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Ma i soldi… danno la felicità? Secondo Fabrizio Poggi Longostrevi, l’assioma va “rivisto”!


 

Una vita difficile – 16° puntata. ©

A volte uno sguardo, un sorriso, una sola parola può cambiare una vita… come a volte anche un solo gesto, un solo cenno di una persona ti può ripagare di una vita intera.

So di avere enormemente deluso i lettori nella puntata della scorsa settimana e non ho nemmeno avuto l’ardire (e il coraggio) di rileggerla perché sono sicuro che sarei rimasto a dir poco mortificato, visto che le impiegate del centro medico ove lavoro, che sono di fatto gli unici miei lettori coi quali ho un feed-back costante e diretto, mi hanno senza mezzi termini (apprezzo se non altro la sincerità) detto che faceva pena o quasi…Non ho mai preteso di scrivere come Garcia Marquez, né sono mai stato così esigente e tiranno con me stesso da flagellarmi di azioni autodistruttive se non riuscivo anche spremendomi il cervello fino all’esaurimento a tirar fuori qualcosa di valido, di significativo, dal quale si potesse percepire un po’ d’ANIMA.

Non sempre si riesce a conferire ai propri scritti quella varietà, vastità, profondità e ampiezza di messaggi, di significati, e di contenuti che si ha in animo e desiderio di esprimere e trasmettere al lettore.

Vale un po’ il discorso che ho già fatto a proposito a proposito di feste, anniversari e compleanni: non si può essere ispirati a comando…a orologeria…così quando ci si rende conto che si buttano giù dei pensieri e delle frasi tanto per riempire la pagina, perché si vuole rispettare l’appuntamento con i lettori, ma in ciò che si scrive non c’è un briciolo d’anima sarebbe decisamente meglio lasciar perdere…

Del resto: è meglio una ciambella senza buco o una non-ciambella?

E’ questione di punti di vista.

Io non ho nessun impegno con la rivista (lastradaweb) che mi impone di “timbrare il cartellino” tutte le settimane con una nuova puntata, ma si è creato ormai col tempo, in questi mesi, nella mia ( molto spesso) disorganizzatissima e dissennata vita, un appuntamento idealmente, morale, un input interiore che mi spinge e incoraggia verso la fine di ogni settimana a confrontarmi con le persone che collaborano alla stesura della rivista e che mi stanno dando una mano a far vivere le pagine di questo racconto: per me, è un po’ come una sorta di impegno verso me stesso, mi anima ad esserci, ad esserci comunque nel bene e nel male (anche se sto da cani e non mi sento per niente in “vena letteraria”), ho deciso di uscire sempre allo scoperto, per testimoniare i miei stati d’animo e confrontarmi con gli amici della rivista e sono contento di poterli fotografare nell’album di questa specie di diario che mi illudo possa riuscire a sottrarre alla forza distruttiva e devastante del tempo, dell’oblio e del futuro una parte di me, della mia vita passata, di ciò che sono stato, oltre che coltivando sempre la speranza di potermi confrontare e arricchire attraverso l’interazione con i lettori (ai quali rinnovo l’invito a scrivermi tutto ciò che pensano: finora non ho ricevuto molte mail ma ho sempre, e anche quasi in tempo reale, risposto a tutte) le mie umili riflessioni, le mie spesso deliranti confessioni e i miei racconti di vita.

Del resto a scuola ci si è sempre dovuti andare tutti i giorni e quando la prof. di Italiano separava i banchi e si metteva a dettare il titolo (o i titoli, se era in vena..) dei temi da svolgere non ci si poteva mica alzare e andar via di corsa se nessuna fra le tracce proposte era in grado di suscitarti il benché minimo pensiero, stimolo, interesse…Per non parlare di quando usciva il tema libero…

Quello l’ho sempre odiato a morte con tutto me stesso perché è come se ti mandassero in campo e ti chiedessero di tirare un rigore, ma a porta vuota… E se non fai goal…..?

