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Dalla regina della liquerizia, protagonista insieme ad altri, del libro “L’Italia che conta” edito da Il Sole 24 Ore, la storia di questo prodotto che ha trovato nell’Amarelli di Rossano (CS) la sua sede naturale.


Gli Amarelli, baroni di Rossano, grosso centro della fascia ionica, dal 1713 sono testimonial della storia e dello sviluppo della Calabria, ad essi spetta l’onore e l’onere di continuare una tradizione che è stata per almeno due secoli il fiore all’occhiello dell’economia di questo territorio: la coltivazione e lavorazione della liquerizia calabrese, considerata dagli esperti la migliore al mondo.

Nel 1731, fu fondato un impianto proto-industriale, l’attuale “concio” alla cui attività fu dato particolare impulso nel 1800.

Già alla fine del ‘700, l’Abate di Saint-Non nel racconto del suo Voyage pictoresque, fa vivere un pezzo di Calabria con l’immagine dei contadini intenti a tagliare radici ed a formare fasci di bastoncini scuri messi, poi, a cuocere nelle fornaci del tempo.

Da allora, gli Amarelli non si sono più fermati ed, ancora oggi, continuano l’attività con passione e determinazione nei loro uffici ubicati a Rossano in un’antichissima dimora di famiglia.

A rappresentarli degnamente da molti anni c’è Pina Amarelli, moglie di uno dei capostipiti, considerata a pieno titolo, la regina della liquerizia, donna volitiva, dalle spiccate capacità manageriali, avvocato, che è un singolare mix tra origini toscane e napoletane.

Per raccontare la storia davvero unica di questa famiglia e di questa fabbrica, il 21 luglio del 2001 è stato inaugurato, nell’antico palazzo sede dell’azienda, il museo della liquerizia “Giorgio Amarelli”, dove è possibile ammirare preziosi cimeli di famiglia, utensili agricoli, una collezione di abiti antichi da donna, uomo e bambino e, infine macchine per la lavorazione della liquerizia, documenti d’archivio, libri e grafica d’epoca.

Il museo Amarelli, nel novembre del 2001, ha ricevuto a Venezia il Premio Guggenheim – Premio Speciale Il Sole 24 Ore – ” per il nuovo impegno di valorizzazione della cultura d’impresa, in una zona particolare del Mezzogiorno, legando una lunga storia di successo alle prospettive di sviluppo e coinvolgendo nei processi di crescita gli attori sociali locali…”

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La storia dei Baroni Amarelli è antica come quella della radice della liquirizia, a tal proposito come e quando nasce, in Calabria, la tradizione di coltivare e lavorare la liquirizia?

La liquirizia è un prodotto conosciuto da oltre duemila anni in tutta la fascia di territorio che va dalla Spagna fino alla Cina; essa era usata nell’antichità, dalle popolazioni romane, greche, cinesi, indiane per le sue proprietà terapeutiche.

In Calabria, la pianta della liquirizia è sempre stata non solo particolarmente rigogliosa ma anche molto buona, caratterizza da un sapore dolce, tipico delle piante esistenti nel bacino del Mediterraneo, spostandosi, invece verso Oriente le stesse piante diventano, per motivi di siccità, molto amare. Finché l’uso fu terapeutico, andò bene qualsiasi tipo di liquirizia; successivamente, invece, i greci furono i primi a considerarla come “glycyrrhiza”, che vuol dire “radice dolce”.

Nel 1500, quando anche nel latifondo si cominciò ad adottare una coltura, più razionale delle piantagioni di liquerizia, si pensò di commercializzarla non solo per le sue proprietà terapeutiche ma anche per una serie di proprietà gradevoli e benefiche. Per esempio, chi camminava a lungo a piedi, aveva bisogno di portare con sè acqua, cibo, tutte cose che si rivelavano ingombranti, di difficile conservazione. La radice di liquirizia, ben presto, si sostituì ad esse, divenendo un agile strumento rompi digiuno, perché gradevole al gusto, per la presenza della glicerizzina che è una componente zuccherina, e quindi anche energetica. In più, la liquirizia ha la proprietà di modificare l’interscambio cellulare, trattenendo i liquidi e non facendo sentire la sete; per quei tempi, questo era un risultato eccezionale, data la faticosità dei lavori che si svolgevano e, che, inveve, richiedevano un consumo notevole di acqua.

