Posted on


Dal Brasile con furore! Considerazioni sulla stravaganza, dal Pianeta Longostrevi.


Una Vita Difficile 18° puntata ©

Mio padre nella sua singolare, irripetibile e sconvolgente unicità era un uomo comunque, a modo suo, geniale, così come geniale e straordinario era il suo modo di percepire, interpretare e vivere la realtà, non credo che potesse esistere sull’intero pianeta un altro essere umano capace di considerare la vita come lui: faceva delle cose bizzarre (a dir poco), pazzesche, ma alla base di ogni sua mossa anche irrilevante c’era sempre un’idea, un pensiero, un specie di filosofia, un’idea di fondo precisa, una sorta di occulta strategia, purtroppo mio padre non è sopravvissuto alle sue idee.

Ricordo che quando avevamo punti di vista diversi, magari agli antipodi, su un qualsiasi argomento spesso, anzi quasi sempre, per la verità, e la cosa mi faceva a dir poco imbestialire, riusciva con qualche metafora o altro artificio intellettuale a far sembrare comico il mio pensiero e sinanche addirittura il mio modo di argomentare e di sostenere la mia tesi: gli bastava uno dei suoi fantasiossimi esempi (che diventavano sensati solo sforzandosi di seguire la sua logica) che cristallizzasse la fondatezza dell’idea che era alla base della sua opinione per ridicolizzare le idee del suo interlocutore, ossia le mie e per arrivare a dimostrare con un’evidenza (che finiva a quel punto per divenire lapalissiana) grazie all’acume e all’arguzia dei suoi ragionamenti a tratti semiseri e ricchi di citazioni forbite e riferimenti dotti che le idee che l’interlocutore voleva affermare erano delle mere boiate mostruose….

Papà era davvero un conversatore finissimo, impareggiabile, dotato di una abilità e di una sapienza dialettica e oratoria che non temeva confronti, se decideva di (cito un modo di dire che mi sovviene grazie ad una arcinota canzone) “sciogliere le trecce ai cavalli”, liberando tutta la forza poderosa della sua mente indomabile (nelle ore diurne sempre in allerta e pronta a colpire, in stato di perfetta e diabolica efficienza) riusciva con le sue speculazioni pseudofilosofiche e i suoi sofismi a ridicolizzare il pensiero di chiunque gli si contrapponesse nella disputa, non contava nulla l’argomento e la levatura dello stesso, papà era una sorta di tuttologo, onniscente, quando finiva di parlare lui rimanevano sempre tutti a bocca aperta, riusciva a mettere sempre giù le cose in modo da far sembrare che avesse sempre ragione lui anche per affermare le sue verità, nei suoi ragionamenti al limite del fantascientifico, del paranoideo, tangenziali (a dir poco) rispetto a ciò che il buon senso suggerisce; tirava in mezzo sempre delle cose a dir poco pazzesche (almeno secondo il sentire comune…).

Aveva una capacità d’espressione verbale impressionante, unica al mondo (davvero non lo dico perché si tratta di mio padre), credo che il suo lessico quotidiano contenesse almeno il doppio se non il triplo del numero di vocaboli che normalmente vengono usati da un essere umano comune anche di buona cultura per esprimersi: credo che fosse una specie di dono di natura, di virtù innata, una di quelle cose che partono da quando sei molto piccolo, e quando sei grande o ce l’hai o non ce l’hai, non la puoi conquistare strada facendo anche con la devozione più autentica e sincera per la letteratura e per la lingua italiana…

Mio padre aveva una sua (pseudo) filosofia di vita (forse è più giusto usare la parola “pensiero”) ben precisamente delineato: era convinto che la realtà andasse sempre interpretata con lo stesso spirito della meraviglia candida, immacolata di chi si trova a vedere il mondo, la luce, la realtà per la prima volta, con lo stesso stupore incredulo ed euforico del fanciullo pascoliano ma anche con insieme una strana e profonda cautela, nella consapevolezza della assoluta relatività dei significati delle cose, della suscettibilità della stessa a prestarsi ad innumerevoli e diverse interpretazioni e chiavi di lettura, ognuna discendente da un determinato sistema valoriale e ordine interiore dell’osservatore, nella consapevolezza che dietro l’apparenza delle cose c’è sempre una realtà sconosciuta, più profonda che si coglie solo se si guarda ciò che ci circonda con occhi diversi, c’è molto oltre l’apparenza delle cose…

