondente; non commisurato per difetto; inferiore, insufficiente”. Quindi, inadeguato è chi non ha i requisiti necessari (e bisogna vedere rispetto a cosa) per svolgere qualche attività. Io mi sento inadeguata rispetto al lavoro, rispetto al rapporto con gli altri, e ancor di più rispetto all’idea di avere un partner ed una famiglia.

In pratica, per ciò che ha detto, mi sembra di capire che lei sia inadeguata alla vita!

È molto grave?

Le spiego meglio cosa voglio dire. Rifacciamoci al concetto di adeguamento che prevede il riuscire a rapportarsi rispetto al mutare degli eventi, soprattutto del mondo esterno. Ci si può adeguare, come sa, o adattandosi o subendo.

Potrebbe ripropormi la differenza che c’è fra adattamento e adeguamento, per favore?

Adattamento, deriva dal latino “Ad – aptare”, che significa, accomodare, aggiustare convenientemente. Il termine adeguamento viene dal latino “ad equare”, cioé, rendere equo, pareggiare i conti, a qualsiasi condizione. Con subire, invece siamo sostanzialmente d’accordo con quanto ha trovato lei. È evidente che esiste una notevole differenza fra i due elementi di cui stiamo parlando. Mentre l’adeguamento prevede la necessità di far fronte ai cambiamenti (richiesti dal mondo esterno) “ad ogni costo”, anche subendo, l’adattamento, invece, consiste nel realizzare le migliori condizioni (all’interno di sé) per rispondere alle mutazioni ed alle richieste che provengono da “fuori”, realizzando continuamente nuovi equilibri interiori che riducono gli scombussolamenti relativi alle modifiche delle proprie abitudini di vita. In conclusione, possiamo affermare che ogni specie animale o vegetale ha necessità di adeguarsi al mutare degli eventi e delle condizioni ambientali, per poter sopravvivere: questo può avvenire riuscendo ad adattarsi (e si vive bene) oppure subendo gli eventi (e si producono sofferenze).

Adesso le faccio io una domanda…

Prego.

Nel passato, fino a quando non ha avuto un po’ di chiarezza, come si è adeguata?

Subendo.

Però si è adeguata. La sua vita è stata costellata da adeguamenti “subiti”.

Si, ma non me ne accorgevo!

Aspetti! Si è adeguata, però subendo. Dal momento in cui, grazie all’analisi personale, ha iniziato ad usare la logica, è stata disponibile a continuare subire?

No, anche se per un po’ ho prodotto sensi di colpa.

Non è stata più disponibile a subire, altrimenti non avrebbe usato la logica. È, ora, in grado di adeguarsi adattandosi, cioè costruendo nuovi equilibri mostrando una flessibilità completa da personalità matura?

No.

E allora, siccome non è in grado di adattarsi, ma non vuole più subire, non riesce ad adeguarsi e si sente inadeguata. Il mio discorso, le sembra lineare?

Sì, ma è brutto lo stato d’animo!

Scusi, sono stato in grado di spiegare adeguatamente quanto ho detto?

Sì.

E cosa ne ha ricavato?

Che mi trovo in una situazione intermedia tra il subire ed il riuscire ad adattarmi correttamente.

E rispetto alla sua posizione di partenza, dai primi periodi in cui ha iniziato il suo percorso di analisi personale ad oggi, per ciò che concerne l’adeguamento, è migliorata o peggiorata?

Migliorata perché non subisco più, però…

Aspetti, o è migliorata o è peggiorata, non ci possono essere “però”!

Migliorata, se guardiamo questo aspetto…

È migliorata…rispetto a quale aspetto?

Al subire, perché non subisco!

Peggiorata rispetto a cosa?

Peggiorata per quello che sento come sensazioni, perché avverto di più il peso delle frustrazioni, ma lei mi ha spiegato che io prima non sentivo nulla perché bloccavo le emozioni.

Ma se nel passato lei subiva e basta, come fa ad essere peggiorato il suo stato d’animo, visto che oggi non subisce più?

Perché vivo delle brutte sensazioni, a causa di emozioni conflittuali e negative che produco!

Produce delle emozioni negative o conflittuali. Ma come mai prima non determinava questi stati d’animo, dal momento che subiva costantemente?