Ho avuto il grandissimo onore e privilegio di incontrare di persona ad una cena (e poi anche in altre occasioni grazie alla sua amicizia con mia sorella Valeria) il mitico Vasco e quella sera, anche se era a pezzi perché appena reduce da un concerto ha avuto la grandissima pazienza e magnanimità di darmi retta, rispondendo a tutte le mie domande da fan impazzito, molte delle quali sorte in seguito alla lettura di una sua biografia uscita da poco (parlo dell’ormai lontano ’93) e mi è rimasta scolpita nella memoria la pagina in cui il mitico Vasco ha voluto ricordare per nome e cognome quel suo professore scolastico (non ricordo bene se delle medie o delle superiori) che dopo aver assegnato agli alunni, come compito in classe il tanto (da me ) odiato “tema libero”, diede a Vasco il voto più alto della classe, un bel 10 maiuscolo!

Perché?

Mentre tutti i suoi compagni sono partiti a razzo coi soliti polpettoni di luoghi comuni, tipo: “una gita in montagna” o che ne so “il festival di Sanremo”, ecc ecc. Vasco aveva intitolato il suo componimento “Tema libero sul temo libero” scrivendo in una specie di sfogo-riflessione tutto ciò che pensava su tale tipo di compito in classe…

Geniale!

E’ chiaro che se quel prof. non avesse capito avrebbe potuto anche mettergli un 2…

Questo aneddoto mi ricorda le lezioni del quarto anno d’Università, nell’ambito del corso di “Strategia”. All’interno dello stesso si poteva scegliere come approfondimento una materia complementare e correlata alla quale erano dedicate le ultime ore del corso, ricordo che scelsi di partecipare al ciclo di lezioni tenute dal prof. Virginio Bertone dedicate alla “Creatività Aziendale” (si studiava sull’omonimo libro scritto dal prof. Bertone stesso), esperienza che mi ha davvero affascinato, colpito ed arricchito da morire…

Si trattava oltre che di studiare le metodiche, le tecniche e i principi applicati dalle aziende ove l’innovazione costante di prodotto (o anche di processo ) è fattore critico di successo, alla base spesso della sopravvivenza stessa dell’impresa nel mercato, operante in settori caratterizzati perlopiù da forte grado di dinamismo e intensità concorrenziale, anche di capire e metabolizzare concetti forieri di grande arricchimento culturale personale: dal famoso “brain storming” ho poi sentito parlare infatti per la prima volta del cosiddetto “Parallel Thinking” (pensiero parallelo) e degli scritti del grande Edward De Bono (padre di tali studi) e noi studenti ci siamo davvero tutti gasati quando sui lucidi che proiettava in aula il prof. Bertone quest’ultimo ci ha fatto alcuni esempi pratici di come arrivare alla soluzione di alcuni semplici giochi (come ad es. quello molto noto dell’uguaglianza tra i cinque fiammiferi da realizzarsi spostandone solo uno dalla disposizione originaria degli stessi) con l’applicazione della “logica”, dei contributi, e dei precetti (se mai ne esistono…) del “parallel thinking”…

Il prof. Bertone ha fatto anche intervenire in aula dei suoi ex-allievi creatori di aziende di successo che ci hanno raccontato il loro percorso economico ed umano, incoraggiandoci a credere sempre in noi stessi e a perseguire ciò che ci sembra valido (anche contro il parere di tutti quelli che ti stanno intorno) perché (è il caso dell’imprenditore che venne a testimoniare la sua esperienza) spesso quando un’idea non viene capita e apprezzata non è colpa dell’idea stessa ma solo della scarsa apertura mentale degli interlocutori, dei tempi o delle circostanze.

E proprio attraverso testimonianze ed esperienze come queste che ho avuto un’ulteriore conferma e la certa riprova (l’avevo già capito e sperimentato da solo attraverso le straordinarie persone che avevo avuto la ventura di incontrare e conoscere attraverso le mie lunghe esperienze dentro e fuori i reparti psichiatrici degli ospedali di mezza italia) che non esiste un confine preciso, nettamente demarcabile tra genialità e follia e che spesso si tratta appunto di due modi di chiamare un’identica realtà.

