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Dai genitori ai figli e viceversa. Stare “accanto” a chi si vuol bene… nel modo migliore!


…Per crescere meglio – 12

Ciao doc…. che periodo!!! Ed è proprio per quello che mi sta succedendo che oggi affronterò determinati argomenti.

In una famiglia ci sono degli atteggiamenti che vanno modificandosi secondo le circostanze… per cui oggi volevo affrontare un discorso che va a toccare l’assistenzialismo che delle volte va addirittura a sfociare nel viziare le persone ed in una eccessiva “cura” dell’altro (familiare), devo dire, immotivata.

Affrontiamo questo argomento secondo un ordine che ci suggerisce quello che è il ciclo della vita.

Una donna sposata o che, comunque, affronta le dinamiche di una convivenza, si abitua ad essere trattata in un certo modo, ma, nel momento in cui si ritrova incinta, diventa la “regina” di casa e dintorni. Infatti, l’atteggiamento di marito/compagno e parenti, a partire sin da subito, diventa eccessivamente protettivo e assistenziale anche quando la donna non è ancora per niente impedita in tutte quelle che sono le attività del quotidiano e non vive una gravidanza a rischio.


Mi rendo conto che la premessa è stata lunga, ma volevo evidenziare la differenza di comportamento degli altri tra il periodo prima del parto, in cui tutti colmano la donna di attenzioni, e quello successivo quando cioè queste attenzioni svaniscono di colpo per essere trasferite sul neonato.

Stefania, andiamo alla domanda!

Si, scusa: cosa c’è, secondo te, di giusto o di sbagliato in tutto questo e, se proprio si deve agire in tal modo, in che misura è bene farlo?


Abbiamo cominciato a parlarne quando ci siamo occupati di gravidanza….

Non è corretto occuparsi di una donna in gravidanza così come tu hai descritto e così come comunemente avviene, perché costituisce un’intromissione nella vita altrui tenendo conto, fra l’altro, che l’interesse è transitorio e rappresenta un esercizio di potere nei confronti della donna; le si somministrano suggerimenti che poi, in pratica, sono consigli da accettare senza possibilità di deroga in funzione di quello che normalmente si crede sulla base di tradizioni consolidate.

E’ un po’ come osservare un animale pregiato e cercare di mantenerlo in buona salute… quasi come un oggetto!

Se la donna in questione è una donna matura, si rende conto di come vanno le cose nella vita e cercherà di trarre il positivo da questo interesse, preparandosi al cambio di registro, nel momento in cui nascerà il bambino; se la donna, invece, è alla sua prima esperienza e comunque non ha potuto sviluppare una personalità “valida”, si sentirà importante, al centro dell’attenzione e, a sua volta, cercherà di esercitare un potere sugli altri … con le cosiddette “voglie” per esempio…., con i disturbi prevalentemente psicologici… (chiaramente non parliamo di disturbi organici, se e quando ci sono…)

In quest’ultimo caso (di una donna poco matura), dopo il parto la vita si complica perché non è più nel centro dei pensieri del marito, dei suoceri, dei genitori, degli amici, dei parenti…, si ritrova con un carico di lavoro maggiore e passa da una condizione di principessa ad una situazione multi-funzione in cui prevale il ruolo di casalinga e baby sitter tuttofare.

Come ci si dovrebbe comportare allora?

Bisogna ricordarsi che, tra esseri umani, è necessario che prevalga il concetto di rispetto che prevede la non intromissione nella vita degli altri e l’intervento, solo dietro richiesta. Se qualcuno ha qualcosa da dire ed è positiva, si propone e non si impone e si lascia che la donna faccia la vita che ritenga essere quella più giusta. In questo modo le cose non cambiano durante la gravidanza (parliamo di rapporto nei confronti della donna) e non cambieranno dopo il parto… semmai, se proprio si vuole essere utili, lo si può fare dal punto di vista fisico provando a dare una mano a questa ragazza, per aiutarla a riposare prendendosi cura del bambino quando lei dorme… e sempre che lei stessa sia d’accordo!!!

Dopo il parto, la mamma passa dal ruolo di assistita a quello di assistente perché deve badare al bambino e questo è più che giusto visto che il piccolo dipende completamente dalla madre ed è ancora incapace di badare, in qualche modo, a se stesso…però i bambini poi crescono!