La commercializzazione della radice di liquerizia da un lato, iniziò, perchè i feudatari calabresi avevano capito che, poteva essere un businness, dall’altro, perchè avevano necessità di eliminarla in quanto infestava i terreni impedendone la coltivazione. Si va avanti in questo modo per un paio di secoli. All’inizio del 1700, si ha l’intuizione di tritarla, con un’operazione simile a quella delle olive, sottoponendola a bollitura per ottenerne una specie di tisana; ma così non poteva ancora essere commercializzata.

Si escogitò, dunque, di farla evaporare portandola allo stato solido, ma ancora malleabile. A questo punto, poteva essere lavorata a mano, ridotta in bastoni prima, e poi tagliata. Nasce così la liquirizia che mangiamo.

Da questa intuizione, ancor prima della rivoluzione industriale, si arriva a capire che attraverso la trasformazione di un prodotto agricolo si può arrivare ad un prodotto finito che può conquistare il mercato globale, l’intuizione è modernissima e d’altraparte non siamo stati solo noi a capirlo ma anche tutte le famiglie latifondiste della zona che va da Metaponto fino a Crotone.

Sì, ma oggi solo la Amarelli ha continuato l’attività…

Beh, sì…gli altri hanno avuto vicende varie, le guerre e poi, l’ultima vicenda tragica per la liquirizia è stata quella dell’arrivo di una multinazionale americana…che cominciò a lavorarla perchè potesse sostituire lo zucchero, quindi usata come dolcificante.

Cos’è il “concio” e come si ricomprende nella lavorazione della liquerizia?

Il concio è il vecchio fabbricato, che stiamo restaurando, alle spalle del nostro stabilimento di produzione dove si conciava, conciare significa trasformare, come la concia delle pelli.

Il concio è l’ambiente dove avviene la concia, cioè la trasformazione, della liquirizia, che viene “acconciata”. Il concio, poi, rappresentava un anello della catena, un elemento del ciclo chiuso dell’economia agricola.

Nel concio si trasformava questo prodotto che era infettante per i terreni agricoli perchè non potevano essere coltivati; nel concio si utilizzava la legna che veniva dal boschivo, perché chi possedeva grosse estensioni di terreno aveva anche la parte boschiva. Le caldaie, pertanto, venivano alimentate dalla legna proveniente dai boschi dello stesso proprietario, senza acquisto di energia e combustibili, ed in più, l’avanzo della lavorazione della liquirizia, una volta pressato, in modo da potere estrarre tutto il succo, veniva utilizzato come ammorbidente del terreno, cioè si appoggiava sul terreno, per mantenerlo umido.

Tutto questo faceva parte di uno stesso ciclo produttivo…

Sì, inoltre, quando venne potenziato l’impianto a legna, con il quale si faceva fuoco direttamente sotto le caldaie (il potenziamento avvenne con una caldaia a vapore, che sul nostro fumaiolo è datata 1907), si iniziò ad usare, per alimentare la caldaia, sempre per completare il ciclo produttivo, la sansa, estratta dall’olio. Questo tipo di caldaia noi l’abbiamo ancora, anche se non la usiamo più, ormai è nel museo. Per quanto riguarda la legna, quella che non serve più, viene tagliata ed utilizzata per farne le cassette che serviranno per la spedizione. Quindi, anche l’imballo viene dall’interno dell’azienda agricola.

Un’ottimizzazione delle risorse…

Sì ed anche quelle umane vivevano all’interno, infatti sono ancora esistenti delle abitazioni site alle spalle ed oltre il concio, dove abitavano tutti quelli che lavoravano nell’azienda in pianta stabile. Poi con la costruzione della ss 106, proprio a ridosso della nostra azienda, gli agricoli sono stati costretti a spostarsi. I lavoratori stagionali provenivano, invece, da fuori anche da altre regioni…

Come per esempio dalla Basilicata…. i c. d. “pillucci” cosidetti per le strisce di pelli con le quali si avvolgevano le caviglie…

Sì, da lì ne arrivavano a centinaia, perchè, comunque, c’era la necessità di manodopera. In uno stesso ambiente, detto il tavoliere, fatto con tante tavole in legno, c’erano 70-80 donne che lavoravano a mano la liquerizia. Infatti, tutto quello che oggi si fa a macchina per rendere la liquirizia a bastoncino, e poi per tagliarla, veniva fatto a mano dalle donne, che, dopo queste operazioni, la mettevano sulle tavole per l’essiccazione ed, infine, con le foglie d’alloro, l’adagiavano nelle casse di legno.

