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Pensieri degli anni difficili – 15

 

Mi sono seduta sul divanetto in vimini sotto la finestra in cucina, ho chiuso gli occhi e l’ho rivista. Con le sue braccia bianche e robuste che sistemava la farina nel centro del tavolo, le patate schiacciate e fumanti e nessun uovo. Avanti e indietro fino ad ottenere un impasto morbido ed omogeneo. Le forme nel cesto, un saltello ad ogni tubetto. In questo ci permetteva di aiutarla. E poi sistemati ad asciugare con ordine maniacale, uno in fila all’altro. Nessuno scomposto. Venivano raccolti velocemente in un piatto e lanciati in una grande pentola di H2O bollente. Tutti sul fondo e tu rimanevi lì un po’ impaurita a guardare. Risaliranno?

Erano squisiti.

Avevano un sapore di cose di casa tua, di domeniche piovose, di allegrie da condividere. Un sapore di mamme. Che non si dimentica più.

Non ho mai provato un piacere particolare nel preparare dei piatti in cucina. Mangio con cura però. Penso di fare una sana alimentazione, senza eccessi, anche se molto spesso mi ritrovo a mangiare di qua e di là. Non cucino mai qualcosa la cui cottura duri più di 12′, il tempo per cuocere gli spaghetti, beh facciamo 15′ considerando anche il tempo di ebollizione dell’H2O, o anche un tempo variabile se mi ritrovo in montagna e l’ebollizione…noo, non c’entra niente, questa è un’altra cosa. In questo periodo vivo un po’ di confusione di ruoli!

L’ultima volta ho voluto concedermi una novità ed ho pensato bene di preparare una di quelle zuppe di farro e legumi vari la cui cottura dura esattamente 60′ dall’ebollizione di abbondante H2O non salata. Naturalmente tutto è andato bene fino agli ultimi 5‘, in cui mi sono come sempre distratta e il tutto ha aderito sul fondo. Questo è successo un sabato sera, per salvare capre e cavoli ho scrostato la mia minestra dal fondo della pentola usando dell’olio da cucina come lubrificante e… l’ho mangiata! Abbondante olio.

Quelle rare volte che decido e mi lascio trasportare dall’ispirazione di preparare un piatto si tratta sempre di una cosa complicata. Perché in fondo io sono una presuntuosa che non riconosce i suoi limiti e mostra una tendenza naturale a complicarsi l’esistenza.

La mia stretta formazione laboratoristica mi impone, nell’esecuzione di una ricetta, di seguire alla lettera e senza saltare nessun passaggio un rigido protocollo sperimentale con lo stesso impegno che mi accompagna quando eseguo un sofisticato esperimento di ingegneria genetica. La prima cosa da fare è una rapida lettura dei vari passi, quindi una ricapitolazione per stabilire ciò di cui ho bisogno e che sia a portata di mano quando le mie mani saranno impiastricciate e ormai inutilizzabili per aprire un qualsiasi cassetto.

Accendo la TV, metto un grembiule, come se indossassi il mio camice e raccolgo i capelli.

L’intuito che mi segue, anzi che mi guida quando mi trovo davanti all’interpretazione di un delicato risultato sperimentale, non ha nulla a che vedere con la poca dimestichezza quando mi ritrovo a dover decifrare gli ingredienti e la posologia da utilizzare per la realizzazione del piatto. Utilizzo un bilancino, molto simile a quello analitico che si trova in tutti i laboratori, per pesare le varie “polveri” e la mia mano di precisione mi consente di non esagerare, in eccesso né in difetto, nemmeno di un microgrammo (µg). Altro fondamentale strumento da adoperare, e del quale non riesco proprio a farne a meno, è un timer che uso quando è richiesto un periodo di incubazione…No, volevo dire quando i vari ingredienti miscelati, omogeneizzati, risospesi fra loro hanno la necessità di riposare per un periodo di tempo variabile. Utilizzo le posate come fossero micropipette per volumi variabili da 0.2 a 2.5 µl, oppure da 2 a 200 µl o anche molto di più. Un bicchiere come dosatore equivale esattamente a 200 ml di un cilindro di precisione in vetro o pirex se necessita la temperatura elevata affinché le polveri passino in soluzione. E soprattutto non dimentico mai i guanti in lattice per evitare le contaminazioni, perché la prima cosa che ti insegnano in un laboratorio di biologia molecolare è che sulle tue dita vivono indisturbate e di vita propria miliardi di DNasi, RNasi e quanti più altri enzimi possano partecipare alla degradazione dell’acido nucleico di eccellenza.