Io ho sempre avuto l’idea di dover assistere mia figlia (che adesso è grandicella e abbastanza autonoma) esclusivamente riguardo a quelle cose nelle quali non era capace…

Si parte alla nascita nel dal darle tutto, ma poi, man mano, la mia idea è quella di sganciarla per ogni cosa possibile dalla mia assistenza, ma non perché io non voglia darle determinati aiuti, ma perché ritengo che, per la sua vita, sia necessario che sia autonoma ed indipendente.

In questo, purtroppo, nel mio caso specifico, vista la vicinanza con i miei genitori e l’eccessivo “averci a che fare”, mi trovo a dover cozzare con il loro atteggiamento… :mia madre ci manca poco che imbocchi mia figlia quando mangia, ma, (orrore!) come mia madre, ci sono tante altre nonne e, ahimè, anche proprio dei genitori!!!

Io ricordo, per esempio, quando dovevo recarmi a scuola, che me ne andavo da sola, a piedi e senza essere accompagnata.

Oggi, diciamo che, visti i tempi, bisogna purtroppo vigilare sui figli e sulla loro incolumità, ma, con questa motivazione, finiscono per non fare più un passo da soli, vengono scarrozzati, assistiti, viziati…

Stefania… dove vuoi andare a parare?

Ora arriva la domanda, ma prima, una piccola premessa…

È proprio necessaria?

Si, è indispensabile. Mio padre mi diceva: “Se vuoi, vai a scuola a piedi, io non ti passo a prendere!”. Beh, era esagerato in questo senso, ma la cosa assurda è che oggi lo ritrovo predisposto all’opposto.. con mia figlia.

Allora, la domanda è questa: fino a che punto i bambini hanno bisogno della nostra assistenza?

Man mano che il bambino cresce, il rapporto coi genitori deve cambiare, nel senso che deve evolversi da un controllo e una vigilanza continua, quando il bambino è molto piccolo (fino a 3 anni, almeno) per cui bisogna evitare che si faccia male con le proprie esperienze nell’ambiente domestico soprattutto, ad una fase di osservatori attenti, a debita distanza, senza che il bambino se ne accorga, lasciando che quest’ultimo assuma delle responsabilità e metta in atto le proprie scelte per quanto possano essere sbagliate… parliamo di giochi, di abbigliamento da indossare… e si decide di intervenire quando ci si rende conto che c’è un effettivo pericolo: il tutto sempre senza allarmismi, perché il figlio che vive in una condizione di allarme frequente, diventerà un adulto prevalentemente ansioso; se si vive in un ambiente in cui, di fronte a problemi anche di media e grossa entità, si assiste alla messa in atto di strategie in maniera lucida e razionale, difficilmente si perderà la testa di fronte alle difficoltà perché si è imparato che a tutto c’è una soluzione… e se proprio non si riesce a risolvere quel problema… beh, pazienza, c’è tanto altro di cui occuparsi!

Io, per esempio, sono un soggetto ansioso…proprio per come sono stata cresciuta; adesso mi ritengo un po’ migliorata, però, spesso e volentieri, per me un piccolo problema diventa un grande problema e quello che mi terrorizza e che, con mia figlia, ho un atteggiamento altalenante in quanto, avendo in me molto radicato questa predisposizione all’ansia e alla disperazione per ogni fesseria, se non riesco a contare fino a 10… mi mostro esattamente per come sono e non sempre riesco a dirle “Non preoccuparti! Non fa niente, è una sciocchezza!”

Scusa, una piccola divagazione… come si responsabilizzano i bambini rispetto al denaro ed al valore degli oggetti? Magari è un argomento su cui ritorneremo, ma, al momento vorrei evitare di commettere errori grossolani!

