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Come se ne esce?


In questo lavoro, così come negli altri della medesima sottosezione, si riportano estrapolati di colloqui analitici, finalizzati ad affrontare argomenti di interesse pubblico. L’operazione, con il consenso degli interessati, rispetta tutti i dettami della legge sulla Privacy ed i principi del rispetto e della correttezza professionale.

BUONA LETTURA

Cos’è la rabbia e cosa produce sul corpo e sulla mente di chi la prova?

E’ un accumulo di aggressività che, da conflittuale, diventa sempre più negativa ed è legata, per lo più, a frustrazioni / ostacolo che comportano dei ritardi rispetto a progetti che abbiamo previsto di concludere in un certo tempo.

È sempre così?

Ora le spiego. La rabbia può essere diretta al mondo esterno o al mondo interno. Nel primo caso, ciò è dovuto a torti che riteniamo di aver subito e la cui reazione abbiamo cercato di reprimere per un certo periodo di tempo, producendo un accumulo di tensione che, poi, può sfociare anche in gesti eclatanti. Nel secondo caso, ce la prendiamo con noi stessi quando ci riteniamo responsabili delle frustrazioni che subiamo, anche quelle a carico di altri, magari quando siamo convinti che non abbiamo agito nella maniera più opportuna.

Però, quando una persona si rende conto che è responsabile di una certa situazione o di un dato evento, non è giusto e corretto arrabbiarsi?

No, perché, essendo la rabbia a carica aggressiva, le comporta una reazione che diventa punitiva, in questo caso, nei suoi stessi confronti. Quello che le serve, invece, è analizzare le motivazioni che l’hanno portata a commettere gli errori, nella maniera più fredda e razionale (e, quindi, neutrergica) possibile e, quindi, agire per eliminarle.


Solo in questo modo, la volta successiva, avrà maggiori probabilità di successo. Prendendosela con se stessa, invece, cercherà di comportarsi diversamente solo in funzione del ricordo relativo alla punizione subita, ma non perché è cambiata nel suo modo di essere.

Questo modo di comportarci, ricalca gli esempi che abbiamo avuto da bambini quando, per errori commessi, siamo stati puniti (da genitori, da professori, etc.) in virtù della convinzione che una punizione costituisca un motivo per far cambiare comportamento ad una persona: “La pianta si raddrizza quando è giovane!”.

Quante volte l’ho sentita, questa frase!

E si! E questo cliché si ripete anche nel lavoro, specie in quello subordinato e, soprattutto, nelle competizioni sportive. In questo modo si crea una sorta di imprinting nella mente della persona che, per paura di ricevere ulteriori punizioni, cerca di comportarsi diversamente. E’ un cambiamento di comportamento, ma non di pensiero e di convinzioni, dovuti ad una motivazione aggressiva. Il problema si risolverebbe, invece, attraverso una gestione neutrergica, grazie alla quale si attuerebbe una maturazione della persona. Ecco perché non conviene arrabbiarsi con se stessi.

Però, nel momento in cui una persona si trova in una situazione di questo tipo, cioè in preda a rabbia, come fa ad usare la neutrergia, se è invasa da aggressività?

In quel momento non può farlo, deve solo scaricare la componente aggressiva in qualche modo, a livello fisico o a livello verbale. Con una forma mentis differente, tipo quella che le ho suggerito prima, non produrrà rabbia verso se stessa, perché riuscirà ad essere comprensiva relativamente al fatto che, se ha commesso un errore, evidentemente, in quel momento, non poteva produrre una strategia differente. E allora, cercherà di mettere in atto tutti i sistemi che conosce e, se è il caso, ne acquisirà degli altri, per comportarsi, in un momento successivo, in maniera diversa. E’ questo che fa una persona saggia.

Comunque, quello della punizione è un sistema diffuso… anche secondo i codici deontologici dei liberi professionisti, gli errori devono essere puniti con sanzioni!

La punizione dovrebbe essere prevista per chi si è comportato male sapendolo, come si usa dire… “in malafede”, cioè per avere un vantaggio a danno altrui. Ma, se una persona ha sbagliato e non se n’è resa conto, la punizione dimostra che la Società è ancora barbara, incivile e in essa vige, ancora, la legge del taglione. In questo modo l’ambiente non contribuisce a far maturare le coscienze ma, semmai, induce a far cambiare comportamento… ma su basi di paura, non certo su basi di miglioramento. Allora, l’essere umano oppresso, represso e costretto a comportarsi in maniera snaturata, anche se più idonea rispetto al giudizio altrui, cercherà le occasioni in cui nessuno lo controlla per dare sfogo ai cosiddetti “bassi istinti”. Infatti, i violenti per antonomasia li troviamo nei paesi repressivi, come l’Inghilterra o la Germania, dove l’educazione è sempre stata rigida, ma per imposizione, per paura, per terrore, non per convinzione.

Questo stato, cosa comporta sulla mente e sul corpo?

Un danneggiamento, che parte dalla mente, perché si ha una forte perturbazione di tipo aggressivo e, poi, può trasferirsi sul corpo perché i segnali bioelettrici vengono alterati e si possono determinare psicosomatosi. In aggiunta, sul corpo si può anche scaricare la rabbia con meccanismi di autopunizione. Conosco persone che si creano lesioni corporee per punirsi di errori commessi.

Anche io…tuttora ho la psoriasi!

Il suo, è un meccanismo di tipo inconsapevole, per cui aumenta moltissimo il livello di attività autoimmunitaria e si produce un danno sia cutaneo sia articolare.

E la febbre ci rientra?