Lei mi ha spiegato che li bloccavo… non le avvertivo.

Li bloccava, è vero. Ma è proprio sicura di non avvertire nulla, nemmeno a livello inconsapevole? Era contenta della sua vita?

Ma io non sapevo proprio cosa si dovesse fare per vivere bene!

Ma era felice?

No, nel modo più assoluto!

I suoi parenti sono vivi?

No.

Di cosa sono morti?

Quasi tutti di tumore, in giovane età.

Sono morti tutti giovani, e questo prova che, fatte salve tutte le condizioni prettamente genetico – ambientali, tutti quanti loro si sono adeguati subendo (e scombussolando il proprio organismo), esattamente come anche lei aveva imparato. I suoi genitori scaricano la ribellione verso ciò che subiscono, attraverso la produzione di disturbi più o meno strani. Siccome lei fa analisi personale, non può produrre disturbi simili ai loro e, rifiutandosi di subire, si impedisce di muoversi (nel vero senso della parola), perché non si vuole adeguare.

Ma non voglio o non sono in grado di adeguarmi?

Non lo vuol fare perchè non si ritiene ancora in grado di farlo.

Ma non mi ritengo ancora in grado o non lo sono?

Come faccio a risponderle se è qualcosa che appartiene a lei? Rispetto alla sua professione è adeguata o meno?

In questi giorni sto dubitando pure di questo, perché mi baso sulle frustrazioni che creo per il lavoro in corso e per le persone che incontro che, pur non essendo “umanamente” più in gamba di me, mi mandano in crisi. Allora, mi domando: ma in futuro, che farò?

Ma, invece di chiedersi questo, perché non si domanda come mai le creano problemi?

Credo che dipenda dal fatto che mi sento troppo “responsabilizzata”!

Può spiegarmi da dove è nata quest’abitudine?

A me è stata sempre addossata la responsabilità di cose assurde! Paradossalmente, nei miei clienti, rivedo mio padre e mia madre che mi accusano senza motivo!

Infatti, in questi ultimi due giorni, mi sono ricordata anche di mortificazioni subite nel periodo in cui ho fatto pratica forense, specie i primi tempi, perché venivo mandata allo sbaraglio in udienza, anche penale, senza indicazioni oltre che senza alcuna esperienza. Tutto ciò mi produceva continue frustrazioni da parte di magistrati, di impiegati di cancelleria e di altri e, quando tornavo allo studio, dovevo subire anche gli improperi del titolare dello studio, che sosteneva, tra l’altro, che le donne non erano adatte a lavorare, ma a cucinare e a rimagliare.

Consideri che io ho avuto messaggi simili anche da altre persone, compreso mio padre che spessissimo dice che le donne hanno la mente “corta”.

Perché, suo padre è di mente lunga? Facciamo un’analisi corretta della sua mente: è un falco, suo padre?

No.

E’ sagace, arguto?

E’ tutto conflitti!

Mi permetto di aggiungere (dal momento che lo conosco bene) che è, anche, un ottuso, un incapace! Cosa ha prodotto nella sua vita?

Niente!

E’ una femmina, allora, suo padre?

Così parrebbe…da ciò che pensa delle donne!

Quindi, lei ha dato credito ad una persona di mente corta, la quale giudica incapaci altre persone, dal basso della propria altezza!

Ma lui è in difficoltà in tutto, anche nelle cose più banali, non riesce a pensare e ad agire!

Bene, come vede c’è un’incongruenza profonda su cui ha bisogno di riflettere, domandandosi perché ancora è condizionata. Prenda la logica come parametro di riferimento e verifichi questi messaggi sotto la sua luce. Affermazioni del tipo “le donne devono stare a casa perché sono incapaci”, sono logici? Cosa hanno di diverso, le donne dagli uomini, se non alcuni modi di pensare, basati su quello che hanno appreso? Dal punto di vista strutturale, per quanto riguarda la mente, uominie donne sono identici; quindi, quella di prima è un’affermazione fuori da ogni schema corretto. Per contro, le persone che glielo hanno riferito hanno dimostrato di essere degli incapaci: suo padre perché non ha prodotto proprio nulla, uno dei suoi zii, perché non ha prodotto quasi nulla, un altro parentucolo perché ha generato sfaceli inducendo al suicidio due figli e trasformando l’ultimogenito (unico superstite) in un inutile complessato. E’ vero quello che sto affermando?