Ciò che mi colpisce è che lei, pur non essendo una Amarelli di nascita, incarna e rappresenta questa fabbrica. Quando si pensa agli Amarelli, si pensa a lei, come è nata passione questa passione?

Per me tutto è nato così, io sono stata sempre una persona abbastanza curiosa per natura. Ho avuto modo di fare studi particolari, perchè mi sono iscritta all’università nel ’63 e mi sono laureata in giurisprudenza nel ’67, quando ancora non era una facoltà tipicamente al femminile, eravamo il 10% ed ancora la magistratura non era aperta alle donne. Inoltre, ho avuto anche un’educazione molto variegata, mio padre è avvocato, provengo da una famiglia di giuristi di origini pugliesi, uno dei miei antenati, citato da Benedetto Croce, è stato studioso di filosofia del diritto ed ha tradotto in italiano la filosofia del diritto di Hegel;quindi, da un lato, una certa propensione allo studio e poi, dall’altro, una madre discendente da un’antica famiglia toscana, con un’abitudine all’indipendenza che, poi, è tipica di una certa educazione ed in particolar modo, delle antiche famiglie toscane, che provenivano dai Guelfi e Ghibellini.

Quando sono arrivata qui, nel 1969, la prima impressione è stata quella di un posto assurdo, completamente tagliato fuori.

Com’è riuscita ad adattarsi ad una mentalità tanto diversa dalla sua?

Mi sono adattata, ma è anche vero che mio marito, dal ginnasio in poi, era cresciuto a Napoli. Quando ci siamo conosciuti, eravamo all’università e Franco sapeva bene come ragionavo e come ero stata abituata in una famiglia che mi consentì di viaggiare già dall’età di 18 anni: eravamo nel ’63 e non era semplice.

Stando qui, a Rossano, ho cominciato a rendermi conto che c’era un patrimonio utilizzato perchè mio suocero seguiva la produzione ed aveva le idee chiare; infatti, negli anni ’60, rifiutò di vendere, come invece fecero tutti e cominciò a trasformare l’azienda, assieme al figlio Giorgio, deceduto nell’86 che, aveva fatto pratica, per molti anni, presso la Gilardoni, l’azienda produttrice di apparecchiature radiologiche e aeroportuali.

Pertanto, quando arrivai io nel 1969, erano in atto i lavori per risistemare la produzione; si cominciava a pensare che attraverso la commercializzazione dei chili di liquirizia all’ingrosso, non si sarebbero mai coperte tutte le spese e, alla fine degli anni 60, si parlava, di una dozzina di miliardi di lire, una cifra spaventosa per quei tempi. Per me, dunque, studiare queste cose era un modo per rilanciare il marketing. Il marketing precedente, infatti, si sposava con i ritmi produttivi e le strutture del passato. Con una nuova struttura produttiva bisognava rinnovare. A quel punto, sorse l’idea, cercando negli archivi, di non vendere i pezzi di liquerizia da un chilo e di realizzare, invece, delle scatole piccole, contenenti 20-40gr di prodotto, utilizzando la nostra immagine e diffondendo la nostra cultura di antica impresa.

Una cultura di tradizioni, pur lavorando nella realtà..

Sì, in più, vendendo queste piccole quantità, invece di un chilo, sicuramente è maggiore la diffusione del marchio. Nel frattempo, iniziava a formarsi una coscienza ambientale ed io avendo viaggiato molto sapevo di questa nuova realtà. Da qui, la scelta, per le confezioni, del metallo e del cartone, per esempio, e non della plastica, se non in casi eccezionali, perché non è riciclabile da un punto di vista ambientale.

Poi, per le immagini, studiando tra gli archivi abbiamo trovato delle foto storiche di famiglia.

A quel punto, abbiamo cominciato a selezionare il materiale per il museo. Il magazzino della memoria è stato fatto nel corso di 20 anni, dal ’70 al ’90, poi a partire dal 1990 abbiamo cominciato ad organizzare l’idea del museo che è stato aperto nel 2001. Ci sono voluti 30 anni, per per tradurre in un discorso narrativo ed espositivo quello che era il nostro materiale a disposizione.Di materiale, peraltro, ne abbiamo ancora tanto…

Credo che abbiate l’intenzione di ampliare questo museo…

Sì.

