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Un tenero sole e una dolce brezza mi avvolgono, questo mattino di primavera mentre percorro lo spazio che intercorre fra l’ospedale dove mi trovo ricoverato e l’ambulanza che mi deve condurre presso un altro centro diagnostico per un esame che sarà lungo e fastidioso.

La città della “bora” non avrebbe potuto farmi regalo migliore… un po’ di aria “vera” da rubare nei polmoni, per tentare di dimenticare quella climatizzazione di “sicurezza” che viene insufflata nelle stanze di cui sono ospite (pardon, degente), sempre uguale (come il tempo che, quando soffri, scorre lento, “restringendo” il collo della clessidra), “falsa” come le illusioni disattese e le speranze deluse, inamovibile nel cambiare i suoi parametri termici, così come senza speranza è il tuo cuore quando non ti aspetti più niente di nuovo (e di buono).

Il percorso è breve, rientro in ambiente pressurizzato e, mentre penso a cosa pensare, un fischio intenso attira la mia attenzione: un F16 che pattuglia dal cielo. In un lampo mi domando cosa stia accadendo nelle zone di guerra e, ovviamente, in particolar modo, in Iraq. Mentre qui c’è tanta gente che (con molta perizia e tanta dedizione) cerca di salvare delle vite (compresa la mia), lì l’esistenza di un essere umano vale (e dura) meno di una bottiglia di gassosa: praticamente un vuoto a perdere da eliminare nel più breve tempo possibile… ma è mai possibile?

Siamo arrivati a destinazione e mi accingo ad attendere il mio turno in un (ovviamente) affollatissimo Pronto Soccorso. Passa tanta gente, “bisognosi” e “dispensatori di cure”, è una microsocietà, in fondo… già la Società… quell’insieme di persone che contribuiscono, con la loro operosità, all’incedere dei parametri che indicano benessere e ricchezza… a spese di chi si impegna veramente! La gente… chissà quanti si rendono conto di quanto sia bello essere sani e normali! Chi ha mai pensato all’opportunità di assaporare un bicchiere di acqua di fonte, mentre il sottoscritto ha solo la possibilità di “apprezzare” l’amaro intenso, per i farmaci e per la rabbia, mista al dolore, di essere per la seconda volta ripiombato, per una miriade di motivi, in una situazione triste e buia?

E siamo sulla via del ritorno, meno male che l’autista mi risparmia il suono della sirena: in questo modo posso pensare a cosa pensare! Provo a darmi delle risposte, un po’ difficile dopo un lungo esame in un tubo stretto dove, per venti lunghissimi minuti, il sottofondo è stato quello di un campo di battaglia (colpi di artiglieria di vario genere): d’altronde, la risonanza magnetica ha i suoi limiti di “confort”. 

Comunque, proviamo!

 Come si potrebbe vivere più equilibratamente, godendo dei “privilegi” di un’esistenza “normale”? Beh, cominciando a dare un senso ai valori reali, quelli che sfuggono di mano… e non ci pensi più. 

E quali sono? 

Beh, per esempio, la realizzazione di una condizione economica in grado di poter consentire l’appagamento dei bisogni più importanti; la ricerca di un lavoro che non degradi la propria dignità ma che la esalti nella consapevolezza di essere utile a chi ci sta intorno; l’educazione dei figli intesa come “valore aggiunto”, per dare un senso di continuità al proprio “essere stato” un uomo semplice, comune, unico e insostituibile per chi ha saputo apprezzare e volere bene, che continuerà a vivere nella memoria della propria stirpe, utilmente.

Un po’ di tempo libero da dedicare agli affetti più intimi, al sorriso di una donna che ti accoglie, all’abbraccio di un bambino che ti cerca e crede in te, ad una forte e calda stretta di mano ad un amico con cui discutere per ore di argomenti frivoli, magari davanti ad un caminetto a mangiare castagne arrostite… e infine un po’ di spazio per se stessi, per stare un po’ da soli a contemplare l’infinito e, magari, provare a “verificare” l’esistenza di Dio… 

Insomma, la parola d’ordine è “resistere alle intemperie del quotidiano”!

“Vorrei incontrarti fra cent’anni, fra milioni di occhi neri… saran belli più di ieri”. È Ron che ancora oggi, è in grado di farci trasalire di emozioni profonde, che vengono da lontano, così come lontano, al fronte, tanti occhi fisseranno per sempre la propria terra natia e i corpi immobili saranno accarezzati dal caldo abbraccio del vento di terre lontane e insanguinate. 

Ma, in fondo, cos’è la guerra? Un triste massacro, dove, gente che non si conosce, va a morire per ordine di chi, invece, si conosce, ma si guarda bene dallo scendere direttamente in campo!

E sono giunto nel corridoio che conduce nella mia stanza d’ospedale, una struttura moderna ed efficiente dove il malato, però, ha tanto tempo con cui dover fare i conti con se stesso. Sono su una carrozzina e, mesto, temo di avere l’energia vitale ridotta “al lumicino”… pazienza, se finirà così, anche se mi dispiace: è stato tutto maledettamente troppo breve!

“La salute, la dignità, la vita, non si conquistano pregando, sperando o mendicando, ma rimboccandosi le maniche e adoperandosi per ricostruirsi pezzo dopo pezzo, difendendo il tutto con il proprio giusto e saggio operato!”

Una gigantografia di Vincenzo Muccioli (Vincenzo, lo stesso rassicurante nome di mio padre) troneggia proprio di fronte la mia stanza… e non ci avevo fatto caso… forse adesso sono “pronto”… Ma si, ho capito, il senso della mia vita consiste nel darmi ancora un’opportunità, riuscendo a meritarmela!

È il momento di osare, a dispetto di tutto e di tutti…

Ciao .

 Trieste, lì 31.05.2004

G. M.

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