E’ vero…

Si fermi a riflettere e poi esprima ciò che pensa. Così si fa analisi.

Quello che dice è vero e ne abbiamo parlato già altre volte.

Allora se è vero, cosa vuole attuare nel suo mondo inconsapevole?

Voglio cambiare posizione, perché non sopporto il condizionamento di questi apprendimenti.

Per cambiare posizione è necessario riflettere, cioè mettere a confronto le sue idee (come risultato di tanti messaggi scorretti) con nuovi messaggi; accorgersi dell’infondatezza delle prime e sostituirle con una realtà adeguata.

Io ho notato che ho trovato conferma di queste idee scorrette in episodi recenti, dai quali ho tratto come conclusione di essere inadeguata.

Gli episodi che sono accaduti rappresentano il risultato di una cattiva organizzazione, non di una sua deficienza mentale. Questa cattiva organizzazione è legata ad una collaborazione con un suo collega, che non ha funzionato per motivazioni che abbiamo già analizzato. Per quanto riguarda le richieste che le vengono fatte da persone amiche o presunte tali, abbiamo già visto qual è il sistema migliore per proteggersi, ma l’umanità in genere, poco matura, pretende di ottenere senza dare. Questo non dipende dalla sua incapacità, ma dalla richiesta egocentrica degli altri. Semmai, impari a riflettere usando meglio la logica, per sapere, lei, da che parte sta, se dalla parte corretta o scorretta. Anche se mille persone si trovano in una posizione diametralmente opposta alla sua, non vuol dire che abbiano ragione: verifichi accuratamente. Le sto mostrando come si fa.

Io, oltretutto, non riesco a prendere questi episodi come utili per il futuro. Anche questo dipende dall’inadeguatezza? È grazie al fatto che questi fatti si sono verificati, che glieli ho riferiti ed ho avuto le spiegazioni corrette, che un domani in situazioni analoghe saprò comportarmi adeguatamente. Perché questo non lo riesco ad apprezzare e mi arrabbio con me stessa per non essere stata capace di comportarmi nel modo migliore?

Per abitudine a non sapersi apprezzare, per abitudine a chiedere rassicurazione agli altri e per abitudine al lamento. Si ci ritrova?

Sì.

Cosa pensa di fare?

Non mi sopporto in questo modo!

Questa è una risposta inadeguata.

Voglio modificarmi.

In questo caso le faccio notare che, prima, ho spiegato come si deve fare. Si tratta soltanto di riascoltare ciò che ho detto e applicarlo a quello di cui ha parlato, riflettendo. Al punto in cui noi siamo arrivati, del suo lavoro di analisi personale, abbiamo la necessità e l’obbligo di operare in maniera tecnico – didattico – razionale e priva di condizionamenti negativi: quindi niente lamentele, niente piagnistei, ma riflessioni e modificazioni. Lei può anche avvertire di essere incapace totale (sarebbe una sua impressione): se vuole ottenere una trasformazione, riporti quanto ha pensato, come dato di una sua riflessione “emotivamente distaccata”.

Cioè?

Cioè mi deve spiegare perché è giunta a quella conclusione, in maniera fredda e lucida: io le dimostrerò l’esatto contrario; in questo modo sarà stata disponibile a mettere in gioco la sua identità per modificarla; se, invece, si lamenta, da una parte scarica la componente aggressiva, ma dall’altra difenderà il suo piangersi addosso.

E posso prevenire situazioni sgradevoli come quelle in cui mi sono trovata in questi ultimi giorni?

Da questo punto di vista è un po’ difficile, perché significherebbe ridurre drasticamente le sue frequentazioni Può prevenire riflettendo meglio ogni volta che le capita di impattare con persone scorrette, così da proteggersi e concludere: “il problema è loro, non è mio”.

Scusi… ma allora io mi sento inadeguata rispetto a quello che la Società richiede?

