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“C’era una volta…” Così cominciava mio padre, quando ancora io sognavo tra le sue braccia un’eterna felicità! Ed il sonno mi avvolgeva in una nuvola lieve, e castelli incantati, e cavalieri erranti, ed un mondo di fate e di maghi popolavano i miei sogni e la mia fantasia! Poi, la dura realtà! L’addio improvviso! e quel tenero abbraccio mi si riaffaccia alla memoria, pur dopo mezzo secolo! Il vate Carducci singhiozza ancora in quel “Pianto antico”; perché riecheggia lo strazio di Adamo quando vide il corpo esanime di Abele: e quello fu il primo dolore che l’uomo provò; anche il figlio piange la morte del genitore con lo stesso struggente lamento. Ma non è con questo “introito” che voglio trasmettere le mie mestizie all’occasionale lettore; questi miei ricordi – che il tempo stempera nella malinconia – mi si accendono nel cuore, al rintoccare della vespertina natalizia; anzi, quasi mi riecheggiano nel corpo se penso alla tremenda e crudele morte degli operai delle acciaierie di Torino; sento le urla di dolore e quel grido inespresso che si strozza nella gola delle mogli, dei figli, dei genitori di quei disgraziati. Cantava, qualche lustro fa, il grande chansonnier Aznavour “come è triste Venezia”; come è triste questo Natale che si consuma nelle fatue luminarie, nelle pallide luci degli addobbi, nella rassegnazione dei poveri il cui numero cresce come schiere di larve armate di rassegnazione… PER LEGGERE TUTTO IL TESTO, CLICARE SUL TITOLO.



Come è triste l’Italia, l’Europa, questo mondo fatuo che si stordisce nella lascivia dei costumi, dimentico della tragedia dell’Africa, che si rifugia nei decibel assordanti dei sabato-sera delle innumeri discoteche, mentre mesti genitori pregano che l’alba della domenica faccia loro sentire il girare della chiave nella toppa di casa, come un suono liberatorio che prelude al rincasare dei figli; e l’angoscia cessa per riapparire al sabato prossimo. In questi giorni cade la neve! Un antico silenzio imbianca le contrade! Per un paio di giorni la Natura ci fa riandare alla nostra fanciullezza, quando, col naso schiacciato sul vetro della finestra contavamo il pullulare dei bianchi fiocchi: “sono le piume degli angeli…” diceva mia madre, mentre lungo il camino salivano, rapide, le scintille del ciocco scoppiettante, a contendere, invano, lo scintillìo delle stelle. Anche i miei ricordi volano in alto….. alla ricerca di cosa? Di chi? Forse di quel pascoliano fanciullino che ci ricorda la favola antica, la favola bella di un amore non sopito dalla cenere del tempo.


G.C. dicembre 2007

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