Responsabilizzare i figli, mettendoli in condizione di capire che il danaro viene prodotto con un impegno e con il consumo di vita diventa un fatto positivo, soprattutto per il futuro. C’è da raggiungere una sorta di equilibrio fra spiegazioni che si forniscono (che servono ad incentivare un uso più razionale di quello che si ha a disposizione ed a ridurre il rischio di una cattiva gestione o uno sperpero) e l’accettazione che una quota fisiologica vada persa perché utilizzata male, tipica di una neutrergia ancora tutta da costruire del bambino. Questo è importante da tenere in considerazione perché altrimenti, nel futuro, il bambino diventerà una persona che, siccome ha collegato la lontananza dal genitore con la necessità di lavorare per comprare gli oggetti, ogni qualvolta perderà qualcosa produrrà un angoscia… anche quando sarà adulto! Non riuscirà a capirne le motivazioni però produrrà ugualmente delle emozioni sofferenti in quanto, inconsapevolmente, si darà la colpa della lontananza di un genitore soprattutto quando, come nel caso di tua figlia, vive con uno solo dei genitori. Questo aspetto può essere affrontato meglio, nel tempo, imparando a coinvolgere il figlio in attività di casa dando il cambio del danaro che utilizzerà per le sue spese: a quel punto avrà imparato il valore del danaro e, senza viverlo in maniera eccessivamente restrittiva, saprà utilizzarlo meglio… perché saprà che, per comprarsi una bambola, ad esempio, dovrà impegnarsi un certo quantitativo di tempo sottraendolo ai giochi o ad altre cose che gli piacerebbe fare.

Buona… anzi ottima idea!

Tornando al discorso assistenzialismo….

Dopo aver parlato dei genitori che assistono i propri figli, parliamo del contrario e cioè dei figli che assistono i genitori. Tu sai che, in questo momento, mia madre, che si è operata da poco ed è abbastanza debilitata, è stata trattata da tutti… un po’ come la donna incinta di cui abbiamo parlato poc’anzi; ha preteso decisamente più attenzioni di quanto avesse realmente bisogno (una volta passati i primi giorni più critici)… come ad esempio il fatto di dovermi alzare alle 6 del mattino per andare a passarle un panno umido sul viso e aiutarla per la colazione… quando poi, dopo poco altre persona comparivano sull’uscio della sua stanza, per darle una mano…

Allora mi sono chiesta se fosse giusto trascurare mia figlia per occuparmi, in questo modo esagerato, di mia madre… ma qual è il limite per sentirsi “nel giusto” quando vogliamo, o dobbiamo, occuparci degli altri?

La gestione della malattia e della sofferenza in termini di autoaffermazione sugli altri è diffusa in ogni fascia d’età. Quante volte si sente dire da un genitore ad un figlio che non vuole andare a scuola “Solo se stai male, se sei malato sei autorizzato ad assentarti!”

In questo modo il figlio, in futuro, inconsapevolmente, produrrà disturbi reali su basi psicologiche ed otterrà il suo scopo. Questo figlio diventerà grande, poi adulto e poi anziano riportando sempre di più il concetto di malattia come unica giustificazione ad evitare di fare ciò che vuole… e questo è un dato di fatto.

A questo punto facciamo un distinguo tra esseri umani più o meno maturi; l’essere umano più maturo è quello che ha sviluppato il senso della dignità, per cui preferisce non sentirsi di peso nei confronti degli altri e, a qualunque età (giovane, adulta o anziana) cercherà di essere comunque autonomo e gestire anche le proprie limitazioni organiche che si presentano andando avanti con gli anni; l’essere umano non maturo ci fa assistere al festival del malanno come decorazione sul campo, come medagliere da apporre sul petto per ottenere quell’attenzione che non riesce ad avere con vie più corrette. E allora…

La persona matura riesce ad avere le sue soddisfazioni a prescindere dalla malattia e, nel momento in cui non sta bene, preferisce non mettersi in mostra, per una questione di riservatezza e dignità.