Mi permetto una piccola parentesi: sono un mediocre anzi pessimo suonatore di chitarra, strumento che ho sempre adorato sin da piccolo, prendendo anche costosissime (credo siano i soldi in assoluto spesi meglio nella vita…) e innumerevoli lezioni di chitarra da professionisti di elevatissimo spessore artistico ed umano, un artista al quale mi sono sempre ispirato e rapportato con devozione e fanatismo infinite e che nell’olimpo del club dei più grandi al mondo non ha certo bisogno di presentazioni (tantomeno mie) che credo sappia bene cosa ho inteso esprimere nel periodo precedente è il mitico Carlos Santana, autore non a caso di un fantastico disco dal titolo e forse ancor di più dalla immagine raffigurata sulla copertina dello stesso (secondo me immagini simili dovrebbero essere vietate ai minori…) assai emblematico “beyond appareance” (oltre le apparenze)..

Io sono stato una sola vola in brasile, mi ci portò papà, nell’83 mi pare, per pochi giorni ed ero molto piccolo, ricordo che passammo la notte di capodanno seduti sulla sabbia della spiaggia di copacabana a rio de janeiro e ricordo che quella moltitudine, quella distesa infinita di anime solitarie o a piccoli gruppui, perlopiù raccolte, silenziose, ognuna con la propria candelina densa di sospiri e speranze, accesa ad illuminare di una luce surreale, magica, sovrannaturale fino a perdita d’occhio senza alcuna soluzione di continuità , l’oceano pareva col suo moto perpetuo sul bagnasciuga unirsi e disunirsi con la freschezza insatura delle sue onde come ad abbracciare quel solo cuore pulsante, quella moltitudine di anime che sembrano fondersi insieme nella comune ricerca del trascendente, del sovrannaturale, dell’invisibile, dell’infinito e dell’ignoto.

Vi sono purtroppo persone, ne conosco purtroppo parecchie che dei veri e propri tubi digerenti; non pensano: o meglio pensano solo a bere, mangiare e defecare (ovviamente bene) e non si sono mai posti nessuna domanda e quindi non hanno mai (ovviamente) la minima problematica di carattere psichico o psicologico, ma chi è dotato di un minimo di sensibilità non può in certi casi non restare a dir poco turbato, scosso, colpito di fronte a certe visioni: in brasile si rischia di rimanere colpiti dalla “sindrome di Stendhal” quasi ad ogni angolo di strada se si è dotati di una spiccata e feconda sensibilità, non servono grandi panorami e paesaggi mozzafiato tipo quello che si vede dal Pao de Asucar, alludo a una cosa molto diverse, mi riferisco al potere tremendo che esercitano sulla nostra anima (almeno per me è stato così) immagini, le sensazioni che provi anche solo assistendo al quotidiano svolgersi della vita in alcuni vicoli delle grandi metropoli sudamericane, la presenza di situazioni caratterizzate dall’integrazione spesso surreale tra cose che ti svelano quante e quali forme a te del tutto ignote può assumere la vita in certe circostanze …

La frase che ho sentito nella mia vita più spesso ripetere a papà quando mi vedeva attribuire eccessiva importanza a qualche mio malessere o problema era “la vita è una commedia non una tragedia”, questo messaggio è la più grande eredità che ho avuto in dono con la sua scomparsa.

Sono convinto che mio padre (sempre dal ’78 in poi) non abbia mai fino in fondo veramente inteso appieno il confine tra il gioco, il comico, lo scherzo e la realtà, tra ciò a cui ci si può rapportare in chiave comica e ciò che invece la vita ti impone ti prendere seriamente con spirito del tutto rigoroso, composto, sobrio e assolutamente intransigente.

