Posted on

caratteristica principale dei vari raggruppamenti umani ed etnici…dalla Torre di Babele in poi.

Lo studio scientifico del Linguaggio appassiona, da secoli, gli studiosi della materia; se pensiamo che persino fra i greci antichi era vivo l’interesse sull’origine del linguaggio, non deve destare meraviglia se al problema si siano interessati persino scienziati e matematici.

Nessuno dubita, penso, che il linguaggio – come caratteristica umana – sia la modalità più alta attraverso la quale l’uomo ha potuto elaborare il sapere oltre che trasmetterlo alla propria posterità; ed è per tal motivo che ci si propone, in modo estremamente approssimativo, di chiederci il perché delle diversità delle parlate che differenziano i vari popoli; come si sia sviluppato il linguaggio scritto; perché alcune lingue si siano estinte; come sia possibile conciliare il variare dei linguaggi, tanto diversi, fra loro, per struttura fonetica e grammaticale, con la certezza fideistica della prima coppia biblica, o con l’ipotesi darwiniana che ci riconduce ad un “primate” scimmiesco.

Leggiamo dalla Bibbia che, agli albori dell’umanità, unico era il linguaggio tra gli uomini; ma allorché la superbia li spinse a costruire una enorme torre che penetrasse il mistero dei cieli, Dio li punì confondendo le loro lingue: da ciò, la leggenda della Torre di Babele, sinonimo, oggi, di incomprensione linguistica e culturale, così attuale nelle diatribe politiche.

Già i Greci del V° secolo a.C. s’interessarono all’origine della loro lingua; ma, ancora prima, Cinesi, Egiziani, Sumeri, Ebrei , e persino presso l’antica India si avvertì il bisogno di formulare un linguaggio i cui suoni ed i cui segni assumessero la caratteristica di una convenzione comunicativa fra tutti gli interessati: il “segno” diventava, così, una categoria indispensabile che associava quanti avvertivano un comune legame genetico.

Anzi, fu proprio il linguaggio il cemento unificatore di intere civiltà. Dopo i Greci, furono i Romani a dare risalto alla loro lingua, attesa la necessità di dirigere ed amministrare l’immenso impero su cui esercitarono il loro potere, senza mai dimenticare il filiale rispetto verso la loro matrice culturale: la Grecia. In definitiva, è sempre il conquistatore ad imporre ai sottomessi la propria lingua, la propria legge, la propria civiltà.

Nel dramma quotidiano che sconvolge l’odierno Iraq, moltissimi iracheni hanno incominciato a parlare inglese, italiano, o le lingue di altri contingenti militari presenti in quelle regioni, comunque spinti dalla necessità di rapportarsi, sia in forma dialogica, sia nelle manifestazioni più o meno violente con le forze occupanti: forse, inconsciamente, sarà questo un valido mezzo di rappacificazione e dialogo tra civiltà così diverse.

Se si pone mente alla vasta classificazione delle lingue secondo i gruppi di appartenenza, notiamo che il ceppo greco – ad esempio – inserito in quello più vasto denominato INDOEUROPEO, si suddivide, a sua volta, in : miceneo, arcadico, ionico, attico eolico, dorico, koiné e greco moderno; in seguito all’innesto etrusco, si originava il sottogruppo italico, a sua volta ripartito i latino, tosco, umbro, da cui si svilupparono le lingue neolatine che possiamo riassumere in: italiano, ladino, romeno, francese, provenzale, catalano, spagnolo e portoghese. Senza contare che alcuni vocaboli dei gruppi celtici, germanici e sassoni, riecheggiano fonemi latini a loro trasmessi dal diritto romano.

Quando ci riferiamo ad un linguaggio specifico bisogna considerare il complesso dei vocaboli che lo caratterizzano, l’insieme delle regole poste a base della formazione fonetica delle parole aventi un significato comune tra dialoganti una stessa lingua, la classificazione delle parole di senso compiuto secondo regole grammaticali ed, infine, la struttura sintattica che consente la formazione delle frasi e dei periodi.