Comunque, da quello che lei mi ha raccontato, la sua presenza e la sua entrata in questa famiglia è stata una cosa determinante…adesso capisco perché l’Amarelli è lei…

Ciò che sicuramente ha favorito l’azienda è stata ed è la rete di relazioni che mi sono portata e che mi porto dietro:perché io sono nata e vissuta a Napoli, però ho sempre avuto rapporti forti con molte famiglie toscane, non per niente facciamo la grappa con gli Strozzi-Guicciardini, che sono amici carissimi, l’acqua di colonia S. Maria Novella, con la famiglia di Eugenio Fallerì etc. Anche in Puglia ho tanti carissimi amici, anche quello è un ambiente abbastanza vivace. Quindi, vivo una serie di relazioni notevoli anche a livello internazionale.

Quindi, ha messo a frutto le sue conoscenze, la sua competenza, i suoi studi, le sue relazioni…

Ed io dico pure una certa passione, perché l’amore ci vuole sempre, in tutte le cose, altrimenti non si fa niente. Inoltre, è importante non perdere mai di vista gli obiettivi e fare in modo che anche gli altri non li perdano di vista. Una personalizzazione eccessiva può essere anche un danno. Giovanni Agnelli aveva in Italia e nel mondo quello che voleva. In relazione al resto della sua famiglia, tutti dicono “non è lui”. Invece, bisogna cercare di fare, di essere tutti un pò Giovanni Agnelli.

La cosa che è abbastanza evidente, è che la Amarelli si innesta anche in un discorso di sviluppo, di cultura e di promozione del territorio. E’ stato difficile o è ancora difficile contribuire a questi risultati?

Ma, innanzitutto, devo dire la verità, noi siamo stati sempre fortemente presenti, prima anche da un punto di vista materiale, per il quantitativo di territorio che era di nostra appartenenza, anche questo un pò ci ha agevolato. Poi, nel rapporto con il territorio, vuol dire molto anche essere liberali, democratici, credere fortemente nelle potenzialità del territorio e rapportarsi sempre nel modo giusto con le istituzioni, cioè rispettarle ma mai diventarne subalterni. Infatti, il motto di famiglia è “domatur armis” , cioè domati solo con le armi, io però sono stata temperata dal motto di famiglia di mia madre, i seguaci del partito ecclesiastico della Toscana, ed aggiungo “quando a Dio piacerà”. Il rapporto corretto con le istituzioni è molto importante.

Ognuno mantiene il proprio ruolo…

Sì, il proprio ruolo nel massimo rispetto e, quando è possibile, anche nella massima reciproca collaborazione, almeno da parte nostra c’è sempre stata, non abbiamo mai avuto rapporti conflittuali con le istituzioni, anche se sono cambiate nel tempo.

Ma neanche rapporti politici?

Ma, qualcuno in famiglia ha fatto politica, negli anni scorsi anche io, devo dire la verità.

Ma c’è qualcosa che lei non ha fatto? Mi viene spontaneo chiederle…

Ho fatto politica insieme a Romano Prodi, però devo dire che ho rapporti splendidi anche con l’attuale Governo, basti dire che il Ministro Marzano ha fatto la prefazione al libro, da lei citato, “L’Italia che conta”; Alemanno, alla prima venuta ufficiale in Calabria è venuto a farci visita ed alla chiusura del semestre europeo dell’UE ci saranno le nostre scatolette di liquerizia.

Proprio stamattina mi hanno comunicato questo splendido regalo dal Ministero degli esteri. Io ho trovato una cosa di misero valore ma molto particolare. Si tratta di un quadro di Ballari prodotto su un foulard di seta, un quadro che sta alla Farnesina e poiché noi abbiamo fatto anni fa delle scatolette, che sono al museo, con queste immagini, ho fatto ripescare in archivio queste scatolette e gliele mando…è misero il mio regalo, però è pensato.

Ho scoperto che, tra le altre cose, la Amarelli si inserisce anche in un rapporto di sinergia con l’Unical, con l’Università della Calabria. Qual è il rapporto che vi lega?