D’altronde l’adeguamento è rispetto ad una norma, che può essere naturale o sociale. Siamo molto condizionati dalle norme sociali, che non tengono conto dei tempi necessari per un corretto sviluppo sostenibile.

Ma lei mi ha spiegato anche come si fa ad integrarsi nella Società rispettandosi senza danneggiare gli altri, perché la Società ci consente di appagare i bisogni.

Sì, mica va in contrasto con quello che le ho detto.

No, in contrasto no, però come si fa a far accettare alla Società, il fatto che io ho i miei tempi per crescere, maturare?

Basta non dirlo, alla Società! non è che deve affiggere i manifesti per informare del fatto che non è preparata completamente come avvocato, se parliamo dell’aspetto professionale; se parliamo dell’aspetto “vita privata” effettivamente c’è da lavorare e non si può meravigliare di “sentirsi” ed “essere” inadeguata.

E come faccio a vivere bene il fatto di sapere che ho delle carenze, ma che ci posso lavorare con lei?

Come una benedizione del cielo, perché, nel caso in cui se ne fosse accorta tra 20 anni probabilmente sarebbe stato tardi!

Sì… e il fatto di non riuscire a vivere delle giornate migliori?

Che testarda! Ma quante volte mi ha posto la domanda e quante risposte le ho proposto?

Ma perché temo di non riuscire a risolvere questi problemi?

È irremovibile su alcune cose, soprattutto per quanto riguarda il giudizio su se stessa. Si convince che “deve” portare avanti certi comportamenti (magari tendenti all’evoluzione in senso maturativo) e, se non ci riesce, si arrabbia e produce disturbi psicosomatici. Dimostra di non essere conciliativa con se stessa.

Come posso fare per diventare più conciliante con me stessa?

Studi tutto quello che ha a disposizione, sulla conciliazione!

Ma non accetto il fatto che ho delle difficoltà che sono dovute proprio ai tempi del cambiamento?

Una volta mi ha anche parlato del fatto che non accettava di sbagliare.

Sì.

Ecco, siccome è arrivato il braccio destro del padreterno! Chi è, lei, per cui non si può permettere di sbagliare? È un neurochirurgo che sta incidendo la massa cerebrale?

No.

È un cardiochirurgo a cui se scappa il bisturi, si perfora un ventricolo?

No.

E allora? Guardi che dietro questi discorsi c’è in realtà una presunzione enorme.

Ma… se io mi sento inferiore?

E certo, perché lei presume e pretende di essere adeguata, pur non avendo avuto il tempo di sviluppare le competenze specifiche. Ecco perché è presuntuosa.

Ma ciò non può essere dovuto ad un senso di responsabilità perché temo di non riuscire a fare bene il mio lavoro?

Siccome è un avvocato penalista che fa rischiare l’ergastolo al cliente!

Ma pure un civilista fa rischiare interessi di varia natura, ai propri clienti.

Sì, ma rispetto alla preparazione media di un avvocato, lei è già andata oltre! Rispetto alla coscienza di un avvocato lei è già andata oltre! Allora parli con avvocati che conosce e si confronti. Questo lo può fare.

Io questo confronto non lo faccio mai!

Lo faccia, invece, perché tra i punti relativi all’autostima c’è anche questo: riuscire a capire rispetto alla Società, a che punto si è arrivati. Rispetto alla Società… non rispetto a fin dove può arrivare!

Ma io un po’ di tempo fa mi apprezzavo di più per come mi comportavo nel mio lavoro. Forse avrei bisogno di più lavoro per sperimentare che sono valida?

No. Questo deriva dal fatto che, siccome prima valeva poco, quando ha migliorato il suo standard di performance si è apprezzata; poi si è abituata a quel miglioramento e quindi, ora, tende a svalutarsi, cercando ancora di più! …ed è anche giusto, perché bisogna tendere ad evolversi. Ma, per favore, vediamo di ricordarci il punto di partenza!

Questo sì, ma negli altri settori, tipo il rapporto con gli altri?

Negli altri settori c’è da lavorare per migliorarsi.

Oggi mi diceva che non appago i bisogni primari, cosa potrei fare?

Quello che le ho spiegato fino ad ora, perché i bisogni primari principalmente riguardano autoaffermazione e autostima. Non può raggiungere questi standard qualitativi se non riflette su quello che abbiamo detto e non modifica la sua rigidità. Una persona rigida non si può autoaffermare!