o mi sono sempre impegnato da matti a scuola, forse perché ho sempre vissuto il rapporto superconflittuale (di amore-odio in varie fasi tendente decisamente all’odio) con mio padre con uno fortissimo senso di rivalsa e di ribellione di fronte a un uomo che basava la sua spesso sprezzante considerazione di noi figli (di fronte ai quali nei giretti domenicali in cui venivamo scarrozzati sulla sua ferrari o sul suo aereo personale; simboli e conseguenze lampanti e dirette del suo essere “uomo di successo”, mente ultra-brillante) sulla sua schiacciante, titanica e quindi (per noi) inarrivabile superiorità culturale: soprattutto nella fase iniziale della nostra formazione scolastica, io e mia sorella, anche proprio in ragione della separazione dei nostri genitori (e di un padre così fuori dal comune e sopra le righe), non ottenevamo certo risultati brillanti a scuola mancandoci in una così complessa e difficile situazione esistenziale anche il più lontano barlume della tranquillità e della serenità interiore necessarie a riuscire con profitto negli studi.

Ricordo ancora adesso (purtroppo) come fossero per me cocenti e strazianti le umiliazioni che subivo quando papà desiderava conversare con me a tavola (quasi sempre in presenza di altri medici, avvocati ecc.) di argomenti di storia o di cultura generale e come io non potessi fare a meno di mettere dolorosissimamente a nudo la mia profonda ignoranza (ingiustificata data l’età e il grado di scolarizzazione, anche se, credo, non del tutto colpevole….) e impreparazione, che diveniva ancor più alienante, frustrante e insopportabile e foriera di enormi complessi e generatrice di una forte pulsione di autodistruzione (nonché desiderio di totale autoannullamento) di fronte agli sguardi spesso imbarazzati se non talvolta addirittura quasi sarcasticamente divertiti dei commensali che lanciavano occhiate di complicità a mio padre mentre la sua faccia assumeva un’espressione di sconforto misto a sdegno.

Ricordo che una volta, avrò avuto sì e no 11-12 anni, mio padre fece quasi uno show bloccando l’attività di un intero ristorante per chiedere a tutti i presenti se era possibile che un ragazzo della mia età non sapesse nemmeno quale fosse il significato della parola “adulterio”…

Non credo nemmeno che lo facesse per spirito di puro sadismo, era semplicemente il suo modo di lanciare il suo “messaggio educativo” (visto che ci vedeva, a me e mia sorella, col contagocce, solo per qualche trasferta domenicale, l’educazione, il suo concetto di ciò che riteneva fosse giusto trasmetterci come “educazione”ce lo discettava così, a modo suo, somministrandocelo in pillole o meglio a frecciate), il suo modo di farci apprendere, anche attraverso una buona dose (anzi spesso overdose) di vergogna, annichilimento e mortificazione, l’importanza del sapere, il valore supremo della conoscenza, ma non tanto (almeno così ho creduto di intendere io) come amore per la cultura, per la scienza e( per esempio nel suo campo) per la ricerca scientifica; si c’era anche questo, ma ancor prima e più di questo, in lui c’era l’idea della conoscenza, del sapere funzionale al successo professionale e quindi come strumento per raggiungere il benessere economico, suprema conquista e valore.

Gli stenti e le privazioni dell’adolescenza (perse il padre nella grande guerra e crebbe in un clima di grande sobrietà: la madre affittò alcune stanze della sua casa a dei pensionanti per poter tirare avanti) gli avevano infuso, inoculato, instillato una paura tremenda della miseria, una fobia incontrollabile verso la povertà, la frase latina che ripeteva sempre e che è assai paradigmatica del suo pensiero, del suo incrollabile credo è: “homo sine pecunia imago mortis” (L’uomo senza denaro è l’immagine della morte).

Il benessere, la ricchezza, mi ripeteva spesso papà (e qui aveva certamente ragione), significa innanzitutto libertà, significa poter rompere tutte le catene, affrancarsi da tutti i vincoli, le servitù, gli obblighi materiali e spesso anche morali che ci vengono posi (o imposti) dalla società. Un altro esempio paradigmatico di questa sua impostazione che mi citava spesso era: se si alza dal letto il bambino povero col lenzuolo bagnato prende un sacco di botte e viene irriso e vilipeso di fronte a tutti per la sua incontinenza, mentre se invece si bagna il lenzuolo del ricco, si dice che il pargolo ha sudato…

Devo ammettere purtroppo che l’immagine che ho potuto interiorizzare a modello della nostra società non è molto dissimile da come la intendeva papà che assegnava al denaro anche il potere e la capacità di rispondere anche a tutti i bisogni dell’anima…

Ma come disse un grande filosofo (e questo papà non l’ha mai potuto o voluto capire) “è povero non già chi ha poco, ma chi desidera sempre di più.”