Per papà, e qui cito il brano di Carlo Levi che ho già trascritto in una puntata precedente, e di questo ne aveva fatto oltre che una convinzione profonda, un approccio alla vita, NON ESISTONO LIMITI CHE NON SIANO ROTTI DA UN INFLUSSO MAGICO.

Per lui non esistevano regole, per lui tutto era possibile ed era come se lo scopo della sua vita fosse quello di dimostrare a tutto il mondo (oltre che a se stesso) che tutto l’impossibile per lui diventava possibile.

Mi ricordo che una volta, tanto per fare un esempio a caso, ci trovavamo in Giappone a Tokio Disney, un mega parco di divertimenti, ove (come anche capita alla vera Disneyland o qui in italia a Gardaland), una volta pagato il biglietto di ingresso, è vero che puoi muoverti come vuoi, ma per riuscire ad avere accesso alle attrazioni più belle, di maggiore richiamo, bisogna sottoporsi a code pazzesche, interminabili, infinite (anche di diverse ore), ordinatamente stipato tra le persone che attendono come te il proprio turno e che come te riescono a fare un passo avanti di un metro ogni mezz’ora con a fianco, a distanza regolare fra loro, disseminati lungo tutto il percorso, i cartelli segnaletici che indicano il tempo d’attesa residuo stimato dagli organizzatori (con precisione impressionante) per giungere dal punto in cui ti trovi alla fine del calvario e quindi al tuo giro sulla “giostra” che hai tanto a lungo sospirato di sperimentare. Noi bambini (io e mia sorella) eravamo fortissimamente desiderosi di provare “space mountain”, un’attrazione (sconsigliata o addirittura vietata ai cardiopatici) consistente in quelle che qui da noi chiamiamo “montagne russe”, con la particolarità però di essere al chiuso, all’interno di una struttura immensa ove i carrelli con dentro la gente si muovono con impressionante rapidità nei loro sali-scendi e vari giri della morte, tanto più emozionanti quanto più inattesi rigorosamente al buio, o meglio col nero fitto del buio rotto solo da qualche punto di luce gialla a rappresentare le stelle, così essendo a priori escluso che lui prendesse anche minimamente in considerazione l’idea di passare 4 ore della sua vita in coda e sotto il sole per una cosa che durava si e no 5 minuti, decise di appostarsi di fronte ai portelloni da cui defluiva la gente all’uscita della corsa (da vero brivido) e prima che questi si richiudessero si intrufolò dentro obbligandoci a seguirlo e appena arrivarono i primi carrelli vuoti ci fece accomodare con lui a fianco sulla parte anteriore di uno di questi…

Gli addetti alla struttura accortosi della scena arrivarono con fare molto calmo ma al contempo deciso ad invitarlo ad alzarsi spiegandogli molto diplomaticamente qualora non gli fosse stato chiaro che la porta da cui noi eravamo entrati era l’uscita e non l’entrata e che ci dovevamo alzare e lasciare il posto a chi aveva fatto la coda…

Mio padre rispondeva all’impiegato bofonchiando parole e suoni incomprensibili, perché inesistenti nella realtà (all’inizio disse “niet”, “niet” fingendo di essere un russo mezzo cerebroleso cocciuto e inamovibile come un mulo poi sparò sillabe e parole di pura fantasia tipo Ciribirpì-kodak…), frutto della sua fervida fantasia, facendo intendere chiaramente all’interlocutore che poteva star lì finchè voleva ma che tanto lui da lì non si sarebbe mosso nemmeno per sogno…

Costui tra lo sgomento e l’incredulo dopo 5 min. di parole non potendo nemmeno far aspettare gli altri visitatori oltre, si girò indignato e disse: ok go.

Questo perché mio padre attribuiva al comico un’incommensurabile e ineguagliabile dignità morale e valutava l’ironia e soprattutto l’autoironia come una fantastica conquista dello spirito rappresentativa di una formidabile elevazione spirituale.