Addirittura, arriviamo a situazioni come quella che riguarda i miei genitori a cui più volte ho proposto di comprare degli appartamenti attigui o costruire una villa bifamiliare in cui ognuno mantenesse la propria indipendenza, avendo la possibilità di frequentarci un po’ più spesso, per “godere” reciprocamente, della presenza dell’altro. Purtroppo, loro hanno scelto una soluzione diversa, preferendo restare da soli. Però posso dirti che ogni volta che mia madre o mio padre non stanno bene, non ce lo fanno sapere; mio padre ha avuto problemi cardiaci e mia madre ha avuto problemi con le articolazioni ed in entrambi i casi io sono stato l’ultimo a saperlo e addirittura quasi si sono rammaricati che ne sia venuto a conoscenza… forse ho qualcosa da rimproverarmi per non avergli fatto capire abbastanza che gli voglio bene e che ho piacere a stare con loro… che ci sono tante cose che, ancora, potrebbero insegnarmi… che le mie figlie hanno tanto bisogno della figura affettiva dei nonni…. Ma cosa vuoi… anch’io, evidentemente, ho i miei limiti nell’evidenziare appieno le mie idee ed i miei sentimenti!

Perché sei così “amaro”?

Perché, nella realtà delle cose, un figlio ha sempre bisogno di sentirsi tale, anche quando, nella vita ha realizzato tanto: solo da un genitore, soprattutto quando si è avanti negli anni, puoi sentirti pienamente accettato… perché nel rapporto che si crea, non ci sono secondi fini o conflitti competitivi. Con gli “altri”, più sei solido e più devi fare da “spalla”!

Da spalla?

Fai mente locale… immagina il rapporto con un partner, con un figlio, con un fratello, con un amico particolare: devi sorreggere, aiutare a crescere, dare l’opportunità di spiccare il volo… e sapere stare in disparte…

È tremendo, non ci avevo pensato!

Ma, allora, come ci si dovrebbe comportare con un genitore in difficoltà?

Con neutrergia!…perché un conto è trasmettere disponibilità e affetto, un conto è immolarsi inutilmente cercando di sopperire ad organizzazioni che possono essere portate avanti da altri, finendo poi col caricare la propria vita… di per sé già complicata. Bisognerebbe mettersi in condizioni di stornare una quota economica per i momenti difficili così da coinvolgere persone (infermieri o personale qualificato) nell’assistenza diretta e nelle pratiche più impegnative dell’arco della giornata per potere essere accanto ai genitori soprattutto da figli.

Così si può stare accanto e dare accettazione, affettività, conciliazione, comprensione e lasciando fare dei lavori ad estranei predisposti a tali compiti, per salvare quel minimo di dignità che un genitore deve mantenere perché è stato il genitore a cambiarti il pannolino quando eri piccolo ed a lui non fa tanto piacere sapere che sia tu, figlio, a cambiare il pannolone se c’è bisogno: non te lo dice, però, a quelle condizioni, si sente veramente inutile. Tutto questo va, però, programmato per tempo e sempre che si abbia di fronte due genitori maturi.

Spero che, con questa risposta, mettiamo tranquille tutte le persone che non sanno come comportarsi.

Il concetto di assistenzialismo deve essere rivisto, perché un genitore continua a rimanere un essere umano da rispettare in pieno e non va visto come uno strumento da pulire o da imboccare con un certo fastidio; questo non ha crismi di solidarietà umana, questa è una strumentalizzazione! Quando non si è avuto un buon rapporto tra genitori e figli si può, inconsapevolmente esercitare una vendetta da parte del figlio nei confronti del genitore e, quindi, lo si fa sentire un inetto, un incapace che deve subire queste “attenzioni”.

Casa di riposo sì o no? C’è gente che non sa cosa è meglio fare per i propri genitori anziani…

Io ritengo che, se c’è un buon rapporto, sarebbe opportuno adottare un sistema più naturale possibile e cioè avere accanto un genitore garantendo la propria autonomia (anche fisica quando è possibile) e fare in modo che mantenga la sua vita attiva con le sue amicizie ed i suoi interessi, restando disponibili in caso di bisogno, ma soprattutto continuando a scambiare affettività. Con questo non voglio dire che le case di riposo siano inutili (come può essere per persone che non hanno figli, ad esempio)… Io ho lavorato in strutture simili ed ho conosciuto coppie di ottantenni che, per scelta, hanno lasciato la propria casa per vivere lì, stando in compagnia di altre persone e mettendo al servizio della comunità la loro esperienza di vita e di lavoro. Questi sono casi di scelta “libera” e non “obbligata”.

Ti saluto, “Doc”… è stato un incontro “duro”… andrò a riflettere a lungo!

G. M. & S. L.

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