Sul senso di inadeguatezza molto hanno inciso messaggi avuti a ripetizione da mia madre che, rispetto a certe mie iniziative (che magari riflettevano attività che miei coetanei facevano tranquillamente), mi impediva di fare esperienze dicendomi che non potevo, perché non era cosa mia.

Effettivamente è vero, non era all’altezza del compito, perché in testa aveva gli apprendimenti di due poveracci. Però nel frattempo ha anche inserito altri dati.

Ma non potrei vedere questi apprendimenti scorretti come qualcosa che ancora è presente in me, ma che è destinata ad essere smaltita, evitando di usarli?

Quando incontra la sua identità glielo dica!

Vorrei organizzare diversamente le mie giornate. Io sono passata da un sistema di vita sbagliato, con troppi impegni, troppe frustrazioni, a mettermi in condizioni di non fare più nulla (quest’estate), poi ho iniziato a riprendere ad attivarmi per finire lavori in corso e per nuove iniziative, ma è poco: avrei bisogno di produrre altre idee.

E non ne produrrà, se prima non migliora questi aspetti. Io potrei fornire tante indicazioni, ma se prima non migliora quello di cui abbiamo discusso stasera, produrrà ancora più disturbi per impedirsi di farlo- Quindi, è inutile che chiede di organizzare una programmazione che consenta di avere una giornata più intensa. A che serve?

Ci possono essere altri elementi di cui parlare con lei? Ad esempio, io ho riflettuto sul conformismo, su come condiziona i comportamenti e la formazione della personalità.

Ne parleremo una prossima volta.

lei mi spiegava che l’inadeguatezza produce paura di agire.

E certo, non agendo non puoi nemmeno verificare la tua incapacità ad adeguarti. Che tu senta di essere inadeguata non è strano, è strano che tu ti ribelli a questa sensazione! Non è che tu sia scienza infusa, non sei onnisciente!

Perché mi dà del “tu”?

Forse spero che le mie risposte rimangano più impresse.

Io vorrei sentirmi adeguata rispetto alla media delle persone di questa società.

No. Tu la media la conosci? Ci parli con la gente? Conosci la media dello sviluppo?

No.

Allora, che pretesa hai?

Ma io deduco l’inadeguatezza rispetto agli altri per il fatto che prendo troppe frustrazioni, che a volte sono troppo disponibile, che non mi so proteggere di fronte a richieste di altri, eccessive. Di conseguenza, penso di avere un comportamento meno adeguato rispetto a questi altri.

Perché sei meno figlia di puttana, questo sì! Perché le persone con cui hai avuto a che fare sono figlie di puttana.

Addirittura? Allora bisogna diventarlo?

No, non c’è bisogno, basta imparare ad apprezzarsi, a conciliare, a rispettarsi, a difendersi ed a proteggersi. Come fa a difendersi dagli altri se anzitutto, danneggia se stessa? Allora, impari a proteggersi, impari a stimarsi e poi si farà rispettare dagli altri. Lei vuol proteggere un bene a cui non dà alcun valore. Che razza di discorso è? Se ne rende conto?

Ma è possibile che io non mi dia alcun valore?

Chi le ha insegnato a valorizzare, ad apprezzare quello che è?

Lei, da quando faccio analisi.

Io ci sto provando, ma ancora non ci siamo riusciti. E oltre me?

Nessuno.

Allora perché si meraviglia? Questo è il punto. E’ inutile che si arrabbia! Dimostri maturità nell’accettare questa situazione e continuare a lavorare per migliorarla.

Per imparare a darsi valore cosa bisogna fare? Imparare ad apprezzare ogni giorno quello che si fa di positivo?

Non solo, comunque già è un elemento che consente di raggiungere l’autoaffermazione.

Senta, può darmi qualche consiglio?

I consigli sono come il sole d’inverno: possono illuminare ma non riscaldano (Anonimo ).

G. M. – Medico Psicoterapeuta


Questolavoro, rappresenta il condensato di un colloquio di analisi personale. Per ovvi motivi, il contenuto è stato adattato alla lettura divulgativa.