Chissà poi questo che relazione ha con le ricette da cucina è tutto da stabilire!

Il tempo richiesto per la realizzazione del progetto è molto variabile e dipende dalla complessità dello stesso. In ogni caso è necessaria almeno una giornata interamente dedicata e possibilmente anche quella successiva per la sistemazione del banco di laboratorio, ehm volevo scrivere del tavolo di cucina.

Fra mille difficoltà pratiche e di comprensione, fra il telefono che naturalmente decide di squillare quando sono nel pieno della concentrazione, si arriva al momento della cottura. E qui dipende dal tipo richiesto, può essere in forno che equivale ad una stufa termostatata, oppure sui fornelli che a me ricorda il tanto amato becco Bunsen. Comunque in questa fase mi sento emozionata come una laureanda che svolge il suo lavoro di tesi sperimentale e si ritrova fra le mani la provetta con dentro la famosa medusa, la doppia elica, che nuota in un tampone adeguato, alla fine di un’estrazione di DNA con i comuni metodi. È quello un istante commovente, sempre anche quando lo hai fatto diecimila volte.

Nonostante l’impegno, le dense ore trascorse a delineare, perché la cosa non nasce spontanea ma è profondamente premeditata, i risultati sono quasi sempre assai scarsini, anzi direi che è raro io abbia realizzato un piatto, dolce o salato che sia, gustoso e invitante. Tant’è che pochi sono gli amici che si invitano a cena, arrivano tutti già mangiati.

Non si può certo dire che prendo gli uomini per la gola!

Sarà ormai un paio di anni che ho rinunciato definitivamente a quelle belle seratine in casa dove mi sbizzarrivo nella preparazione di un nuovo piatto fumante. In fondo esiste sempre la rosticceria dietro l’angolo.

Tutto ciò però mi rende un po’ triste, per vari motivi. Il più importante è sostenuto da una credenza popolare che stabilisce che le donne impegnate come me, che svolgono la mia stessa professione sono delle ottime cuoche. Ed infatti le mie più valide colleghe, riescono in cucina al massimo, sia come praticità di esecuzione che come prelibatezze. Ma, come si dice, non tutte le ciambelle riescono col buco.

Solo per stabilire un legame con la genetica e l’ereditarietà dei caratteri volevo però raccontare un episodio. Qualche Natale fa, presa un po’ dalla nostalgia dei ricordi, quando ti sforzi di non fare entrare il profumo delle feste in casa, mi sono ritrovata nella mia accogliente cucina. Ho chiuso gli occhi e andando indietro con la memoria ho ricordato le mani di mia madre che preparava un piatto a noi molto gradito. Non so se è stata la voglia di far rivivere qualcosa o Mendel e la sua trasmissione, ma sta di fatto che con scioltezza e naturalezza, come se lo avessi fatto da sempre, ci siamo ritrovati nel piatto delle forme gustose e identiche a quelle che lei preparava nei giorni di festa.

Mi piace di più pensare che la genetica non c’entra nulla e che il desiderio di riassaporare i bei ricordi del passato abbia fatto la sua parte. Quasi come una magia, uno di quei regali che arriva inaspettato e che ti serve per provare a riaprire la porta, a lasciar entrare un po’ di allegria e, ogni tanto, di…buona cucina.

 

Fernanda

 

 

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