Infatti, dal vocabolario, apprendiamo il patrimonio linguistico del nostro parlare ed è di grande importanza il continuo aggiornamento dei lessici, proprio perché, ogni lingua ha un proprio percorso temporale, chiamato dagli studiosi “sviluppo diacronico”, che si evidenzia allorché mettiamo a confronto i vari periodi di “sincronicità”, nei quali una lingua sembra mantenere un’apparente staticità.

Per meglio chiarire i due concetti di diacronicità e di sincronicità, basta mettere a confronto le formulazioni sintattico-grammaticali e concettuali, ad esempio, di una novella del Decamerone, con la Mandragola del Machiavelli ; oppure, quest’ultimo con gli scritti scientifici di Galilei, e, così di seguito, con gli scritti del Parini o con le forme poetiche di Leopardi a raffronto con quelle del Carducci; o, se a qualcuno punge vaghezza, confrontare il periodare che il Manzoni usa nel suo capolavoro con un altro capolavoro della nostra letteratura più recente, a partire da Verga, a Pirandello, a Calvino, a Sciascia e via di seguito. Persino il linguaggio giornalistico subisce una metamorfosi costante, fatta, più spesso di metafore, sineddoche, metonimie, cioè di quelle figure retoriche che oggi vengono maggiormente usate per rendere più stringato ed incisivo un articolo, forse, perché il giornalista deve condensare in spazi sempre più ristretti il proprio pensiero, considerata, inoltre, la necessità di dare risalto – sul giornale – ad una realtà sociale infinitamente più convulsa rispetto al passato.

Ecco perché si ricorre, più spesso, ad espressioni inglesi, ad una lingua estremamente sintetica, capace di racchiudere in due termini un concetto che, con altre lingue, necessiterebbe di complesse circonlocuzioni. Ma, per quanto attiene a sinteticità e concretezza, i nostri antenati latini non erano secondi a nessuno; c’è da restare ammirati di fronte a quel S. P. Q. R. ( Senatus populusque romanus ) che sintetizzava, in tutte le formulazioni legislative e decretuali la comune volontà di un popolo; vale la pena ricordare ( tanto per fare ancora un esempio sull’icasticità lapidaria dei romani ) una targa che il senato romano fece apporre all’interno di una diga foranea fatta costruire intorno al molo di Ostia; essa si componeva di appena tre parole: “CONTRA MARE SENATUS”.

Poi, lo stile roboante del Barocco, la sensibilità elegiaca del Romanticismo, il Manierismo, il Neoclassicismo, il Fascismo, il Nazismo e tutti i sistemi politici sostantivizzati dal suffisso “ismo” hanno spesso coperto, con l’enfasi roboante dei loro stili espressivi, la pochezza dei loro contenuti; a riprova di ciò, basta seguire in TV un dibattito tra politici o sindacalisti, il cui “politichese” o “sindacalese” consente di eludere l’insidia di domande o confutazioni specifiche, ma che ripete l’antico vezzo di dire il nulla con mille parole.

E’ proprio di questi giorni un avvenimento politico internazionale che ci fa ben sperare nel futuro non solo dell’Europa , ma di tutto il Mondo, l’allargamento ad altri dieci Stati dell’Europa balcanica, orientale e mediterranea, della Comunità Europea; sarà certamente necessario non solo la formulazione unitaria di programmi economici, sociali, giuridici, per una sempre più proficua cooperazione fra i popoli europei, ma sarà problematica prioritaria risolvere la Babele di lingue che ancora ci differenziano; e se proponessimo il ritorno al nostro Latino? Latino che rimane, ancora oggi, il linguaggio ufficiale che intercorre tra tutti i prelati della Chiesa Cattolica.

Al fine di non tediare ulteriormente il lettore, ci si propone di trattare, più specificatamente la problematica del linguaggio attraverso una ricognizione delle principali scuole di linguistica degli ultimi tre secoli.

Giuseppe Chiaia (preside)

Print Friendly, PDF & Email