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Dall’ultimo film di Sergio Rubini, uno spaccato sulla famiglia, i luoghi di origine ed i legami con un passato dal quale non si sfugge….


“La Terra” è l’ultimo film di Sergio Rubini, prodotto da Fandango e distribuito da Medusa film, che conta su un cast di rilievo, Fabrizio Bentivoglio, Paolo Briguglia, Claudia Gerini, Emilio Solfrizzi e Massimo Venturiello.

Rubini torna a girare nella sua Puglia e racconta la vicenda di quattro fratelli che si ritrovano dopo molti anni nel luogo d’origine, riuniti da una questione di eredità che riapre antichi conflitti e vecchi dolori, dimenticati ma mai sopiti.

“La Terra” è anche un giallo che ricorda scrittori russi come Dostoevskij. La tensione è crescente e si dipana attraverso un delitto il cui sospetto ricadrà sui fratelli che perderanno la proprietà. “Mi piaceva l’idea di questi fratelli, uniti dal fatto di possedere una cosa in comune ma che arrivano ad incontrarsi veramente soltanto quando questa cosa non c’è più…” spiega Rubini, che è anche coautore del film e della sceneggiatura e che nel film impersona Mario, il più fragile dei fratelli ma anche quello che darà una svolta decisiva all’intricata faccenda familiare.

Il Sud, che lui ha definito un “luogo della mente, più che uno spazio geografico”, irrompe sempre con prepotenza e carisma nella trama dei film, anzi la determina e la caratterizza con i suoi colori forti, talvolta accecanti: il verde smeraldino del mare, l’azzurro del cielo, il marrone della terra e l’ocra delle case. Anche gli uomini e le donne del Sud sono così plastici, quasi come se la loro passionalità dovesse scontarne l’invisibilità sociale di ancestrale memoria. E così i quattro fratelli protagonisti de “La Terra” hanno ognuno un carattere, una personalità, un vissuto che da soli basterebbero ad ispirare altrettanti romanzi, o film. La terra sembra sempre il tesoro più prezioso, l’unico che il Sud possa vantare, e per lei, per il suo possesso o la sua perdita, sono state scritte le pagine più memorabili del nostro Verismo letterario.
I fratelli Di Santo conducono vite che paiono scorrere su binari paralleli, incredibilmente diverse, ma partite da un unico tronco, quello di una famiglia sconquassata da un padre violento e fedifrago e una madre splendida, dolce e vessata. L’arrivo del più adulto, del più saggio e del più equilibrato dei quattro, Luigi, un bravissimo Fabrizio Bentivoglio, professore universitario a Milano, per la vendita di un terreno e dell’annessa masseria, dà il via ad una storia che, per la verità, ristagna in un mare di luoghi comuni, di stereotipi appiccicati al Sud almeno da quando esiste l’Italia. Non scompaiono mai dalle sequenze il caldo, quello che si appiccica addosso, che trasuda persino dallo schermo, la desolazione delle piazze sempre vuote, la gente che vive, ma è trasparente, come le acque dello splendido mare che pare esista lì per bilanciare la sventura degli uomini, e il boss di turno, che detiene diritto di vita e di morte, di miseria o relativo benessere degli abitanti di una Mesagne come una antica e nobile matrona ripresa nel suo tardo barocco, meraviglioso e struggente.

di Armando Lostaglio

presentazione del testo ed adattamento di Maria Cipparrone

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