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In natura nulla ? concepito per far soffrire.





La procreazione è, al di là della soddisfazione di un atto di sensuale concupiscenza, una assunzione di responsabilità nei confronti dell’umanità; e non perché debba valere solo come impegno fideistico, ( eppure anche il più importante dei filosofi scolastici, S. Tommaso d’Aquino, considerava il fine matrimoniale non solo come obbligo procreativo ma anche come “remedium concupiscentiae” ), ma anche perché la prosecuzione della specie deve svolgersi all’insegna di un impegno morale verso i posteri, ai quali si deve garantire non solo la trasmissione di valori etici consolidati dal sapere delle generazioni trascorse, ma, altresì, la contribuzione alla crescita armonica della società, in vista di un costante progresso morale e civile.


Ora bisogna chiedersi: nel nostro futuro è immaginabile un vivere pieno di gioia, libertà, armonica convivenza ?

Verrebbe consequenziale considerare queste aspettative come utopie; ed invece, io dico che ciò sia possibile; ma come?


Allorché si viene al mondo, il neonato, superato il trauma della nascita ( ovviamente si tratta di un trauma aspecifico, giacché la struttura neuronica è ancora legata al cordone materno ) istintivamente cerca i sapori umorali ed ormonali della madre, come istinto e garanzia di sopravvivenza.


Non a caso, nelle moderne strutture ginecologiche il padre è invitato ad accostarsi alla puerpera, ed insieme, sussurrano ed alitano il loro affetto, la loro promessa di amore e tutela a quei pochi chili di vita e di speranza:


comincia, così, il difficile, impegnativo, complesso mestiere del genitore.

E man mano che i giorni, i mesi, i primi anni si accumulano, il già neonato si ritrova inserito in una struttura organizzata da regole, comportamenti, abitudini ed usi che ogni famiglia – sia essa giuridica o di fatto – si è data, e che , a sua volta è stata ereditata dai rispettivi genitori.


E il più delle volte, regole, usi e consuetudini sono il risultato di rigide moralità, di assurdità “Talebane”, dure a morire, perché imposte con l’inconscia paura dell’anatema divino.

E questa ristretta visione, di un istituto così importante come la famiglia, spesso si riduce in un vivere svuotato di impegno, che si scontra con le leggi universali della natura, che favorisce il solipsismo, che sollecita e tenta di rendere naturale la pratica omosessuale, che pretende, quest’ultima, persino, l’adozione di bambini.


L’arte della paternità e della maternità ha, in sé, qualcosa di divino; essa rappresenta il nostro sguardo nel futuro lontano, allo stesso modo come essa è stata il desiderio di proiezione dei nostri genitori; e, quando rientriamo nelle nostre dimore, lasciamo, al di là della soglia di casa, i crucci e le ansie, i moti di rabbia che spesso travagliano le nostre giornate lavorative, ed atteggiamo il nostro viso al sorriso, perché, i nostri figli continuino a ricevere quel primo abbraccio d’amore con il quale li abbiamo accolti, ma è oltremodo importante dedicare molto del nostro tempo al dialogo familiare, a dare certezze positive, spiegazioni logiche agli eventi che spesso turbano la vita sociale, a spegnere la televisione quando ci si riunisce per il pranzo o per la cena, perché sono questi i momenti più armonici di una vita col padre e con la madre.

 

Giuseppe Chiaia ( preside )


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