Sì, il rialzo termico è legato ad un accumulo di tensione che si scarica sul termostato che si trova a livello diencefalico, in una zona centrale del cervello che si chiama diencefalo. In questo modo scarica calore e, siccome quest’ultimo, prodotto da un’accelerazione delle particelle e l’accelerazione è a carico aggressivo, in definitiva scarica aggressività.

Però così, poi, mi trovo in uno stato di debolezza.

Perché consuma energia.

Come mai non riesco a sfruttare la piscina in questi momenti? Sono così stanca da non poter fare movimento!

Il discorso è complesso. Bisogna vedere come ci arriva, alla determinazione di farsi del bene attraverso il movimento corretto. Se lei attraversa un momento in cui è infastidita con se stessa perché si ritiene responsabile, come può pensare di essere conciliante e disponibile a venirsi incontro attraverso lo smaltimento dell’aggressività in piscina? Può darsi che mette in atto un blocco psicologico che glielo impedisce. Per prima cosa bisogna conciliare, perché anche una persona stanca riesce a fare un po’ di movimento fisico, poi si può sentire esausta, ma non ha le manifestazioni che, spesso, mi riferisce lei.

Anche ieri, sono andata in piscina ma dopo pochi minuti sono dovuta uscire perché ho sentito una forte debolezza, con abbassamento della vista, e barcollavo…sono tornata a casa senza neppure farmi una doccia!

Consideri che non poteva essere un esaurimento fisico, altrimenti non sarebbe riuscita a tornare a casa!

E cos’è stato?

Delle reazioni autoaggressive che la portano a perdere il controllo della situazione e a produrre panico, per cui, la cosa più ovvia che le viene in mente, è quella di scappare in un posto dove si sente sicura, cioè casa sua. Tutto questo, perché le sta accadendo qualcosa che le fa paura, dal momento che non riesce a gestirla né a controllarla; però, di fatto, se ci riflette, riesce a guidare la macchina, a salire a casa, ad aprire la porta e a chiuderla, per cui, dal punto di vista oggettivo, così male non sta! Se stesse male sul serio, non ci riuscirebbe. E, soprattutto, una persona che ha dei seri problemi di salute, difficilmente produce un attacco di panico: non ne ha neppure l’energia.

Comunque, credo che sia necessario “impedirmi” a priori, la produzione di certi elaborati dannosi!

Sì, ma senza costrizioni.

Io ho verificato che smaltisco in tempi brevi e con più facilità la rabbia verso il mondo esterno, cosa che non succede quando la rabbia è verso me stessa. Ciò accade per quello che mi ha spiegato?

Sì. Le faccio presente che, per esempio, la produzione di attacchi di panico è legata soprattutto ad una personalità molto rigida ed alla presunzione di voler controllare le attività del mondo inconsapevole. Allora, la personalità rigida non è in grado di smaltire le frustrazioni in maniera semplice. A ciò spesso si lega la convinzione di essere sempre responsabili degli errori che si commettono e, soprattutto, di non accettarli; a quel punto, aumentano le tensioni interne, si cominciano ad avere delle interferenze negli elaborati e nella conduzione degli impulsi nervosi, si teme di non poter più controllare quello che è il proprio comportamento e si produce panico, legato alla non accettazione di trovarsi in quello stato. E’ un circuito chiuso che alimenta se stesso. Che, poi, per potersi manifestare e sostenere ci sia bisogno di uno squilibrio di neurotrasmettitori, è vero, ma è il risultato quello, non è la motivazione. Allora, per liberarsi degli attacchi di panico bisogna lavorare sodo per modificare le idee e diventare più elastici, più flessibili, più adattabili, più concilianti. Non ho mai conosciuto una persona elastica mentalmente che abbia prodotto un attacco di panico.

Rendersi accessibili a se stessi significa rendersi comprensivi verso se stessi?

Accessibile significa disponibile al dialogo… e, in genere, il dialogo avviene tra due persone che sono disponibili ad ascoltare, prima, e a parlare, dopo. Un buon ascolto porta all’ingresso di dati che possono influenzarci positivamente e farci cambiare idea. In conclusione, essere accessibili significa darsi la possibilità di cambiare al meglio e di non danneggiarsi. Se non sei accessibile non ti puoi nemmeno parlare e se hai deciso, per abitudine, di mettere in atto una strategia autolesionistica, la porti avanti fino alla fine. Quante volte lei mi dice “io provo a dirmi che le cose dovrebbero andare diversamente, ma non ci riesco a cambiare?”


Accade spesso!

…Perché, in quel momento non è accessibile, sta parlando ad un muro. Però, a furia di parlarne, di queste cose, pian piano diventa permeabile e, siccome, a livello inconsapevole, non è certo stupida, si convince che è bene cambiare sistema.

Io ne ho tanti, di apprendimenti ‘punitivi’!

Ad esempio, durante la mia esperienza scolastica, ho avuto insegnanti autoritari e rigidi, a partire da un’insegnante della scuola elementare che mi menava se, per caso, scrivendo, andavo fuori rigo. E ora io attuo questi sistemi punitivi verso me stessa!

Effettivamente, lei attua un sistema costruito negli anni e diventato, ormai, un’abitudine.

E cosa posso fare?

Quando prova delle sensazioni contro se stessa, si guardi allo specchio e si parli dicendosi che è solo legato a quello che ha imparato. E’ molto probabile che, osservandosi bene negli occhi, entri in comunicazione con la sua parte più profonda e qualcosa cambi.

E per le mie preoccupazioni?

Provi a fare tesoro di quanto disse, una volta, Winston Churchill: “Quando sono sopraffatto dalle preoccupazioni, ripenso a un uomo che, sul suo letto di morte, disse che tutta la sua vita era stata piena di preoccupazioni, la maggior parte delle quali per cose che mai accaddero”.


G. M. – Medico Psicoterapeuta

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