Posted on

Come mai, in una Società matura, si vive meglio?


…Per crescere meglio – 12

Da qualche settimana, come sai, mia figlia ha iniziato a frequentare la prima elementare. Già da tempo ho provato a spiegarle qual è il motivo per cui va frequentata la scuola, a cosa serve studiare e l’importanza di tutto ciò per la sua formazione e, in definitiva, per la sua vita!

Mi sento sempre insoddisfatta di come pongo con lei ma, se mi guardo intorno, “vedo” molti genitori che costringono i propri figli a studiare, con il solito ricatto morale: “io faccio sacrifici per te e mi aspetto che tu, in cambio, debba studiare!”

Un atteggiamento del genere come va inquadrato?

Cominciamo dall’ultima domanda. Quello che tu hai descritto, rappresenta un atteggiamento stereotipato che esprime un “lavoro fatto metà”.

Cioè?

Mi spiego meglio. Quando si decide (consapevolmente o meno, ha poca importanza) di mettere al mondo dei figli, è necessario attuare una riprogrammazione del proprio tempo vitale, in funzione della loro educazione e della loro crescita. Di conseguenza, il fatto di dover lavorare di più per rispondere alle nuove esigenze familiari va considerato come una cosa normale e non eccezionale. Premesso ciò, vorrei indurti a considerare anche un altro aspetto della faccenda: il tenore globale (materiale, morale, umano, affettivo, etc.) reso possibile dall’impegno del proprio lavoro e dei propri sforzi costituisce un trampolino su cui specchiarsi per accrescere la propria autostima, per sentirsi più utili. Questo, contribuisce a dare un senso alla propria vita!

Si, ma… allora, come ci si dovrebbe comportare per inculcare l’idea che lo studio è importante?

Dal momento che, per definizione, lo studio si può inquadrare come l’applicazione della propria mente su qualcosa di specifico, con continuità e metodo, diventano indispensabili due elementi: l’esempio e la motivazione.

Cioè?

Eh… un attimo!

Secondo te, come impariamo la maggior parte delle cose che conosciamo?

Non lo so, forse sui libri?

Sbagliato! Osservando gli altri!

Ma va!

È proprio così. Immagina quanto tempo dovremmo impiegare sui libri, altrimenti, per imparare tutto quello che abbiamo nella nostra mente. E inoltre, prima dell’avvento della scrittura, come avrebbe “studiato”, la gente del tempo?

È vero, non ci avevo pensato!

E con lo stesso principio, ognuno sviluppa i propri comportamenti… imitando, senza accorgersene, quelli degli altri…

E brava Stefania!

Si vede che i nostri incontri ti fanno bene!

Posso aggiungere, però, che non imitiamo tutti ed indistintamente ma, prevalentemente, alcune persone di riferimento per noi particolarmente autorevoli. Inoltre, per nostra fortuna, questo meccanismo di identificazione, dura per un periodo di tempo limitato, poi, in maniera direttamente proporzionale alla maturità raggiunta, cominciamo a pensare e ad agire, di testa nostra, anche se con alcuni condizionamenti che sfuggono alla nostra attenzione.

Quindi, per tornare al discorso di prima, se un bambino osserva che le sue “figure di riferimento” utilizzano lo studio come mezzo per migliorarsi, con piacere e “normalità”, troverà scontato applicarsi sui libri senza fastidio.

Scusa… ma se un bambino cresce in una famiglia in cui si studia poco, allora è condannato a seguirne le orme! Quindi c’è chi nasce fortunato e chi, invece, è sfortunato… fin da subito!

Calma, calma… ho parlato di persone di riferimento… questo ruolo può essere ricoperto, per quanto riguarda lo studio, anche da altri, per esempio, da un professore che sia in grado di accendere, “dentro”, una buona motivazione.

Si, si… la motivazione!

Nel momento in cui si riesce a determinare un rapporto di rispetto reciproco che crei i presupposti per la costruzione di una stima crescente, spiegando l’utilità dello studio come elemento di autoaffermazione nei confronti della mediocrità in cui, altrimenti, si sarebbe condannati a vivere, si ottiene senz’altro una risposta costruttiva e positiva. Chi, infatti, riscoprendo lo studio come gioco (i bambini, infatti, quando giocano, in realtà studiano!), rifiuterebbe questa opportunità di “liberazione” dall’ignoranza e dalla sopraffazione?

Nessuno, per partito preso, rifiuta l’idea dello studio. Si rifiuta, semmai, l’idea della sofferenza e della costrizione che lo studio fatto a forza ti costringe a subire!

E quindi?

Dovremmo insegnare ai bambini che si può studiare anche giocando (con disegni, immagini, filmati, software al computer, etc.): l’importante è acquisire informazioni da spendere bene!

Andiamo avanti. Parliamo di quei genitori che, per loro problemi, non riescono a fornire ai propri figli le basi per diventare delle persone mature…

… e che vuoi fare, cara Stefania, ci troviamo di fronte, purtroppo, ancora, delle persone impreparate… e ognuno, come sai, fa quello che può!

“Ero un bambino, cioè uno di quei mostri che gli adulti fabbricano con i loro rimpianti.” (Jean Paul Sartre)

Ma non dovrebbero essere previste delle scuole di Stato, per insegnare la “terribile” professione di genitore?

Quello che auspichi, credo che sia un po’ al di là da venire. Per lo Stato è più importante convincerci a spendere per far girare l’Economia (quella degli altri, ovviamente) ed a smantellare il Welfare (la giusta assistenza a chi ha più bisogno).

Cos’è, un’accusa al centro destra?

Mi fai venire in mente alcuni brani di una canzone di Giorgio Gaber: “… ma cos’è la Destra, cos’è la Sinistra?”


Non illudiamoci, chiunque, pur proponendo ricette diverse, arriverebbe alla medesima conclusione: il proprio, personale, tornaconto.

Perché sei così pessimista?

Mi limito ad essere realista. Fino a quando non capiranno che il rispetto e l’accettazione dell’altro “come uguale a te”, pagano più della tracotanza e della furbizia e che infondere sicurezza attraverso tentativi di plagio mediatico, si rivela un boomerang dalle proporzioni gigantesche, si limiteranno, mestamente, meschinamente, a coltivare (male) il proprio orticello, pronti a combattere contro chi ha “i balocchi” più scintillanti!

Tempo fa, nell’articolo “Morale, Politica, Società” ho parafrasato alcuni concetti che, Elio Vittorini, ha espresso nel suo libro, “Uomini e no”: in pratica, possiamo affermare che la conoscenza dei requisiti per lo sviluppo e la maturazione della Società, rappresenta un patrimonio che non è dell’uno soltanto ma dell’uno e di tutti; ” un tale inestimabile valore deve costituire un momento di unità fra tutti, un’occasione di stare insieme, vivere insieme (ognuno nel rispetto dell’altrui spazio vitale), insieme lavorare e credere nell’avvenire”.

In conclusione, cosa possiamo fare?

Metterci “in un’attesa costruttiva” ad aspettare la lenta evoluzione della specie, con tutte le sue selezioni (ricordandoci che, in Natura non sopravvive il più forte o il più furbo, ma chi usa meglio il cervello ed elabora le strategie più idonee): come altri hanno fatto, contribuiamo anche noi a trasmettere speranze di “crescita”…

Insomma, qualcosa di più di un semplice “message in the bottle”!

G. M. & S. L.

Print Friendly, PDF & Email