Innanzitutto, l’abbiamo vista nascere, ho avuto la gioia di incontrare il Prof. Andreatta quando creava il Comitato tecnico per l’Università della Calabria. Da quando poi sono sorte le facoltà di scienze e di chimica, e di economia che è nata successivamente, l’università della Calabria si è sempre interessata molto a noi. Noi abbiamo ricambiato, nel senso che io vado spesso a fare conferenze, il Dipartimento di chimica propose mio suocero per la medaglia d’oro della Società Chimica Italiana, e poi insieme io e mio suocero nel 1987, per aver saputo coniugare tradizione, alea, artigianalità ed innovazione tecnologica. Con riferimento alla facoltà di economia, seguiamo tesi di laurea, poi abbiamo in mente qualche progetto, ma ci vorrà del tempo per realizzarlo perché si tratta di cose molto impegnative da un punto di vista economico. Poi stanno facendo alcune ricerche sulle proprietà specifiche della liquirizia, per ricavarne fitormoni per la prevenzione del cancro mammario. Inoltre, in Germania ed in Svezia stanno facendo ricerche sulla Sars.

Quindi, sono degli ulteriori sviluppi e applicazioni della liquirizia….

Sì, poi nel marketing, lavoriamo tantissimo con il Prof. Costabile, qui all’Università di Cosenza. Inoltre, alla Bocconi, sono nel Consiglio Direttivo delle Aziende Familiari Italiane, presiedute da Alberto Falco, di cui sono soci gli Agnelli, i Moratti ecc. Si è fatto un accordo con la Bocconi e dall’anno prossimo, abbiamo istituito, a nostre spese come associazione, una cattedra che dovrà studiare le problematiche delle aziende familiari.

Perché la liquirizia calabrese è la migliore nel mondo?

E’ un fatto di terreno, che è argilloso quel tanto che basta, e di clima che ha quell’alternanza di piogge, di siccità, di tasso di umidità, che fa sì che la liquirizia si sviluppi abbastanza. Innanzitutto, le radici sono piuttosto grosse come sezione, non sono troppo sottili, perché se sono troppo sottili, contengono poco succo. Inoltre, le condizioni climatiche fanno sì che il tasso di glicirizzina sia sul 12-13 massimo 14%, che dà quel giusto dolce, gradevole che, però, non è neanche troppo dolce, come la liquirizia che si produce in Sicilia che è così, mentre è tipico della liquirizia quel mix tra dolce ed amaro.

E quindi, questo la rende unica nel mondo…

Sì, è come la zona dello champagne oppure come il tartufo per Alba; ecco, da noi non c’è il d.o.c., perchè per questo ci vogliono tre produttori, e poichè non ci sono, l’Unione Europea non può fare una cosa per un singolo…Io mi sono permessa di sollecitare i produttori di radice, visto che sono tanti, però per il momento…ancora non è possibile.

Per tornare un po’ alla storia dell’azienda, ho letto che, come per tutte le fabbriche di quel periodo storico, anche per voi ci sono stati dei momenti di crisi dopo la seconda guerra mondiale, ma, in quel periodo, erano in crisi l’Italia, l’Europa, il Mondo. Qual è stata la politica aziendale, in particolare della vostra famiglia, per arrivare ai risultati di oggi?

Innanzitutto, devo dire che le crisi sono state parecchie. La grandezza di un’azienda si misura proprio nei momenti difficili. Grandezza intesa come spirito imprenditoriale non tanto per le dimensioni aziendali che sono due cose completamente diverse.

Nel 1940, avevamo appena aperto degli uffici a Napoli e l’Unità d’Italia ci ha creato problemi. Lo sbigottimento è durato un po’ di tempo, successivamente siamo andati ad aprire uffici a Torino, visto che la capitale non era più a Napoli…

Quindi, questa duttilità…

Sì, la flessibilità, la capacità di sapere innovare, di sapersi adeguare ai tempi, senza però farsi troppo condizionare dal cambiamento dei tempi. Quindi, saper mantenere una propria identità che però si adatta al mutare delle condizioni esterne.