Io credo che papà percepiva dal profondo sempre viva l’istanza di alimentare ed appagare un irrefrenabile bisogno interiore di disordine, di velocità, di azione che gli derivava dalla sua innegabile diversità, singolarità (bizzarria?) psichica, umana, caratteriale: credo che il caos esercitasse su di lui un’attrazione irrefrenabile perché in esso ritrovava la stessa inquieta, tumultuosa, inarrestabile ed iperaggressiva energia che si sviluppava quotidianamente nelle sue sinapsi neuronali facendolo apparire come in fuga costante, esasperata, disperatamente dissennata conferendogli le sembianze di un profugo, di un reduce, di un sopravvissuto o se si preferisce di un vero indemoniato…

Dio, secondo lui, giocava a dadi era come un grande computer impazzito…

Per questo il suo orientamento confessionale stigmatizzava le religioni trascendenti a favore di quelle immanentistiche orientate a rifiutare qualsiasi verità che non sia stata comprovata dalla storia, dall’esperienza.

Un altro cosa che papà non tollerava e concepiva era il bisogno della figura di un intermediario tra il fedele e Dio anche perché le proprie esperienze personali lo avevano portato a ritenere che molto spesso ai rappresentanti della chiesa cattolica si potesse attribuire la seguente esortazione “fai come dico io ma non fare come faccio io”, essendo tutti molto bravi a predicare ma assai poco ad interiorizzare davvero alcune norme e prescrizioni di vita, avendo lui stesso nella sua movimentata vita di uomo di mondo assistito ad episodi e circostanze che, pur senza generalizzare, gli avevano indotto verso costoro, ossia i rappresentanti del clero, un profondo disprezzo.

Era una persona animata sempre da un profondo scettiscismo: voleva sempre poter valutare toccando con la propria mano e traendo quindi conclusioni autonome, diffidando categoricamente di attribuire oggettività ai risultati ed alle evidenze empiriche ottenute da altri e delle conseguenze che se ne dovevano poter dedurre.

Giusto o sbagliato che fosse (secondo il sentire comune) lui aveva un suo metodo e procedeva spedito come un treno direttissimo nelle scelte che quotidianamente la vita gli poneva da operare cercando sempre tra due alternative quella che più si armonizzava con il principio che lui riteneva andasse applicato a quella scelta anche se magari l’alternativa scartata offriva una risposta che sembrava più vantaggiosa, ossia più premiante nell’immediato.

Una momento che papà ricordava sempre con infinito calore e nostalgia riguarda il discorso al quale si trovò ad assistere da matricola all’inaugurazione dell’anno accademico dal rettore della sua università che conteneva una spiegazione da parte di quest’ultimo della differenza fra il concetto di “studente” e il concetto di “studioso” con l’intento di stimolare negli ascoltatori lo stesso ardore e la stessa vorace fame di sapere, di conoscere, di imparare, di amore per la scienza, appassionarsi a tal punto da voler conoscere, ricercare e sapere sempre di più, quella sorta di sacro fuoco che ha animato gli studiosi più illuminati e devoti.

Mio padre, che all’università è stato veramente un grande, raccontava spesso a mia sorella che aborre le interrogazioni orali perché affetta da timidezza misto panic-attack come lui provasse una sorta di vero e proprio orgasmo durante gli esami orali nel potere dare sfoggio di tutto il suo sapere e della sua preparazione assoluta che non sarebbe vacillata nemmeno di fronte alle domande più difficili e perniciose, lui agli esami godeva perché mentre interagiva col professore che lo interrogava sapeva, visto che a certi livelli le persone si guardano in faccia e si capiscono subito, che il suo esaminatore capendo la preparazione e la capacità intellettuali dell’esaminando iniziasse magari dopo averne intuito la preparazione a metterci del suo per vedere unendo i due cervelli dove si poteva arrivare.

La sua più grande libidine interiore era il piacere che gli dava il sapere di sapere e di saper far sapere .