Per assolvere ai suoi adempimenti di padre verso noi figli (a parte le esibizioni-show sotto forma di grandi cabaret a contenuto celebrativo del suo credo-educativo nelle quali si prodigava di tanto in tanto) erano anch’essi assolti e onorati grazie al denaro che era in grado di produrre col suo lavoro, perché come tantissimi altri padri in carriera e di successo che non possono distogliere nemmeno un briciolo del loro tempo dai loro affari, così lui delegava alle corpose mazzette di banconote di grosso taglio che ci cacciava letteralmente (fino dall’età di 9 0 10 anni…) in mano ogni qualvolta andavamo a trovarlo nella sua abitazione-studio, il potere di trovare un’adeguata risposta a tutti i nostri possibili problemi e fin anche alle nostre istanze di carattere affettivo: la sua logica era basata sulla convinzione di poter comprare tutto anche una giusta educazione per noi figli…

Per fare i compiti c’era infatti l’istitutrice privata, per fare compere l’autista-fattorino, e se c’era un problema psicologico?

Dov’è il problema?

C’era subito pronta anche la psicologa specializzata nell’età evolutiva!

A questo punto potendo dotarci di tutto questo si sentiva anche di essere un buon padre…La sua coscienza era straserena, tranquilla e sicura di avere comunque fatto per i suoi figli se non il massimo di sicuro molto e comunque molto di più di ciò che suo padre fece per lui… Quando tornavo a Milano per passare il week-end negli anni di studio che ho compiuto lontano da casa (ho fatto le superiori a Forlì), a scorrazzarmi in giro il sabato sera per farmi divertire ci pensava (con assai personale interpretazione del suo ruolo e del concetto di divertimento) “il basko” (ovviamente prezzolato profumatamente da papà) che ormai era divenuto il mio punto di unico riferimento umano fra gli adulti e (purtroppo) anche morale e culturale, visto che passavo con lui il 99% del mio tempo a Milano…Dico questo senza alcun malanimo, per carità, anzi io mi ci sono anche quasi sempre divertito molto, e sono tuttora molto legato a lui, ma perché il lettore possa capire a cosa alludo nella parola in parentesi della riga sopra, la serata del sabato-sera tipo al seguito del basko era la seguente: cena nella pizzeria vicino a casa di papà, (con quest’ultimo che subito dopo se la svignava di corsa a casa a sbrigare i suoi affari), “puttan-tour” (o forse sarebbe più appropriato dire “trans-tuor”) nei pressi del cimitero monumentale di Milano, all’epoca era il punto di aggregazione di una vastissima schiera di trans perlopiù sudamericani (il basko univa anche come si suol dire “l’utile al dilettevole”: tra una frase scherzosa e una palpatina al seno siliconato e una ai glutei cercava anche di piazzare le sue jeep scassate ai transessuali…), dopodiché si andava di corsa al “teatrino” (locale di streep-tease e spogliarelli vari nel centro di milano) per l’ultimo spettacolo e poi a casa mia (di mia madre, che essendo a quell’ora già da tempo addormentata e abitando una casa molto grande, non si accorgeva nemmeno della nostra presenza) a giocare a biliardo (quello con le 6 buche, all’americana) fino a quasi l’alba, 20’000 lire a partita: senza una posta il basko si rifiutava di giocare…

Sempre così. Sabato dopo Sabato. per 3 anni.

Il quarto anno essendo stato nel frattempo legalmente riconosciuto l’istituto tecnico aeronautico privato di Milano, decisi (e più tardi me ne pentii amaramente) di chiedere il nulla osta per il trasferimento a Milano, ove dopo aver vissuto in un appartamento con altri studenti per due anni (il primo lo trascorsi in convitto dai salesiani), mi ritrovai a dover riaffrontare il reinserimento nella casa materna, con tutti le conseguenti limitazioni di libertà che ciò comportava.

E infatti non durò molto…

16 – CONTINUA

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