Forse a dirsi è facile, ma a realizzarsi è difficile…

Altre difficoltà ci sono state perchè noi, da un lato eravamo antifascisti e quindi tenevamo nascosti alcuni perseguitati politici in un appartamento segreto dove prima c’erano stati i carbonari e poi gli ebrei; dall’altro, facevamo le grandi esposizioni tipiche di quel periodo, ci invitavano, e quindi ricusavamo certi lati del regime; poi c’erano i rapporti con il mondo coloniale, infatti facciamo un prodotto che si chiama “sabesi” , ricordando gli abitanti del Golfo di Assab. E’ importante, dunque, non svendersi, ma sapersi adeguare. Poi c’è stato il problema della Mac Forbs, della seconda guerra mondiale, anche se noi nel 1941, malgrado la guerra, ordinavamo macchinari nuovi. Spesso, abbiamo un po’ sacrificato l’agricoltura, quando non c’erano capitali da investire nell’industria, qualche volta si vendevano terreni marginali, anche perché poi non si possono fare troppe cose.

Credo, allora, che il successo dipenda proprio da questo tipo di politica, ma anche dalla personalità degli imprenditori…

Ci sono stati dei momenti in cui i dividendi da distribuire tra i soci erano pressoché nulli. Poi ci sono sempre state delle regole abbastanza ferree nella gestione familiare, in chi deve gestire, chi partecipa solo ai consigli di famiglia e quindi sa cosa avviene ed ha la possibilità di consigliare: ci sono deleghe ben precise, un organigramma che viene fatto di generazione in generazione, da un lato e dall’altro lato, vi è una grande libertà, nel senso che nessuno di noi, per esempio, si è mai sognato di imporre ai figli di dovere fare questo. Mio figlio, a cinque anni, telefonava e diceva “io sono il figlio della fabbrica”, però, in questo momento è ricercatore universitario.

E’ interessante notare il suo modo di porsi nei confronti dei dipendenti…in pieno rispetto.

Ecco, sì, l’altro elemento di successo per superare i momenti difficili è questo rapporto con i collaboratori, perchè nel momento in cui tutto va bene, è chiaro che i collaboratori ti stanno vicino; quando le cose non vanno bene, non sempre lo fanno. Alcuni collaboratori lavorano con noi da quattro generazioni. Si tratta di saper condividere, ogni volta, anche i successi con loro, nella convinzione che il successo è fatto dal gruppo che lavora.

Importante è il modo con cui lei si pone: lei induce il rispetto perché innanzitutto lo dà. La competenza e l’istruzione possono averle in tanti, questi particolarismi, invece,sono più rari…

Questo è il mio lato toscano. Certo, la Toscana si divide in persone super e in persone “becere” ma il rispetto e l’educazione è la mentalità di chi è nato nella città dei Comuni, cioè di questo forte legame con la comunità tipica di certi territori, di una parte della Toscana e di qualche parte dell’Umbria.

A parte quelli più conosciuti, quali sono gli altri vostri prodotti…prima parlava di grappa?

Sì, i prodotti che vanno molto in questo momento sono la grappa ed il liquore alla liquirizia. Quest’ultimo è proprio di gran moda. Noi facciamo il liquore alla liquirizia con il nostro nome e nessuno lo fa. Poi ne facciamo un altro con i Borsci di Taranto e non c’è nessun altro che può fare siffatto liquore con il nostro nome. Poi c’è l’acqua di colonia, lo shampoo – doccia alla liquirizia, l’ombrello, la griffe sull’impermeabile ecc., tutte cose che servono all’immagine. Un altro prodotto particolare, che sta andando bene, è la pasta alla liquirizia, i tagliolini al limone, dovrebbero essere in arrivo anche quelli al peperoncino in modo da completare la gamma dei nostri prodotti. Poi abbiamo i torroncini, ed un boom è stato caratterizzato dalla cioccolata alla liquirizia, nessuno pensava potesse essere così gradita quella con il liquore. Ora stiamo studiando con uno dei migliori produttori di cioccolato, dei cioccolatini che si sposano bene con la liquirizia. Poi, come altri prodotti, vi è la liquirizia in tutte le sue gamme, da ultimo una caramellina sugar free, senza zucchero ed incartata singolarmente.

L’idea del museo lei l’ha portata avanti e l’ha fatta conoscere. La caratteristica è che si prende in considerazione proprio la storia della liquirizia. Come mai?

Innanzitutto, è vero che ci piace valorizzare la nostra famiglia, il nome, il prodotto, però non siamo dei narcisi. Quindi, ci piaceva far conoscere agli altri questa esperienza singolare, ma inserendola in un contesto di storia economica della regione. Per questo è stato normale creare una cornice narrativa anche con la concorrenza.