E non si interessava solo della sua materia, la medicina nucleare, per la quale ebbe una vera e propria folgorazione nell’84 che lo aveva portato a conseguire la specialità e a divorare voracemente tutte le più significative ed aggiornate pubblicazioni internazionali esistenti ma era anche fortemente attratto dalla storia, dalla letteratura, dalla filosofia e in misura minore anche dalla poesia. Questo non perché avesse un animo duro, arido e insensibile anzi anche se so che è pazzesco da credere da chi lo ha conosciuto, incontrato (e soprattutto scontrato) negli ultimi anni, nelle precedenti diciassette puntate in cui o bene o male quasi sempre parlato anche di lui ho omesso di riferire a sostegno della grande sua dolcezza interiore che fin dagli anni della pubertà mio padre era stato soprannominato da parenti e amici “Titti” come il tenerissimo uccellino giallo dei cartoni animati.

Il momento di massima espressione e cristallizzazione della sua psicopatologia bipolare stava infatti proprio in questa incredibile escursione tra momenti di ferocia inaudita e momenti di toccante e dolcissima tenerezza. Credo che lui stesso sarebbe rimasto molto confuso se qualcuno gli avesse offerto le riprese di un filmato contenente questa sua dicotomica e sconvolgente varietà interiore.

Ricordo che una volta nel giardino della sua villetta a causa della ritrosia del suo fedelissimo Basko (il venditore di jeep usate che gli faceva da portaborse) a partire a spron battuto ad eseguire uno dei suoi perentori quanto (spesso) bizzarri ordini, prese da terra e gli scagliò contro un masso grosso come il casco della moto che se lo avesse preso in testa di sicuro si sarebbe celebrato a breve un funerale e stiamo parlando della stessa persona che si commuove anche vistosamente davanti al finale di un film o magari di fronte ad una rappresentazione teatrale.

La domanda che forse a questo punto può sporgere spontanea al lettore e che anche a me ha destato grandi perplessità è la seguente: come può un uomo così essersi trasformato nell’avido businessman senza scrupoli che perseguiva e credeva solo nel dio denaro e che non guardava in faccia a nessuno?

Alla base di tutto credo che vi fosse la sua grande incomunicabilità che lo portava alla sfiducia nel prossimo, alla diffidenza, alla convinzione di vivere in un mondo, in una società disonesta, ladra, ipocrita, strisciante, falsa e meschina: mio padre non aveva amici o meglio veri amici nel senso che l’entourage di persone alle quali abitualmente si accompagnava nel tempo extralavorativo era composto unicamente da persone che in qualche modo al suo lavoro erano strumentali o che comunque serviva tenersi buoni per motivi di puro interesse ed opportunismo.

Quando poi dava libero sfogo al suo ego strafottente e provocatore papà lo diceva chiaramente che secondo lui in un paese come il nostro che è bravo solo a prendere e mai a dare non pagare le tasse o addirittura rubare è un vero e proprio dovere morale del cittadino.

“Perché io devo lavorare – così diceva mio padre – praticamente da gennaio a ottobre per lo Stato quando riceviamo dei servizi, con una PA che fa acqua da tutte le parti, da far paura all’Africa? Oltre che siamo governati da un sistema politico che si regge sul malaffare, sugli intrallazi, sugli inciuci, sulla sistematica demolizione di ogni principio di democrazia, equità, correttezza, onestà, buon senso e buon gusto”.

Lui pensava ciò perché non tanto per il principio “così fan tutti” quanto perché lo riteneva giusto a priori, una forma di difesa e di autogiusto di fronte ad un sistema marcio fin dalle fondamenta che si perpetua con la complicità di uno stato iniquo, latitante, che ignora le più elementari fondamentale regole democratiche.

Come ha scritto il grande Vasco (amico fraterno di mia sorella Valeria) in una sua celebre canzone (che a me fa letteralmente impazzire) intitolata “tropico del cancro”: “qui non c’è più tempo per sognare, qui bisogna partire, partire!”.

Fabrizio Poggi Longostrevi

– 18 Continua –

Print Friendly, PDF & Email