Quando mi sono avvicinata a studiare il fenomeno Pina Amarelli, mi sono resa conto che lei è avvocato, imprenditrice, docente universitaria, vice presidente dell’Azienda dei Trasporti di Napoli, ed, inoltre, vincitrice di prestigiosi premi come la “Mela d’oro” intitolata a Marisa Bellisario, il “Premio Minerva” riservato a donne del Sud che si sono particolarmente distinte nella ricerca, politica, giornalismo e professioni …

Sono anche giornalista pubblicista, curavo una rubrica su “Repubblica”…

Se non bastasse…ma come fa a portare avanti tutte queste cose?

Con l’organizzazione del tempo; infatti, quando, ogni tanto, si verifica qualche disguido si va un po’ in tilt, anche se l’esperienza ci consente sempre margini di equilibrio.

Immagino, comunque, che lei abbia tantissimi collaboratori con i quali programma il lavoro….

Sì, molti, anche se poi mi piace seguire personalmente tutte le cose ed essere pure pronta a fare delle cose completamente fuori programma…se sei imprenditore devi avere anche quel pizzico di follìa, pur mantenendo sempre i piedi per terra.

Lei gioca in casa, nel senso che come imprenditrice ha sposato uno dei capostipiti di questa famiglia, ma come fa nella sua vita familiare, di tutti i giorni….

E’ sempre una questione di organizzazione.

Per esempio, sono arrivata qui a Rossano, la sera del 30 ottobre, il 31 sono arrivati degli ospiti, il 1° novembre ho avuto 45 persone a pranzo, e con un po’ di aiuto ho fatto tante cose, come le zucche svuotate, con dentro la pasta, perché la sera prima era la festa di Halloween…

Questa è la sua personalità, il suo tocco…

Ma… è molto importante il team.

Di solito il team riflette chi ne sta a capo…

Io dico che bisogna dare entusiasmo alla gente…

Sì, certo, trasmettere passione ed entusiasmo…

Sì, queste sono le premesse giuste; Calamandrei, per far capire che la Costituzione andava vissuta quotidianamente, diceva che è “come la barca dove stanno in fila i rematori, i quali devono remare tutti insieme altrimenti non si cammina”.

Grazie al suo contributo, il made in Italy è rappresentato anche in Francia ed in America, dove grandi chef hanno creato dei piatti a base di liquirizia.

Sì, il nostro prodotto si esporta in Canada, negli Stati Uniti, Brasile, Australia, Nuova Zelanda fino alle Antille francesi. Noi cerchiamo di farlo conoscere mediante canali diversi, quello della ristorazione è molto importante, perché l’alta ristorazione è frequentata da quel tipo di persone che non va spesso ad acquistare nei negozi. Nella diffusione dei prodotti sono due i punti importanti: essere presenti in esercizi di elevatissimo livello, specialmente all’estero, ma anche nelle grandi città italiane, come per esempio a Roma, dal caffè S. Eustachio al Tazza d’Oro, a Napoli al Gambrinus, a Torino nella drogheria di P.zza Statuto, dove va a fare acquisti la famiglia Agnelli e poi a Parigi, a New York; essere presenti in posti di risonanza. Poi, la ristorazione rappresenta un veicolo determinante per la conoscenza e la diffusione del prodotto, specialmente il settore dolciario perché si tratta di un prodotto finito.

Lei è presidente di un’associazione internazionale “Les Hénokiens” che ha sede a Parigi, quali sono gli scopi ed i progetti?

Questo club nasce nel 1981 con lo scopo di associare imprese francesi e straniere che siano antiche di almeno 200 anni, dirette da un discendente del fondatore e che siano dinamiche e con un buon andamento finanziario, in modo da essere attori del tessuto economico del proprio paese e del proprio mercato. Le imprese attualmente associate sono 32, attive in Europa e nell’Asia del sud-est.

Con la scelta come padrino di Henok, personaggio biblico che visse 365 anni, i fondatori hanno voluto sottolineare l’eternità delle imprese, testimoniando con il loro esempio, lo spirito di adattamento di quelle più antiche e di maggiore esperienza e la prova che anche una tradizione bicentenaria può accordarsi con la modernità della nostra epoca.

LaStrad@web la ringrazia, avvocato Amarelli, per l’intervista e per il suo impegno nel portare la Calabria nel mondo.

Maria Cipparrone

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